Tommaso Greco, professore di Filosofia del diritto presso l’università di Pisa, è una voce decisamente dissonante verso la progressiva legittimazione e inevitabilità della guerra, che si diffonde sui media principali. Un rosario di tesi ripetute che finisce per diventare senso comune anche nell’ambito ecclesiale, dove la citazione di papa Leone sulla pace disarmata e disarmante rischia di apparire come un atto dovuto senza che la sostenga alcuna convinzione reale.
Non è un caso che la Santa Sede abbia invitato proprio il professor Greco in Vaticano a fine 2025, per presentare il messaggio di Leone XIV sulla giornata mondiale della pace.

Tommaso Greco
Greco, che sarà a Bologna il 24 ottobre per il festival di Città Nuova, dedicato all’informazione disarmata e disarmante, gira in lungo e in largo per l’Italia per discutere la tesi del suo ultimo testo di grande spessore intitolato Critica della ragione bellica. Lo fa senza sviare le tante obiezioni nel merito, in questa fase storica in cui assistiamo ad una conversione pervasiva delle ragioni della guerra in tutti gli ambienti.
Come si spiega questa torsione interiore che accompagna la trasformazione dell’economia in assetto di guerra, programmata dai vertici della Ue? Lo abbiamo chiesto al professore di Pisa con questa intervista.
Non sarà che la propaganda di guerra cresce perché la pace, a partire dalle scuole, viene presentata come un concetto astratto e retorico?
Se la pace appare noiosa o impossibile, la guerra vincerà sempre sul piano dell’immaginario. Occorre raccontare la pace, allo stesso tempo come una realtà che rende possibile tutto ciò che di bello appartiene alle nostre vite, e come un’alternativa vibrante, coraggiosa, politicamente densa. Altrimenti i giovani finiranno per farsi trascinare dalla retorica di gruppi chiusi e bellicosi, finendo per trovare attraente persino la guerra, salvo poi rendersi conto di quanto fossero vuote le parole con cui sono stati ingannati. La grande letteratura sulla guerra è piena di queste vicende. Non solo Niente di nuovo sul fronte occidentale, il classico di Remarque, ma anche Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, o Il treno era in orario di Heinrich Böll raccontano proprio questo.
Sul Corriere della Sera leggiamo spesso, da parte di un gruppo di editorialisti, una sorta di catechesi sulla necessità del riarmo in vista di uno scontro bellico che tali autori vedono come inevitabile, sebbene dicano, poi, che il riarmo serve per evitarlo. Può bastare dire che la guerra è sempre una follia?
Presentare la guerra come “pazzia” è una forma di deresponsabilizzazione collettiva, un alibi intellettuale: se è pazzia, siamo impotenti. Al contrario, la guerra è il risultato di una “filiera” di decisioni politiche, economiche e intellettuali ben precise. Di questa filiera fanno pienamente parte le parole di questi opinionisti (e anche di tutti coloro che li riprendono e li rilanciano, soprattutto sui canali televisivi). Siamo proprio davanti a una profezia che si autoavvera, nella migliore tradizione del realismo cinico. Basti pensare a tutti gli allarmismi e a tutta la “letteratura dell’invasione” che riempiono le pagine dei giornali. Come scriveva tempo fa Luca Miele su Avvenire a proposito della futurologia, giocare con le previsioni, riempire il discorso pubblico di allarmi continui, è un modo per determinare le scelte e per far accadere proprio ciò che si dice di temere.

Adolf Hitler Archivio ANSA EPA/STRINGER
Eppure l’invasione russa dell’Ucraina viene descritta come la decisione di Putin, presentato quale un folle novello Hitler…
Beh, con Putin l’Europa ha fatto affari fino al giorno prima dell’invasione dell’Ucraina. Spesso girandosi dall’altra parte, qualunque cosa egli facesse. E diciamo che non faceva cose coerenti con i valori occidentali che oggi siamo pronti a difendere con la guerra. I problemi che abbiamo con la Russia e con Putin affondano le radici negli errori compiuti alla fine degli anni ’80, dopo la caduta del muro di Berlino. Invece di accompagnare e aiutare la Russia di Gorbačëv in un percorso di democratizzazione, l’Occidente si è presentato con un atteggiamento da “predatore”. Comprendere le scelte sbagliate che si sono fatte può aiutare a capire se ci sono vie d’uscita per la situazione che si è venuta a determinare.
