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Italia > Persone

Angelo Cavagna, alle origini del servizio civile

di Sabrina Magnani

La storia e le scelte del religioso bergamasco che diventò prete operaio, o meglio contadino, diventando uno dei promotori della nonviolenza e della realizzazione del servizio civile nato dall’obiezione di coscienza al servizio militare riconosciuta in Italia negli anni 70

Padre Angelo Cavagna a Barbiana (foto CEFA)

Il Servizio civile universale rappresenta «una delle principali espressioni dell’impegno civico dei giovani, attivo nei territori attraverso interventi sociali, educativi, ambientali e di inclusione, contribuendo quotidianamente alla coesione e al benessere delle comunità: tutto questo avendo sempre come faro il valore della nonviolenza e come obiettivo quello di costruire la pace». È questo il cuore della lettera che i volontari del servizio civile hanno scritto a inizio maggio sia al presidente Sergio Mattarella che al ministro della difesa Guido Crosetto in risposta all’invito, in occasione della festa della Repubblica del 2 giugno, a sfilare anche loro alla tradizionale parata marciando come i soldati dell’esercito. Chiara la risposta: potranno esserci a motivo del valore che le loro attività possiede per l’intera nazione ma camminando normalmente, come i sindaci e altre categorie di operatori, con una “passeggiata civilista” e non con una “modalità bellica”.

Questo episodio è sintomatico di una logica militarista dura a morire, secondo la quale la difesa della nazione considerata degna di essere esibita e prioritaria è solo quella militare, quando proprio l’art. 52 della Costituzione e successive sentenze correlate dichiarano che il diritto/dovere della difesa è di ogni cittadino e cittadina e contempla altre modalità.

Quello del servizio civile, e del suo significato culturale di cui è portatore, è una prassi supportata in Italia dalla legge istitutiva del 2001 come servizio obbligatorio e alternativo a quello militare e dalle sue successive riforme che ne hanno la decretato la natura di volontarietà – dopo il 2004 con la sospensione della leva obbligatoria in virtù della professionalizzazione degli eserciti (legge 226) – e di “universalità”, ma è anche una battaglia culturale che viene da lontano. La celeberrima lettera ai cappellani militari di don Lorenzo Milani del 1965 in cui dichiara che «l’obbedienza non è più una virtù» apre a una nuova fruttuosa stagione in cui sempre più giovani esercitano l’obiezione di coscienza affrontando anche il carcere e portando avanti una battaglia che approda al riconoscimento giuridico con la legge 772 del 1972. Tale legge prevedeva la scelta del servizio civile al posto di quello militare ma le condizioni non erano uguali, poiché la sua durata era maggiore, 18 mesi contro i 12 del militare, non era previsto una “diaria” giornaliera e le pratiche burocratiche erano lunghe e complicate.

È da questo discrimine che parte una seconda e ben più lunga lotta per il servizio civile. Tra i suoi principali protagonisti c’è un giovane sacerdote dehoniano, padre Angelo Cavagna, origini bergamasche come papa Giovanni XXII che nella Pacem in terris aveva posto le basi per un forte impegno per la pace. A due anni dalla sua morte, avvenuta il 28 aprile 2024, è uscito un volume che ricostruisce le principali tappe del suo impegno ma anche per rilanciare il tema del servizio civile come prioritario in un’epoca in cui la cultura militarista è così invasiva da entrare anche nelle scuole per rendere attrattiva ai giovani la scelta della professione militare. Padre Angelo Cavagna, profeta della pace e della nonviolenza è un “sussidio per la formazione degli operatori del servizio civile” e frutto di vari autori che come giornalisti, operatori del servizio civile nazionale, ex obiettori di coscienza, hanno condiviso l’impegno di padre Angelo e per questo consapevoli che il suo impegno ha portato a esiti ancora oggi attuali e molte sue osservazioni risultano ancora oggi profetiche.

