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Mondo > Scenari

Curdi siriani, la fine dell’autonomia del Rojava

di Bruno Cantamessa

Bruno Cantamessa Autore Citta Nuova

Mazloum Abdi, comandante delle forze curde siriane, ha dichiarato il 25 agosto scorso: «Oggi annunciamo la fine della missione delle Forze democratiche siriane e dichiariamo, con piena responsabilità, il loro scioglimento come forza militare indipendente».

 

l comandante in capo delle Forze Democratiche Siriane (SDF), Mazloum Abdi – noto anche come Mazlum Kobane (al centro) – parla durante i funerali di Nuredin Sofi, alto esponente del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), a Qamishli, nel nord-est della Siria, il 12 agosto 2025. Ansa, EPA/AHMED MARDNLI

Il Kurdistan occidentale (Kurdistana Rojava), rinuncia alla sua autonomia, ma mantiene una grande dignità, nonostante la sconfitta. L’Amministrazione democratica autonoma (Daa) e la Forze siriane democratiche (Sdf) di autodifesa accettano gli accordi con il presidente siriano Ahmad al Sharaa e il governo di Damasco e riconsegnano le loro terre del nord-est della Siria.

Le Unità di Protezione Popolare (Ypg) e le Unità di Protezione Donne (Ypj), che hanno giocato un ruolo chiave nel contrasto alle mire turche di espansione e nella sconfitta dello Stato Islamico in Siria (2014-2019), hanno dovuto accettare il piano voluto da Damasco e volto a riunificare il Paese dopo la fine del regime degli Assad, che aveva dominato la Siria per 54 anni.

Il Rojava curdo si era reso di fatto autonomo nel 2012 e ha rappresentato per 14 anni molto di più della difesa del territorio e della sconfitta del Daesh (Isis): è stato anche un punto di riferimento oltre la Siria per chi cercava modi nuovi di concepire una rivoluzione nel XXI secolo: nonostante gli errori, era stata una rivoluzione concreta, culturale, etica e aperta all’utopia.

Per comprendere perché i curdi siriani abbiano dovuto accettare le condizioni imposte da Damasco occorre fare qualche passo indietro: all’incontro di maggio e poi di novembre 2025 di Donald Trump con il presidente ad interim della Siria (da dicembre 2024), Ahmad al Sharaa. Che è il vero nome dell’ex comandante di Hay’at Tahrir al-Sham e leader delle milizie anti regime, Abu Mohammed al-Jawlani.

Meno di due mesi dopo la fiducia accordata dalla Casa Bianca ad Al Sharaa, c’è stato l’accordo di Parigi del 5-6 gennaio 2026 tra esponenti del nuovo governo siriano emerso dalla sconfitta di Assad e funzionari della sicurezza israeliana: come mediatori l’inviato speciale americano per la Siria, Tom Barrack, oltre a Steve Witkoff e al genero di Trump, Jared Kushner. I curdi naturalmente non c’erano, nessuno li aveva evidentemente considerati, nonostante le trattative in corso fra il governo di Damasco e il capo delle Sdf, il curdo Mazloum Abdi.

Nei giorni immediatamente successivi agli accordi più o meno segreti di Parigi, si è scatenato l’attacco delle forze governative (costituite in maggioranza da ex miliziani di Hay’at Tahrir al-Sham) ai quartieri curdi di Aleppo difesi dalle Sdf. All’esercito siriano si sono affiancati anche i gruppi armati Hamzat, Emşat, Sultan Murad e Nurreddin Zengi, notoriamente sponsorizzati dalla Turchia.

Entro il 20 gennaio 2026 gli attaccanti hanno occupato 40 mila chilometri quadrati del territorio che per oltre 10 anni era stato controllato dalle Sdf, comprese Raqqa e Deir Ezzor.

La causa immediata della ritirata curda (quella remota sono gli accordi di Parigi) è stata l’abbandono degli arabi che negli anni passati avevano aderito alla coalizione a guida curda (Sdf), e che rappresentavano quasi la metà degli 80 mila combattenti Sdf. Negli anni della resistenza, infatti, le Sdf avevano accolto decine di migliaia di volontari, non solo siriani, ed erano costituite da una forte minoranza curda (17%), da moltissimi volontari di lingua araba (68%), ma anche da assiri (12%), yazidi, turcomanni, circassi ed armeni.

Gli arabi sunniti aderenti alle Sdf, infatti, dopo la caduta di Assad si sono sempre più avvicinati al nuovo governo centrale di Ahmad al Sharaa e nell’attacco di gennaio 2026 si sono schierati con i governativi o si sono astenuti dal partecipare.

L’accordo di tregua era stato firmato il 18 gennaio e imponeva il ritiro delle Sdf ad est dell’Eufrate e la futura smobilitazione, quella che è poi arrivata con l’accordo di agosto.

Nonostante tutto, lo si può chiamare accordo, anche se dettato dalle posizioni di forza di Damasco. I miliziani Sdf che lo richiedono hanno infatti ottenuto l’integrazione nell’esercito governativo, anche se solo su base individuale.

I curdi (circa il 7% della popolazione siriana) ottengono inoltre la cittadinanza siriana (che era stata limitata fin dal 1962), il riconoscimento della loro lingua e il diritto di insegnarla nelle scuole delle regioni a maggioranza curda. Hanno poi la facoltà di presentare propri candidati come governatori e il diritto di essere rappresentati negli alti gradi dell’esercito e nel governo.

La chiusura dell’esperienza di autonomia curda chiamata Rojava era realisticamente inevitabile, e aggiungo purtroppo. Nell’arrogante logica neocoloniale delle grandi potenze non era ammissibile. Restano però intatti il significato democratico e i valori che il Rojava ha rappresentato per 14 anni, non soltanto per i curdi.

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