Che ruolo giocano l’informazione e i media nel giustificare l’escalation e il riarmo?
Oltre agli interessi dell’industria bellica, pesa enormemente il potere ideologico dei media, che propone e impone nel dibattito pubblico un realismo cinico basato unicamente sui rapporti di forza. Anche consistenti settori del mondo cattolico democratico aderiscono a questa narrazione reiterando la teoria della “guerra giusta” e la necessità del riarmo. Di fatto i principali quotidiani rifiutano il confronto plurale, mantenendo una linea fortemente ideologica, sempre ovviamente accusando gli altri di fare ideologia. È un peccato, perché il discorso pubblico si sostiene grazie alla pluralità delle opinioni. Invece sembra che i grandi quotidiani siano divenuti ostaggio di un gruppo di opinionisti a senso unico.

ANSA/CIRO FUSCO
I pacifisti non ricevono molto spazio nel mondo dell’informazione, perché accusati di proporre semplicemente la resa dell’Ucraina…
Beh, è una vecchia storia. Accusare i pacifisti di essere alleati del nemico. Potrei fare una lunga lista di nomi che hanno sostenuto questa tesi, da Mussolini a Orwell, fino a Vargas Llosa, le cui tesi (esposte in occasione della guerra in Iraq) ho criticato nel mio libro. È una tesi funzionale alla censura nei confronti di chi non solo non si rassegna alla logica delle armi, ma propone argomenti concreti per superarla. Non a caso, l’argomento più usato è che i pacifisti sono imbelli, inermi, e propongono il sacrificio delle vittime. Nulla di più falso. A questo si aggiunge l’assurda accusa rivolta sempre ai pacifisti di non saper trovare il modo per impedire le guerre o per risolverle quando ormai sono scoppiate. Ma come? Fate di tutto per arrivare alla guerra, e poi la colpa è dei pacifisti? Il mondo al contrario, per dirla con una frase ormai abusata. Piuttosto, anche con riguardo all’Ucraina, occorre rovesciare la domanda e rivolgerla a chi sostiene il conflitto a oltranza: qual è l’alternativa proposta? Qual è il prezzo che si vuole pagare (e far pagare) per porre fine al conflitto e far fuori il tiranno del Cremlino? La guerra fino al sacrificio dell’ultimo ucraino? L’intervento diretto dei Paesi europei e quindi una guerra su scala continentale? O addirittura l’apocalisse nucleare?
Nel dibattito pubblico, in particolare in ambito cattolico, come già detto, assistiamo alla riproposizione dell’idea della “guerra giusta”.
È frutto di una scarsa consapevolezza storica e teorica (non mi azzardo a dire anche teologica perché non sono competente in materia). Le teorie non vivono in astratto, ma nascono e vivono in virtù di precise esigenze e situazioni storiche. Quella teoria ha avuto una certa funzione in una lunga epoca della storia umana e aveva l’obiettivo di limitare la guerra. Riprenderla oggi, come hanno detto più volte gli ultimi pontefici, vuol dire non comprendere che la guerra non è più quella per la quale quella categoria era stata elaborata. Tra l’altro, si dimentica che il Catechismo della Chiesa Cattolica, spesso evocato dai cattolici pro-guerra e pro-riarmo, pone quattro condizioni rigide perché una difesa armata sia considerata legittima, condizioni che devono essere simultaneamente presenti: legittimità dell’autorità, certezza del successo, proporzionalità ed extrema ratio. Siamo sicuri che siano presenti? Occorre poi notare che stranamente tali argomenti vengono applicati solo là dove conviene, e non a tutte le situazioni. Rimane, ad esempio, la grande e colpevole rimozione di tanti conflitti a cominciare da quello (che non andrebbe nemmeno chiamato conflitto) che si sta consumando in Palestina.
Non esiste sempre il concetto di legittima difesa?
Certo, ma a parte la difficile applicabilità di questo concetto alle situazioni internazionali, si dimentica che la legittima difesa vale sempre “qui e ora”, per permettere l’intervento delle autorità competenti. Non può essere dilatato per anni, trasformandosi in una guerra di logoramento permanente, senza che la comunità internazionale prenda a cuore davvero la situazione (che non vuol dire: con le armi).
Il criterio del possibile successo è quello che ha mosso finora il sostegno all’Ucraina nella previsione di un logoramento a lungo andare del regime putiniano. Non è ragionevole?
