Nandino Capovilla, parroco del quartiere operaio di Marghera a Venezia, è instancabile nel promuovere la conoscenza della vita delle comunità palestinesi che, nei territori occupati da Israele, cercano di rispondere ai soprusi rivendicando in maniera nonviolenta i propri elementari diritti.
Domenica 12 aprile ha fatto tappa a Ciampino, nella cintura metropolitana di Roma dove esiste una vivace rete sociale che ha dato vita, tra l’altro, al gruppo Ciampino per Gaza.
L’incontro La radice della guerra è stato promosso nel percorso avviato da alcuni cittadini di diversa provenienza accomunati dall’esigenza di dare spazio ad una narrazione alternativa e alle testimonianze credibili di ripudio della logica bellica.
Capovilla ha portato con sé un pezzo di ulivo proveniente dalla Terra Santa che ha fatto girare tra i presenti. Un quadrato pesante di legno con la pittura della “sacra famiglia” che secondo la tradizione transitò per Gaza nella fuga in Egitto per sottrarsi alla furia omicida di Erode.
È un legno, quello consegnato da don Nandino, che trasuda “sangue”: non di linfa, ma di una memoria sradicata. Porta in sé lo stigma della violenza dei coloni che abbattono alberi secolari per ferire l’identità stessa di un popolo, cercando di reciderne il legame con la terra.
Il prete di Marghera, racconta storie concrete. Ad esempio quella del villaggio di Aboud, crocevia di fede tra Ramallah e i checkpoint, dove le comunità cristiana e quella musulmana convivono sotto l’ombra lunga del muro di separazione eretto nel 2002 dalle truppe israeliane.
Anni fa, racconta Capovilla, Abuna (padre) Firas— predecessore di Abuna Hanna, la cui famiglia ha vissuto sulla propria pelle il dolore della terra violata — compì un gesto emblematico. Chiese alla famiglia di Hanna di donare alla parrocchia il tronco di un ulivo sradicato dai coloni, pratica comune adottata per cacciare i palestinesi dalla terra coltivata da molte generazioni.
Quel legno non è diventato cenere, ma l’ambone della chiesa. Oggi, da quel residuo di violenza, si proclama la Parola. Non è “resilienza” — termine ormai svuotato dal marketing sociale —, ma una scelta attiva di non farsi dominare dal male. Trasformare un segno di sradicamento nel basamento da cui si annuncia la liberazione è un atto di resistenza.
Nandino cita perciò ciò che hanno scritto i responsabili delle Chiese di Gerusalemme il 15 febbraio 2025: «Noi, vicini al nostro popolo vittima di una guerra non più ritenuta tale, diciamo: non rassegniamoci alla follia e alla crudeltà che hanno ridotto in macerie Gaza. Non c’è giustificazione per lo sradicamento di un popolo. Non arrendiamoci alla follia».
La geopolitica del dolore, afferma don Nandino, ci insegna che la guerra non esplode con il primo missile, ma è l’esito finale di un processo di “dissolvenza dei volti”. Come ricordato dal cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, nella sua lettera rivolta ai Mercanti di Morte, il conflitto inizia quando il fratello viene degradato a ostacolo, il povero a irrilevanza statistica, e la compassione a ingenuità.
Disumanizzare l’altro è il prerequisito logico del massacro. Quando il volto dell’altro svanisce, il “DNA della guerra” prende il sopravvento. Per contrastare questa deriva, dobbiamo imporre a noi stessi di tenere lo sguardo fisso sulla dignità altrui, impedendo che la propaganda la sfregi.
Don Capovilla non parla per sentito dire. Lo scorso 11 agosto 2025 è stato fermato all’aeroporto Ben Gurion per poi essere espulso da Israele perché considerato persona pericolosa per la sicurezza dello Stato di Israele. Il male, afferma Capovilla, possiede una sua architettura sistemica che lo rende apparentemente invincibile. Esso si regge ad esempio sulla manipolazione mediatica: il male fa rumore, annebbia la lucidità e trasforma il genocidio in una narrazione accettabile.
La risoluzione dei conflitti è, così, delegata alle armi, con tattiche atroci come il double tap — il secondo colpo sparato per uccidere i soccorritori — come accaduto nel marzo 2026 in Libano, dove Abuna Pierre di Klaia, parroco maronita, è caduto martire mentre prestava aiuto.
Capovilla collega questa asimmetria morale con quanto avvenuto il 26 marzo all’ONU, quando su proposta del Ghana, è stata votata una risoluzione storica che ha definito la tratta degli schiavi il “crimine supremo”. Stati Uniti, Israele e Argentina hanno votato contro mentre i Paesi europei tra cui l’Italia hanno scelto l’astensione. Nell’occasione un esponente del comando militare USA è giunto persino a giustificare l’orrore consumato sulla vita di milioni di persone ridotte in schiavitù affermando che quelle pratiche «all’epoca non erano illegali».
E oggi? Secondo Capovilla non possiamo restare spettatori di «un venerdì santo che sembra non finire mai». Siamo nel tempo del Kairos Palestine 2, il documento di resistenza non violenta che grida: “Adesso, non domani”. Il Kairos è il momento opportuno che ci strappa all’impotenza funzionale del sistema.
Occorre riconoscere che la nostra vocazione universale è l’amore e non la guerra. Il sostegno alla resistenza non violenta passa anche attraverso i gesti quotidiani promossi dal consumo critico e del commercio solidale: scegliere i datteri, le mandorle o il couscous delle cooperative dei lavoratori palestinesi della Valle del Giordano, invece che dalle reti di distribuzione della potenza occupante, non è un atto di carità, ma di giustizia politica.
Il primo documento Kairos, redatto nel 2009 da alcuni cristiani palestinesi è stato scritto per denunciare il sistema di apartheid invitando esplicitamente alla resistenza non violenta. Tra le azioni concrete suggerite resta centrale il boicottaggio dei prodotti provenienti dai territori sotto occupazione. La lettera originariamente si rivolgeva in particolare ai cristiani dell’Occidente che visitano la Terra Santa come pellegrini, chiedendo loro di non limitarsi a guardare le “pietre morte”, ma di denunciare le ingiustizie e offrire aiuto concreto
Il nuovo documento (definito Kairos 2 o “seconda lettera”) lancia un grido di perseveranza per il bene della terra e dell’umanità. Chiede alle comunità internazionali (non solo religiose, ma anche civili) di non restare indifferenti e di prendere una posizione politica chiara per sostenere chi pratica la resistenza non violenta.
Kairos Palestina, sottolinea don Nandino, è un appello alla coscienza globale affinché si riconosca la dignità del popolo palestinese e si agisca concretamente, attraverso strumenti non violenti, per porre fine all’oppressione e costruire una convivenza basata sul diritto.
