La guerra in Iran? È destinata al fallimento. L’accordo sulla sicurezza tra Stati Uniti e Groenlandia? Un’operazione di facciata. E sul blocco dello stretto di Bab el Mandeb? Serve un intervento reale dei nostri alleati. Parola del generale Vincenzo Camporini, già capo di capo di Stato maggiore dell’aeronautica (2006-08), capo di Stato maggiore della difesa (2008-2011) e responsabile per la Difesa di Azione.
La guerra avviata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran non è stata breve come auspicavano le amministrazioni Trump e Netanyahu. Anzi, da fine febbraio ancora non si vede la fine. L’ultima proposta di pace del governo iraniano è stata rifiutata da Trump, che intervenendo all’Onu ha minacciato di annientare il Paese, dicendosi però sicuro che verrà trovato un accordo dopo le elezioni di medio termine (del 3 novembre) negli Usa.
Resta dunque semibloccato lo stretto di Hormuz (ribattezzato stretto di Trump dal presidente statunitense): rispetto alle circa 100 navi che vi transitavano gratuitamente prima della guerra, oggi ne passano meno di trenta al giorno, e devono pagare un pedaggio all’Iran o devono essere scortate. Una condizione che comporta l’aumento dei prezzi delle assicurazioni delle navi, ma anche del costo del petrolio, del gas naturale e dei fertilizzanti.

La fregata Carlo Bergamini, impegnata nell’operazione europea Aspides. Wikimedia, Ansa
Ad aggravare la situazione c’è il blocco dello stretto di Bab el Mandeb da parte degli houthi yemeniti, alleati dell’Iran. Quello stretto, che porta al canale di Suez e quindi al mar Mediterraneo, è fondamentale per la nostra economia. Bloccarlo, significa strozzare le nostre aziende e far aumentare i prezzi di tutti i prodotti, visto che per quella via passa circa il 40% del nostro commercio marittimo.
Ecco dunque che l’Italia, solitamente molto lenta ad intervenire nelle questioni internazionali (vedi genocidio a Gaza, blocco degli accordi di scambio tra Unione europea e Israele o azione dei volenterosi in Ucraina), si è mossa subito. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha fatto scortare le nostre navi commerciali da imbarcazioni della marina e ha chiesto aiuto all’Unione europea, sollecitando un potenziamento della missione Aspides, una delle decine di operazioni a cui partecipa l’Italia.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto. ANSA/GIUSEPPE LAMI
Il nostro Paese è infatti tra i più impegnati, con persone e mezzi, per la sicurezza e la pace nel Mediterraneo, nel Nord Africa e in Medio Oriente. La richiesta di Crosetto era stata inviata a Kaja Kallas, alta commissaria per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’UE, che l’aveva sostenuta. Oggi, però, quando se n’è discusso nel Consiglio europeo della Difesa, solo due Paesi, secondo quanto riferito da Kallas, si sono detti disponibili a valutare l’invio di una propria nave. Insomma, non un fallimento completo, ma quasi. Con la Grecia, invece, spiega Crosetto, «Abbiamo condiviso l’obiettivo di potenziare la collaborazione operativa tra le nostre Forze Armate e di sviluppare ulteriormente la cooperazione nell’industria della Difesa, anche attraverso una più stretta sinergia sul piano della politica industriale».
Nel frattempo, si sperimenta la percorribilità della via Artica. Dopo la Cina, che ha dimezzato i tempi di percorrenza di una nave commerciale, uguale successo è stato ottenuto da una imbarcazione della Corea del Sud. Sull’Artico si concentrano anche le mire del presidente USA Trump, che ha stipulato un nuovo accordo con la Danimarca sulla Groenlandia.
Di queste questioni geopolitiche abbiamo parlato con il generale Camporini. L’intervista completa è sulla rivista Città Nuova di novembre.

Il generale Vincenzo Camporini, Ansa, EPA/Art Service 2 POLAND OUT
Generale Camporini, perché Crosetto ha chiesto aiuto all’Unione europea e si è mobilitato con urgenza?
Perché per noi il transito nel Mediterraneo è assolutamente vitale. I collegamenti non devono bloccarsi. Questo è il motivo per cui Crosetto non soltanto ha dato direttive alla nostra marina, ma ha scritto anche a Kaja Kallas, alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri, per ottenere un contributo operativo anche dagli altri Paesi, per far sì che il traffico mercantile nell’area non venga interrotto.
Un suo giudizio sulla guerra che gli Stati Uniti e Israele hanno scatenato in Iran?
È una guerra in cui gli obiettivi degli Stati Uniti non sono mai stati chiariti, al di là delle dichiarazioni spesso contraddittorie del presidente Donald Trump. Se uno non sa perché scatena una guerra, è destinato al fallimento.
Che ne pensa dell’accordo stipulato tra Stati Uniti e Danimarca sulla sicurezza della Groenlandia? Si parla di nuove postazioni militari americane, di non far entrare soldati cinesi o russi…
Guardi, per quello che ho letto e per i dettagli che sono stati diffusi dalla stampa, in realtà non cambia una virgola rispetto agli accordi precedenti che risalgono al 1951. Trump aveva bisogno di un comunicato che facesse capire anche al contadino del Wisconsin che lui aveva ottenuto un grande successo. In realtà l’accordo, da quello che si vede, non fa altro che ribadire cose già consolidate e quindi non cambia assolutamente nulla. In Groenlandia nessuno ha mai pensato di consentire l’installazione di strutture militari di altri Paesi che non fossero della NATO, per cui nulla di nuovo sotto il sole.
Certo che agli Stati Uniti farebbe proprio comodo il Canada, vista la sua posizione lungo la via Artica…
Il Canada è un Paese assolutamente indipendente, autonomo. Le dichiarazioni di Trump sul Canada come 51simo Stato degli USA hanno fatto da un lato sorridere e dall’altro arrabbiare i canadesi, che adesso si guardano intorno e si rivolgono all’Europa con una prospettiva futura di collaborazione sempre più estesa.
