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Italia > Società

Missili e no, la resistenza degli studenti all’industria bellica

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Il Politecnico di Torino ha siglato un’intesa con la società italiana del gruppo multinazionale MBDA specializzato nella produzione di missili da guerra. L’opposizione ragionata di Alberto Polato, rappresentante della lista degli studenti Run Polito nel Consiglio di amministrazione della prestigiosa università

Manifestazione degli studenti del politecnico contro la ricerca ad uso bellico nell’occasione della visita a Torino del ministro degli esteri Antonio Tajani, 29 Aprile 2026 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Il Politecnico di Torino ha stipulato un accordo di partnership con la società MBDA Italia S.p.A. che, come avviene in questi casi, prevede la collaborazione nel campo della ricerca, sviluppo tecnologico, innovazione, didattica e formazione.

Una sorta di risposta esplicita alla domanda posta il primo maggio 2026 dal cardinale di Torino, Roberto Repole, sul futuro di quel territorio cardine del tessuto industriale italiano: vogliamo diventare la città delle armi? Certo! Dopo l’inaugurazione della sede della società collegata al Gcap, il nuovo caccia di sesta generazione, l’accordo strategico del prestigioso ateneo è avvenuto con una grande impresa che ha il pregio di superare ogni disquisizione sull’uso duale o meno della produzione.

MBDA Italia fa parte del gruppo europeo multinazionale, dove Leonardo detiene il 25% del capitale, che è specializzato in sistemi d’arma complessi, in particolare nel settore della missilistica anche ad uso nucleare.

Se la dirigenza del Politecnico voleva lanciare un messaggio dal chiaro valore politico, si può dire che lo ha fatto con decisione siglando un accordo strutturale con la società che è presieduta da Giuseppe Cossiga, già parlamentare di Forza Italia transitato in Fratelli d’Italia, che ricopre anche il ruolo di presidente dell’Aiad, dopo che Guido Crosetto, cofondatore di Fratelli d’Italia, ha lasciato il timone dell’Associazione delle imprese della difesa e dell’aerospazio, che fa parte del sistema Confindustria, per andare a ricoprire il ruolo di ministro della Difesa del governo Meloni.

Cossiga, laureato in ingegneria aeronautica, è figlio del noto ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, scomparso nel 2010. Una figura cardine della storia nazionale e da sempre molto attento al mondo della strategia militare e dell’industria delle armi, tanto da aver fondato nel 2009, assieme al generale Leonardo Tricarico e a Marco Minniti, allora parlamentare del Pd, la Fondazione ICSA, centro di ricerca nel campo della sicurezza nazionale ed esterna e della difesa strategica (Intelligence Culture and Strategic Analysis).

Minniti oggi è presidente della Fondazione Med-Or di Leonardo, che ha nel suo consiglio scientifico molti rettori universitari. Un dato da tener presente per capire quanto una certa “cultura della Difesa” sia diffusa trasversalmente tra la classe dirigente in Italia. Mentre sembra assente tra buona parte dei politici e della società civile, la strategia di Leonardo di puntare in via privilegiata nel settore degli armamenti.

Ma un ostacolo a tale corso degli eventi si è materializzato nel consiglio di amministrazione del Politecnico dove si è registrata una decisa opposizione da parte di alcuni suoi componenti nonostante il Senato accademico avesse dato il via libera, a livello consultivo, alla joint venture con MBDA.

Tra i voti contrari emerge la presa di posizione di uno dei rappresentanti degli studenti che per statuto è stato eletto nell’organismo accademico con potere deliberativo. Alberto Polato, 25 anni, torinese, eletto con la lista Run Polito, ha diffuso sui social un video dove ricostruisce la modalità del voto finale del CdA che ha dato il via libera all’accordo con un solo voto di scarto. Ne abbiamo quindi parlato con Alberto Polato per capire meglio le ragioni della contrarietà esistente tra gli studenti alla collaborazione nella produzione di armi.

Parlando a nome della lista studentesca che rappresenta, dimostra una chiarezza di analisi che è alla radice della sua presa di posizione: «Ripudiamo anche l’idea che Torino possa essere ridotta a una fabbrica di armi. Una maggiore produzione bellica non garantisce una difesa migliore, e le nostre esigenze di sicurezza meriterebbero un confronto autonomo rispetto agli interessi dell’industria militare. Il rischio che vedo è di alimentare tensioni internazionali sulle quali non abbiamo controllo, assecondando chi considera la militarizzazione l’unica prospettiva economica possibile per questo Paese e questo territorio».

