Milano, ottobre 2026. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, commentando i gravi episodi di guerriglia urbana e saccheggi nel centro storico a Milano che hanno coinvolto anche ragazzini giovanissimi, ha definito queste devastazioni come «violenze esplose in modo inatteso da soggetti inediti», sottolineando anche che «occorre un’analisi intelligente e approfondita».
Il Capo dello Stato ha condannato fermamente la violenza, invitando a un’analisi profonda delle radici del malessere giovanile, evitando risposte puramente repressive. Mattarella ha inoltre sottolineato che la società non deve mostrare indifferenza verso le nuove generazioni, definendola una priorità istituzionale e sociale per affrontare il senso di insicurezza ed emarginazione dei giovani.
Quali i tratti inediti? L’uso dei social network per organizzare i raduni tramite un passaparola rapido su piattaforme come TikTok, che spinge all’emulazione di atti distruttivi; l’assenza di motivazioni politiche e il solo obiettivo del puro vandalismo e del saccheggio di negozi di marca.
Tutto questo ci fa riflettere sul fatto che davvero il fenomeno debba essere analizzato a fondo, concentrando gli sforzi su due fronti: capire da dove nasce il disagio giovanile e, allo stesso tempo, capire se c’è qualcuno che lo sfrutta per altri fini. Chiediamoci cosa cercavano questi ragazzi, davvero, tra le vetrine infrante.
C’è un passaggio della Laudato si’ (2015) in cui papa Francesco, con lungimiranza, denuncia le conseguenze sociali di uno stile di vita consumistico sfrenato. È un passaggio che merita di essere riletto integralmente:
«Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possibile che qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite. In questo orizzonte non esiste nemmeno un vero bene comune. Se tale è il tipo di soggetto che tende a predominare in una società, le norme saranno rispettate solo nella misura in cui non contraddicano le proprie necessità. Perciò non pensiamo solo alla possibilità di terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma anche a catastrofi derivate da crisi sociali, perché l’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca» (LS 204).
Il consumismo non è solo una scelta economica: è una pedagogia perversa che insegna che il proprio valore si misura in ciò che si possiede. Il marchio diventa l’unico linguaggio disponibile per dire «esisto». Ma è un linguaggio che lascia solo macerie.
Papa Leone XIV ha ricordato pochi giorni fa che sotto la corazza che tanti adolescenti costruiscono per non soffrire «si cela il desiderio di amare ed essere amati». Le famiglie ferite, le solitudini digitali, il senso di inadeguatezza, la paura di un futuro incerto: sono le crepe attraverso cui passa quella domanda di senso che nessuna sneaker può colmare.
Forse a questi ragazzi è mancato uno sguardo che dica loro: tu esisti, tu vali per quello che sei, non per quello che hai. E hanno usato l’unico linguaggio che la società sembra aver insegnato loro: il possesso, il marchio, il gesto eclatante. E per guarire da questa vera e propria malattia la punizione da sola non basta. Perché alla domanda di fondo — chi sono io? — non si risponde solo con una sanzione, ma con uno sguardo. È quello sguardo che troviamo in chi ci ama, soprattutto in famiglia e, spesso, anche in un’aula di scuola.
Voglio condividere un’esperienza fatta anni fa in una scuola a rischio di Palermo dove ho insegnato. Gli atti vandalici erano all’ordine del giorno e nessuno si curava di frenarli o di punire i colpevoli. Un giorno la situazione era diventata insostenibile e, quando ho visto l’ennesima porta ridotta a metà e una parete ceduta sotto i colpi dei banchi, ho pensato che, dato che non si riusciva a cambiare nulla, sarebbe stato meglio mollare tutto.
Entrando in classe avrei voluto gridare, ferita dall’impunità che aveva reso normali le violenze e dalla rassegnazione generale di fronte a tanta devastazione. Invece, all’improvviso, mi è tornata in mente una parola del Vangelo: «Beati i miti, perché erediteranno la terra». Da quella mitezza ostinata, che ho cercato di attuare mettendomi ancora una volta ad ascoltare e a ragionare con gli studenti, è nato un gesto semplice: i ragazzi della classe hanno chiesto di riparare (con l’aiuto di genitori e amici) e ridipingere la loro aula. E tutto questo a proprie spese.
Ci siamo organizzati e sono cominciati i lavori. Gli aiuti si sono moltiplicati. La tinta è arrivata gratuitamente dalla Presidenza, i bidelli hanno dato una mano e, in poco tempo, la classe è tornata come nuova. Chi passava chiedeva con strafottenza: «Ma chi ve lo fa fare?». Eppure, a dispetto di tanta tracotanza, gli studenti di altre due classi hanno voluto fare altrettanto. Allora, con i loro docenti, abbiamo insistito perché fosse dato un premio a queste classi, ma la nostra richiesta è rimasta inascoltata. Come non si puniva, neanche si premiava.
Ma, poco tempo dopo, la sorpresa. Esce infatti un bando di concorso promosso dal Centro Studi Cesare Terranova sul tema «Come arginare la violenza tra i giovani». In palio borse di studio di 1.000 euro per gli alunni e buoni libro del valore di 250 euro per i docenti coordinatori del lavoro.
Avevamo pochissimo tempo e l’ultimo giorno previsto per la consegna dell’elaborato mi sono fermata, a fine lezione, con sette alunni per scrivere quanto era avvenuto nella nostra scuola. Un testo semplice, scritto con il cuore, che raccontava il fatto e riportava i loro commenti. Alla chiusura della scuola, una telefonata. Era la responsabile del concorso che ci diceva che eravamo stati premiati e commentava: «Sono stati premiati solo i lavori che lo meritavano, la Commissione è stata severissima».
Ma quello che ci ha colpito di più è stata la motivazione, che vale più di mille slogan: «Il semplice, chiaro e significativo messaggio è quello di “Cambiare si può”, fatto attraverso l’esperienza vera di chi ha fatto e non disfatto». Era bello vedere come questi ragazzi di un quartiere così disagiato si erano appassionati al bene. Uno di loro, alla mia domanda «Pensi che riusciremo a rifare nuova la scuola?», ha risposto con un’ingenuità toccante: «Noi intanto abbiamo sistemato una classe; se ogni anno ci cambiano l’aula, in cinque anni ne risistemiamo 5».
Il Centro Studi aveva invitato alla manifestazione anche lo staff che ha catturato il boss Provenzano. Con parole toccanti hanno messo in luce l’importanza del lavoro di squadra, dei piccoli sacrifici quotidiani come la puntualità e l’attenzione al proprio dovere per ottenere i grandi risultati, dando il messaggio di credere sempre e comunque in quello che si fa, anche quando ci sono tutte le condizioni per gettare la spugna. Come ci ritrovavamo in queste parole!
Questa esperienza ha rafforzato in me la consapevolezza che lo sguardo di un genitore, di un insegnante, di un amico che non ci tratta come una fotocopia ma ci considera unico, insostituibile, può cambiarci la vita e trasformare ciò che ci sta attorno.
Come diceva Carlo Acutis, l’adolescente canonizzato nel 2025, «Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie». L’originale è chi scopre di essere unico, non perché si distingue per un marchio, ma perché la sua vita è un percorso che nessun altro può compiere al suo posto.
