Si è concluso a Roma il post-campo Attraverso 2026, un momento di incontro fra i partecipanti a tutti i campi estivi organizzati dall’Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo (ASCS) attorno al tema della mobilità umana.
Como, Trieste, Oulx (in Italia) e Calais (in Francia) come città di confine, Foggia e Saluzzo/Cuneo come luoghi caratterizzati dal lavoro stagionale. Sono state queste 6 le opzioni che il gruppo giovanile di ASCS “Più ponti meno muri” ha proposto ai giovani durante l’estate 2026, al fine di affrontare insieme la questione migratoria, a partire da un’esperienza di campo partecipativa.
Ispirati ai valori della congregazione fondata da san Giovanni Battista Scalabrini, i cui missionari si spendono nella cura pastorale tra le persone migranti e rifugiate, i campi Attraverso hanno l’obiettivo di sensibilizzare le nuove generazioni sul dramma migratorio attraverso il servizio, la formazione e la condivisione con chi vive questo fenomeno sulla propria pelle.
«Quello che offriamo è una piccola cura a questa nostra umanità ferita», spiega Thomy Henos, sacerdote scalabriniano, attualmente incaricato della pastorale e animazione giovanile per l’Europa e l’Africa. Originario dall’Indonesia, racconta che la sofferenza esperimentata dai migranti è la stessa provata da lui andando fuori dal suo Paese natale, nel suo caso in Italia, dove ha potuto comprendere il mandato del fondatore: “essere migranti con i migranti”. «L’esperienza dei campi non può cambiare tutto – prosegue –, non può salvare tutti i migranti, ma iniziamo da quella piccola cosa, raccontando quanto abbiamo vissuto, sensibilizzando con la nostra testimonianza chi abbiamo accanto». Infatti, quello che si auspicano gli organizzatori è che quanto appreso nei campi abbia poi un effetto nelle vite delle persone, nei loro rapporti interpersonali e nei contesti in cui abitano, con la possibilità di avviare ulteriori iniziative nei vari territori.
Nell’estate 2026 sono stati circa 90 i partecipanti ai campi, sostenuti da 25 volontari. Una di loro è Eleonora, una giovane marchigiana che ha deciso di lanciarsi in questa esperienza con l’intenzione di offrire un contributo concreto a persone bisognose di aiuto. «Adesso ho più consapevolezza, sono più sensibile alla tematica – racconta –; quello che ho adesso che non avevo prima è un’empatia, la capacità di immedesimarmi con loro». E aggiunge: «Mi rendo conto che il distacco che sentivo vedendo queste persone in televisione o leggendo i giornali era un distacco solo nella mia mente, cioè siamo molto vicini, semplicemente abbiamo fortune, destini diversi».
Simone Garbero, uno dei coordinatori dell’animazione giovanile di ASCS, approfondisce lo spirito di questi incontri: ascolto delle testimonianze delle persone impegnate nel lavoro con i migranti e di essi stessi, e momenti di servizio affianco alle organizzazioni presenti sui territori, il tutto vissuto in uno stile comunitario, con spazi di gruppo e anche di crescita personale. «La mobilità umana non è una tematica intrinsecamente negativa o un problema da risolvere, ma un fenomeno naturale che, se gestito, può generare un apporto positivo alle comunità che accolgono e alle persone che si spostano – dichiara Garbero –. Penso che abbiamo solo da guadagnarci tutti nell’impegnarci per una società più accogliente, accompagnando i percorsi umani e cercando di attivarci per poter essere davvero uno spazio con più ponti e meno muri».
I campi Attraverso si svolgono con questa modalità dal 2021, ma sono eredi di una tradizione molto più lunga: il campo Io ci sto, che si è tenuto per anni nel Foggiano, dando visibilità in particolare al problema del caporalato. Ora il proposito è quello di dare un volto sempre più europeo ai confini extra-italiani. Per questo, al campo di Calais si è aggiunto il campo Across Malta, che si terrà dal 21 al 25 ottobre, pensato per i giovani europei.
Oltre a questi progetti, ASCS ha delle case di accoglienza per le persone in mobilità in vari posti di frontiera. Una di queste è a Ceuta, dove la situazione si è complicata ulteriormente dopo l’arrivo di decine di migliaia di persone il 30 e 31 luglio. Carlos Andrés Méndez, missionario scalabriniano destinato nella diocesi di Ceuta, racconta come la Casa San Antonio si sia adattata alle esigenze umanitarie odierne mantenendo il suo carattere accogliente e armonioso. Con una capacità di accoglienza di 12 persone, la casa ha raggiunto un picco di 65 ospiti, offrendo un servizio docce, colazione e cura delle ferite a chi si è visto costretto a dormire per strada. Tutto ciò grazie alla disponibilità di chi già abitava la casa di mettersi a loro volta a servizio degli altri.

I partecipanti al post-campo Attraverso26 a Casa Scalabrini 634, Roma. Foto: Più ponti meno muri/ASCS
A differenza di Ceuta o Calais, dove le case scalabriniane fungono da riparo temporaneo per le persone in transito, la Casa Scalabrini 634 a Roma, sede del post-campo Attraverso26 tenutosi lo scorso 26 e 27 settembre, rappresenta un sostegno nel percorso delle persone migranti verso la piena inclusione nei posti di arrivo. Fino al 2015 seminario della congregazione, poi riconvertita per rispondere all’appello di papa Francesco ad aprire gli spazi inutilizzati degli ordini religiosi all’ospitalità e all’integrazione, la struttura è diventata una casa di semi-autonomia per coloro che finiscono il proprio percorso nel Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI), così come per i neomaggiorenni uscenti dalle case-famiglia. Il tempo massimo di permanenza è di 6 mesi, durante i quali vengono accompagnati nella ricerca abitativa e di condizioni lavorative più stabili. Inoltre, la casa offre uno sportello socio-legale per la gestione degli aspetti burocratici, un percorso psicologico per le donne in spagnolo, portoghese, arabo e curdo, lezioni di italiano e inglese, un corso di scuola guida per chi vuole ottenere la patente e un corso di sartoria aperto alle persone del quartiere; tutto grazie al lavoro dei volontari. In più, conta su una radio propria, Onthemove, e organizza attività per favorire l’incontro con le persone che visitano la casa, con i volontari e fra gli ospiti stessi.
«In questo quartiere si vede tantissima multiculturalità – afferma Henos –. Tuttavia, ci vuole un passaggio affinché non rimanga solo “multi”, cioè copresenza delle varie culture, ma che esse si intreccino, diventando intercultura». «L’integrazione non è assomiglianza – conclude il sacerdote scalabriniano –: c’è una reciprocità nell’imparare. È così che ci si arricchisce, ma ci vogliono rispetto e umiltà».

