Il co-fondatore dei Maristi Blu di Aleppo, Nabil Antaki, che “racconta” la Siria dal 1986, dal 2012 ha dato vita con altri alle Lettere da Aleppo: ne ha pubblicate in media 2-3 ogni anno. L’ultima Lettera da Aleppo, la n. 52 del 20 luglio 2026, si intitola I cristiani in Siria non si sentono più a casa. Gli fa eco sulla stampa italiana anche il Foglio del 28 luglio che citando l’arcivescovo siro-cattolico di Homs, monsignor Julian Yacoub Mourad, titola: La Siria è ormai diventata uno stato islamico, e aggiungendo: «Credevamo di aver finalmente raggiunto la libertà. Invece abbiamo ricominciato a lottare per conquistarla».
In realtà le difficoltà e l’esodo dei cristiani siriani non sono cominciate dalla vittoria della composita coalizione islamista e filoturca guidata da al-Jolani (l’attuale presidente della Siria, Ahmad al Sharaa) a dicembre 2024. L’esodo dei cristiani va avanti almeno dal 2011 con la guerra civile e il diffondersi degli islamismi, nella loro variegata diversità. E se il regime degli Assad ha sempre cercato a modo suo di proteggere le minoranze cristiane (e gli alawiti a cui appartiene la famiglia Assad), con la caduta del regime la crescita di instabilità della variegata e complessa società siriana non ha certo favorito la convivenza fra le numerose componenti etniche e religiose del paese.
Sta di fatto che a partire dalla rivolta civile contro il regime iniziata nel 2011, e proseguita come guerra di ingerenze da parte di molte potenze regionali e non regionali (tutt’ora presenti), l’esodo dei cristiani siriani non si è mai arrestato: da due milioni di fedeli agli attuali trecentomila, forse meno. Gli esuli cristiani (1,7 milioni) fanno peraltro parte dei circa 6 milioni di siriani fuggiti all’estero a causa della guerra siriana, e in piccola parte rientrati per il sopravvenire di un’altra guerra, quella israelo-americana in Medio Oriente. Bisogna beninteso tenere anche conto che non stiamo parlando di una confessione cristiana, ma di un fatto generalizzato che coinvolge greco-ortodossi, greco-cattolici melchiti, armeno-apostolici, siro-ortodossi e maroniti (cattolici). Ma anche chiese minori come quella degli armeno-cattolici, dei siro-cattolici, dei caldei, degli assiri e vari gruppi protestanti.
Un’altra notizia dei giorni scorsi, indicativa delle tensioni presenti in Siria, è la sospensione per protesta di feste e celebrazioni liturgiche a Sednaya, nel principale santuario cristiano della Siria. La protesta, promossa da greco-ortodossi, siro-ortodossi e greco-melchiti cattolici della città siriana è dovuta all’arresto da parte delle autorità di numerosi giovani cristiani e al rapimento di alcuni membri delle comunità. Secondo l’organizzazione Christian Solidarity International, le autorità siriane attribuiscono ad alcuni di questi giovani il coinvolgimento in un massacro di miliziani jihadisti. Le comunità cristiane sostengono che queste accuse sono prive di fondamento e chiedono l’immediato rilascio dagli arrestati e dei rapiti.
Del resto, negli ultimi anni sono stati continui gli attacchi, e anche alcune stragi, di cristiani, ma anche di comunità e gruppi islamici. Presi di mira in particolare gli alawiti, per i loro precedenti legami con il regime, e alcuni gruppi drusi filo-israeliani.
Nella Lettera da Aleppo n. 52 riconosce fra il resto che «l’islamizzazione del Paese prosegue in modo silenzioso. Nessuna decisione governativa ufficiale va in questa direzione per non perdere credibilità agli occhi dei governi occidentali, che continuano a ripetere al regime di rispettare le minoranze religiose. Si registrano però decisioni locali prese dai prefetti delle diverse regioni: licenziamento di giudici indipendenti o cristiani, imposizione del velo in alcuni luoghi, divieto di alcolici in altri, costruzione di moschee all’interno dei campus universitari». Segnalati anche episodi di propaganda per la conversione all’Islam davanti ad alcune chiese.
Nabil Antaki riconosce che ci sono anche «bagliori di speranza. Ad esempio, gli abitanti dei 4 villaggi cristiani della provincia di Idlib, spinti all’esodo dai ribelli durante la guerra, stanno lentamente tornando alle loro case».
Nonostante tutto, Antaki riconosce che il governo siriano presieduto da al Sharaa sta effettivamente portando avanti anche se lentamente gli accordi con i curdi, riconoscendo loro alcuni diritti e procedendo ad una loro integrazione nello stato siriano, nonostante la contrarietà della Turchia.
Il parlamento (Assemblea del Popolo) è stato finalmente costituito, ma accanto a 140 deputati in qualche modo “eletti” da assemblee locali, 70 sono nominati dal presidente. I rappresentanti dei gruppi armati salafiti ex ribelli costituiscono un terzo dell’Assemblea e altri 40 appartengono ai Fratelli Musulmani. I cristiani sono rappresentati da 6 deputati (tra cui tre donne), ma quattro di loro sono stati nominati dal presidente per garantire una certa rappresentanza delle comunità cristiane.
Dal punto di vista della qualità di vita nel paese, negli ultimi 2 anni l’erogazione dell’energia elettrica è passata da 4 a 16 ore al giorno, l’informatizzazione dell’amministrazione ha migliorato i servizi forniti ai cittadini, e la lotta alla corruzione ha fatto passi avanti.
