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Italia > Società

Leonardo e la marcia dei preti contro il genocidio

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Una marcia controcorrente per non far cadere l’oblio sulla tragedia di Gaza. Il senso del percorso da piazza San Pietro alla sede aziendale simbolo della produzione di armi in Italia

Corteo Preti contro il genocidio a piazza San Pietro . 22 settembre 2026 foto Carlo Cefaloni

Oltre un centinaio di sacerdoti e religiosi, compresi alcuni vescovi e una rappresentanza di suore, hanno dato vita ad un piccolo corteo di persone che martedì 22 settembre 2026 si è mosso da vicino piazza San Pietro per recarsi, poi, come meta finale, davanti alla sede della società Leonardo, ex Finmeccanica nel quartiere Prati per denunciare il “genocidio” in atto a Gaza contro la popolazione palestinese.

Una processione dolorosa e silenziosa, inframezzata da alcuni canti, che è iniziata nel marasma della folla di turisti e pellegrini che si accalca solitamente intorno ai palazzi vaticani.

Una comitiva insolita, volutamente sobria, senza insegne, se non la stilizzazione della famosa foto che ritrae una madre palestinese che stringe tra le braccia il corpo del figlio ridotto ad uno scheletro. Una natività con la scritta “Cristo muore a Gaza”, che denuncia  l’assedio assoluto disposto dall’esercito israeliano contro la popolazione di Gaza esposta senza tregua ai bombardamenti che hanno colpito anche scuole e ospedali perché considerati covi dei terroristi di Hamas.

Una parte dell’opinione pubblica mondiale ha reagito con sdegno davanti ad un tale strazio promosso e realizzato dal governo Netanyahu come vendetta all’eccidio di civili israeliani perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023. In Italia centinaia di migliaia di persone sono scese spontaneamente in piazza superando la narrazione finora impostasi di relegare nel dimenticatoio l’irrisolta questione palestinese. Alcune organizzazioni, tra cui Pax Christi e le Acli, hanno presentato una denuncia in tribunale per la complicità della società Leonardo con la macchina bellica di Tel Aviv. Centinaia di ex ambasciatori, rompendo ogni riserbo, hanno chiesto al governo italiano di riconoscere finalmente lo Stato di Palestina,  di «sospendere ogni rapporto e cooperazione, di qualunque natura, nel settore militare e della difesa con Israele» e di «unirsi al consenso europeo per la sospensione temporanea dell’Accordo di associazione tra Israele e l’Unione Europea».

Di fatto il governo Meloni e quello di Merz in Germania si sono opposti ad ogni presa di posizione in questa direzione, scontando probabilmente il peso della tremenda colpa storica della persecuzione contro gli ebrei che ha condotto allo sterminio dell’Olocausto.

Si comprende perciò la nascita della rete dei “preti contro il genocidio” per la necessità di non restare silenti davanti ad un tale supplizio anche quando il sistema mediatico volge, come sempre avviene, i riflettori altrove.

In altri tempi, tale gruppo spontaneo sorto dopo l’appello del parroco don Rito Marescodi Sorrento, che ha raccolto finora oltre duemila adesioni in tutto il mondo compresi alcuni vescovi e cardinali, sarebbe stato catalogato come espressione marginale del dissenso cattolico contro il prudente silenzio vaticano. Ma dopo l’avvento di papa Francesco molto sembra cambiato.

L’assemblea a porte chiuse che ha preceduto il corteo si è svolta presso la curia generalizia dei gesuiti, presenti anche docenti della Gregoriana. La prima tappa presso la chiesa in Sassia è stata un momento di preghiera di tipo devozionale, con la coroncina della Misericordia e continue citazioni di papa Giovanni Paolo II.

Nella sosta davanti alla basilica di san Pietro un giovane frate francescano ha letto brani dell’enciclica Magnifica Humanitas incentrati sulla denuncia del realismo della guerra inevitabile e poi durante l’itinerario è stata ripresa la lettera del cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, che parte dalle fratture di un conflitto destinato a durare nel tempo.

Chissà cosa avranno capito i pellegrini di ogni genere che hanno visto questo corteo orante, facilmente confondibile nella consueta massa di preti e suore di ogni genere presenti sul posto. Solo in via della Conciliazione alcuni venditori della solita merce religiosa hanno sbeffeggiato con lazzi romaneschi “la processione”, che tuttavia non è stata accompagnata dalle prevedibili accuse di antisemitismo.

La copertura mediatica dell’evento c’è stata da parte delle agenzie, ma la notizia non provoca quello scandalo necessario per attirare l’attenzione. Eppure di materiale ce ne sarebbe. Nel momento in cui Trump umilia il presidente dell’Anp, il moderato Abu Mazen, impedendogli di partecipare all’assemblea dell’Onu in corso a New York, questo gruppo di “preti” sostiene apertamente, grazie alla Campagna Ponti e non muri,  la pratica del boicottaggio e del disinvestimento dei prodotti israeliani proposta con l’appello Kairos da alcuni cristiani palestinesi di diverse Chiese, come forma di resistenza nonviolenta contro una pressione che dura da molto prima del 7 ottobre.