Qual è l’oggetto dell’accordo recentemente approvato dal Politecnico di Torino?

Si tratta di un accordo quadro molto strutturato siglato con MBDA, azienda leader in Europa nella produzione di sistemi missilistici. Non è un’intesa ordinaria: parliamo di un finanziamento di quasi 3 milioni di euro, di cui circa 1 milione destinato a borse di dottorato. L’accordo comporta la condivisione della proprietà intellettuale su quanto prodotto da ricercatori e dottorandi, interventi nella didattica, uso condiviso di laboratori e infrastrutture, consulenze tecniche dei docenti e la possibilità di secretare molte informazioni. Inoltre, rientra in un piano di MBDA per radicarsi a Torino, dove prevede l’assunzione di 100 persone in tre anni.

Come si sono svolti i passaggi istituzionali e la votazione all’interno degli organi dell’ateneo?

In Senato Accademico l’accordo è passato con parere consultivo (8 contrari e 22 favorevoli). La decisione vincolante spettava però al Consiglio di amministrazione. Durante la seduta di CdA, il rettore ha portato la delibera al voto senza aprire un dibattito, pensando di avere i numeri sicuri. Non si era accorto, però, che uno degli 11 membri (il presidente dell’Unione Industriali) si era scollegato dalla conferenza on line due ore prima. Al momento della votazione, un docente ha espresso un voto contrario inatteso, determinando così la bocciatura della proposta (che per regolamento per essere valida deve avere 6 voti a favore su 11, ndr).

A quel punto il rettore ha annullato la votazione, ha fatto ricontattare il consigliere assente, ha trattato altri punti all’ordine del giorno e infine ha riproposto la delibera. Con il rientro dell’undicesimo componente, l’accordo è stato approvato risicatamente con 6 voti favorevoli, 4 contrari e un astenuto.

Qual è la rappresentanza studentesca nel Consiglio di amministrazione e come vi siete espressi su questa delibera?

Nel CdA ci sono due rappresentanti degli studenti su un totale di 11 componenti. Io rappresento la lista RUN Polito e ho votato contro. L’altro rappresentante studentesco si è invece astenuto, motivando la decisione con il fatto che riteneva troppo idilliaca l’idea di escludere del tutto la ricerca in ambito bellico.

Come inciderebbe l’accordo nel tuo percorso di studi e ricerca?

Frequento la laurea magistrale in Quantum Engineering. Il mio settore di studio riguarda la sicurezza informatica e la crittografia, ambiti nei quali l’interesse militare è molto forte.

Cosa è la vostra lista?

RUN Polito è un’associazione studentesca di sinistra indipendente attiva da circa 15 anni sia al Politecnico sia all’Università degli Studi di Torino, senza legami o finanziamenti da parte di partiti politici.

Quali sono le motivazioni di fondo che vi spingono a opporvi a questo accordo?

Contestiamo la crescente militarizzazione della ricerca e la presenza dell’industria bellica nell’università. Troviamo paradossale che l’ateneo accolga studenti internazionali da Paesi come l’Iran o il Pakistan e, al tempo stesso, collabori allo sviluppo di tecnologie belliche. L’industria delle armi è opaca per definizione e finisce per condizionare la produzione del sapere e l’ambiente accademico.

Space Festival : il team DIANA composto da studenti del Politecnico di Torino che hanno progettato Ardito il Rover per l’esplorazione di Marte. 22 maggio 2025 ANSA/TINO ROMANO

Cosa rispondete a chi argomenta che la ricerca militare sia necessaria per la difesa e la sicurezza nazionale?

Rispondiamo che l’università deve rimanere un luogo di trasparenza e condivisione della conoscenza, senza che vi si introduca una mentalità militarista o securitaria. Spesso dietro queste partnership vi sono enormi interessi economici e di profitto che vanno oltre la legittima difesa di uno Stato. Non vogliamo che le risorse, gli spazi e i laboratori del Politecnico vengano messi a servizio della produzione armiera.

Quali azioni intendete intraprendere per estendere il dibattito al di fuori del contesto universitario?

Vogliamo portare questo tema al centro del dibattito cittadino, coinvolgendo la società civile, la rete associativa come Libera con la quale collaboriamo e le organizzazioni sindacali. Inoltre, chiediamo il ripristino della trasparenza nell’ateneo, affinché docenti e studenti siano pienamente informati sulle decisioni strategiche prese dagli organi di governo.

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