Può apparire ragionevole, se rimaniamo nella logica della guerra come risposta legittima e ‘giusta’. E non voglio prendere in considerazione le varie teorie dietrologiche che vanno alla ricerca degli interessi dell’Occidente. Personalmente ritengo giustissimo che l’Ucraina vada tutelata. Ma credo che farlo prolungando il conflitto sia un modo per fare un torto innanzitutto all’Ucraina stessa. Cosa vuole fare la comunità internazionale per non cedere alla legge della forza? Purtroppo, come ripeteva Norberto Bobbio, sappiamo che in guerra non vince chi ha ragione, ma ha ragione chi vince. Il rischio di fare danni irreparabili è piuttosto alto.

Ignazio La Russa al convegno Il futuro della Difesa europea Pavia 2025
ANSA/Pavia Press Paolo Torres
Quali sono le proposte alternative per giungere alla fine della guerra in Ucraina?
La comunità internazionale deve farsi carico del conflitto proponendo il percorso che l’ambasciatore Pasquale Ferrara chiama della «pace deliberativa», «che non definisce in anticipo l’esito ma il modo in cui lo si raggiunge». Di questo negoziato potrebbe far parte, ad esempio, un referendum governato a livello internazionale da tenere nelle regioni contese per far decidere liberamente le popolazioni coinvolte. Ma sono tante le cose che la comunità internazionale avrebbe potuto fare per respingere la prepotenza di Putin. A cominciare dal sostenere i dissidenti interni e accogliere i giovani russi che fuggono dal regime, offrendogli, anche a nostre spese, di venire a studiare in Europa (quante borse di studio potremmo fornire con i soldi spesi per le armi?). Esistono poi alternative radicali che non hanno nulla a che fare con la resa. Una di queste è l’interposizione nonviolenta. Ci dicono che è un’utopia, ma facciamo un calcolo di realismo cinico: se siamo disposti a rischiare milioni di morti in una guerra nucleare, perché non siamo disposti a rischiare altrettanto in un’azione di pace radicale?
Eppure non è indubbiamente forte il paragone della situazione attuale con quella del cedimento delle democrazie liberali verso Hitler avvenuta nella conferenza di Monaco del 1938?
Dobbiamo smetterla di farci ricattare dall’analogia con il 1938 e la conferenza di Monaco. Putin è un dittatore sanguinario, ma paragonare il contesto attuale a quello di allora è solo uno strumento retorico, non un’analisi seria. Quello che si dimentica sempre è che oggi abbiamo istituzioni internazionali e un’Unione Europea che nel 1938 non esistevano. Se leggiamo ciò che si scriveva in Europa nel 1915, e poi anche durante la Seconda Guerra mondiale, a proposito della Germania, capiamo quali grandi passi siamo riusciti a compiere. È da qui che dobbiamo ripartire, con la consapevolezza che le soluzioni non arrivano dall’oggi al domani, ma che un cammino può essere percorso per superare ostilità che sembrano insormontabili. L’Europa ha avuto il merito di superare i suoi conflitti secolari non con le armi, ma con i trattati. Come ricordato dal filosofo Avishai Margalit, la via d’uscita risiede nella capacità di cercare compromessi anche con il nemico per evitare un’ecatombe peggiore.
Ma un’Europa vaso di coccio tra otri di ferro, non rischia di essere esclusa dalle decisioni che contano e di finire sul tavolo di una spartizione tra grandi potenze ?
Esiste una retorica preoccupante — cavalcata da intellettuali di varia provenienza, anche di parte progressista (penso ad esempio ad Antonio Scurati o Nathalie Tocci) — che più volte ha usato l’argomento dello “spirito eroico” e guerriero da ritrovare, quasi ci sia da vergognarsi per ottant’anni di pace. Questa posizione è storicamente miope. L’Europa non è debole; ripeto: è l’unico esperimento riuscito al mondo che ha dimostrato come conflitti secolari possano essere risolti attraverso il diritto e le istituzioni. Ciò che l’Europa deve fare, in un mondo che è tornato ad adorare la forza, è insistere su questi strumenti; farsene paladina e promotrice, ritrovando la capacità di dialogare con tutte le parti in causa. Non mi riferisco solo all’Ucraina ma in generale alla situazione geopolitica.