È lecito chiedersi quale sia l’incidenza reale nella stessa comunità ecclesiale di questi religiosi itineranti, che nonostante il numero esiguo rappresentano un tessuto molto attivo e diffuso capillarmente sui territori, con testimonianze credibili sui luoghi di conflitto in tutto il mondo, come ad esempio lo dimostrano i missionari comboniani e saveriani.

In maniera discreta nel corteo era presente il giovane vescovo Christian Carlassare del remoto Sud Sudan, ma anche una minuta suora dal tratto gentile che abbiamo visto in mondo visione accanto al feretro di papa Francesco del quale era grande amica, la francese Geneviève Jeanningros delle Piccole Sorelle di Gesù presenti nelle periferie del mondo. Anche sotto casa come quello dei nomadi presenti a Roma.

Niente di appariscente quindi, o dimostrazione di forza a partire dai numeri, ma la povera inerme contestazione dei corpi contro la pretesa di mettere a tacere la tragedia di Gaza come vuole fare Trump con i progetti immobiliari del Board of peace, mentre i coloni continuano ad occupare impunemente la Cisgiordania dopo che Trump, nel suo discorso alla Knesset, ha elogiato Netanyahu per il buon uso che ha fatto della grande quantità di armi che gli ha fornito.

Si comprende perciò perché il corteo ha avuto come meta finale la sede di Leonardo, dopo le soste davanti alle sedi delle ambasciate presso la Santa Sede di Palestina e Libano collocate davanti alla porta di Sant’Anna del Vaticano. Un canto dal tono nostalgico ha ricordato Taybeh, l’ultimo villaggio palestinese interamente cristiano rimasto nella parte assegnata al controllo dell’Anp, ma ora sotto assedio dei coloni suprematisti sostenuti dall’esercito israeliano.

Tutto si è svolto come detto in mezzo a passanti abituati come sono alle tante manifestazioni grandi e piccole che si svolgono nella Capitale. Brava la polizia locale e gli agenti in borghese a gestire senza intoppi il percorso di questa anomala carovana. Qualcuno forse si sarà chiesto la ragione di quella strana fila di colletti bianchi, scortati alla fine della fila da un nutrito gruppo delle “donne in nero”, un movimento pacifista internazionale contro le guerre.

Quello che conta è il messaggio lanciato alla fine davanti al blindato palazzo di vetro che ospita l’ex Finmeccanica, il gruppo industriale sotto controllo pubblico che negli ultimi decenni, con scelta politica trasversale, ha dismesso pezzi importanti dell’economia civile di avanguardia per concentrarsi nella filiera bellica, in stretta alleanza con le grandi società Usa.

Il vescovo di Pax Christi Giovanni Ricchiuti ha condannato la strategia di Leonardo citando le parole di papa Leone sulla produzione di armi. Ha chiuso poi il percorso il vescovo di Manfredonia Franco Moscone, invocando l’intervento della giurisdizione internazionale non solo contro i criminali di guerra ma anche contro i vertici aziendali delle aziende belliche.

Esiste una chiave di lettura per capire questa esposizione inusuale esplicitamente voluta da “persone di chiesa” e quindi tenute ad una certa prudenza, come sanno bene molti loro confratelli.

L’esempio di riferimento è quello dei fratelli gesuiti Berrigan degli Stati Uniti, che negli anni ‘60 subirono più volte l’arresto e la prigione per la loro opposizione alla guerra. E soprattutto quello del vescovo del Salvador Oscar Romero, che invitò i soldati a non usare le armi contro la popolazione, pagando questa chiara presa di posizione con la morte sull’altare ad opera di un killer, così come avvenne per i gesuiti dell’università cattolica  e le suore nordamericane trucidate per la loro scelta di campo con i poveri.

“Per amore del mio popolo non tacerò”, è la citazione biblica usata da Romero e poi ripresa da don Beppe Diana per denunciare il dominio mafioso dei casalesi che decisero di assassinarlo cercando di infangare il suo nome.

Questo gesto va quindi preso come un esempio e una sollecitazione estrema che vale nei confronti di una comunità più vasta chiamata a declinarlo politicamente. Come ha scritto ai tempi del fascismo don Primo Mazzolari, punto di riferimento morale di questa strana internazionale, che ai suoi confratelli diceva in sostanza: «A forza di star zitti la gente non ci ascolterà più, anche quando cambierà il regime, perché ci avrà annoverato tra i morti».

Il senso dell’iniziativa si misurerà quindi non dall’effimero tempo in cui la “non notizia”  passerà in qualche media, ma dall’effetto che riuscirà a far maturare nelle coscienze.

Lo testimoniano ad esempio don Virgilio Marone e don Mimmo Iervolino, giunti a Roma da Napoli assieme ad esempio di padre Alex Zanotelli: «Abbiamo aderito alla rete dei “preti contro il genocidio in Palestina e in Libano” per rendere visibile la nostra solidarietà a un popolo ingiustamente massacrato con il chiaro disegno politico di eliminarlo. E poi, siamo venuti a Roma per offrire il nostro contributo non solo con la presenza fisica, ma anche con idee e proposte concrete per invertire la tendenza che anche in alcuni settori delle chiese si sta facendo strada: la pace si può ottenere solo con la guerra. È terribile! Siamo fermamente convinti, invece, che la pace si costruisce solo attraverso percorsi di pace. E quindi è soprattutto il frutto di un “pensare” diversamente».

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