Con un passato di “prete operaio” o, meglio, di “prete contadino” avendo scelto la campagna come luogo di lavoro quotidiano, padre Cavagna ha sempre mostrato una speciale capacità come formatore sapendo parlare ai giovani dei valori cristiani, della solidarietà e della pace. Da questa unione di passione per i giovani e per la pace fondò nei primi anni ‘70 il Gavci, una realtà di accoglienza degli obiettori che in oltre trent’anni ha aiutato centinaia di giovani a svolgere il servizio civile. Con loro portò avanti una battaglia per il miglioramento dell’obiezione civile che lo fece entrare in contatto con parlamentari di schieramenti trasversali e a utilizzare strumenti nonviolenti come il digiuno. Il suo procedere era fondato su un scelta valoriale che lui stesso definiva “radicale”, perché il Vangelo non lasciava dubbi sul rifiuto della violenza da parte di Gesù e sul fatto che un cristiano debba sempre attenersi al “non uccidere” e a non utilizzare la violenza nemmeno in contesti di difesa. Era pure molto chiaro in lui la necessità che una scelta soggettiva non rimanesse solo tale, ma dovesse innestarsi in una dinamica collettiva, diventasse cultura, con una propria legittimità e riconoscimento giuridico.

Delle mobilitazioni degli obiettori parlava in incontri pubblici e scriveva su Settimana, rivista del Centro Editoriale Dehoniano di Bologna, cercando di portare tali temi al centro del dibattito politico e dell’attenzione mediatica nazionale, spesso riuscendoci come nel caso dei “digiuni salvo la vita” e le mobilitazioni dinanzi al Parlamento.

La guerra nei Balcani dei primi anni Novanta segnò l’inizio di un ulteriore impegno, quello per la difesa popolare civile nonviolenta. Dopo la partecipazione, nel 1992, alla Marcia dei 500 pacifisti in una Sarajevo assediata per stare al fianco della popolazione vessata, padre Angelo consolidò la sua convinzione che solo con un serio progetto di difesa civile nonviolenta sia possibile creare un’alternativa reale in grado di contrastare efficacemente la logica della guerra armata. Tale difesa non militarista, avviata con progetti sperimentali come l’Operazione Colomba dell’associazione Papa Giovanni XXIII negli anni 90, poneva le basi per un servizio civile universale che padre Angelo promosse alacremente. La riforma dell’obiezione al militare del 1998, che includeva la richiesta di migliorie di cui era stato uno dei promotori, fu un traguardo importante ma che giunse tardi perché, dopo pochi anni, nel 2005, fu sospesa la leva militare in vista di un esercito professionale. E anche in questo caso non venne meno il suo impegno a scrivere e a evidenziare pubblicamente che la leva militare era appunto non eliminata ma “sospesa”, e quindi ripristinabile in determinate circostanze come minacce belliche o contesto interazionale che ne richieda il ripristino.

E qui sta una delle sue intuizioni più profetiche. Oggi che si torna a parlare di “leva” con accanto l’aggettivo “volontaria”, come proposto da alcuni leader europei come il cancelliere tedesco Merz, le osservazioni di padre Angelo risultano quanto mai attuali. Al grido di «the rich want war, the youth a future» [i ricchi vogliono la guerra, i giovani un futuro] sono stati infatti oltre 50.000 gli studenti e le studentesse scesi in piazza a marzo in Germania contro la nuova legge sulla leva dello scorso dicembre, che impone ai diciottenni maschi un questionario su competenze e disponibilità all’arruolamento e visite mediche dal 2027. Il servizio vero e proprio rimane su base volontaria ma il governo si riserva la possibilità di chiamare i coscritti se non si arriverà a 260.000 unità entro il 2035 (a metà 2025 le forze armate tedesche ne contavano circa 184.000), ponendo condizioni allettanti (alti stipendi, brevetti costosi gratuiti ecc.), ma il 63% dei giovani interessati rifiuta la nuova legge.

Il timore di una simile prospettiva rimbalza anche in Italia. Mentre i comuni sono chiamati ad aggiornare le liste per i nati nel 2009 nel caso in cui la leva debba essere ripristinata per emergenze eccezionali o stati di guerra, il governo conferma un attivismo militarista come dimostra la volontà più volte espressa dal presidente del senato Ignazio La Russa a promuovere la “mini-naja” volontaria di quaranta giorni, e le dichiarazioni del ministro della difesa Crosetto circa l’impreparazione del Paese in caso di attacco, segnalando una carenza di personale di circa 40 mila unità, che ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema della coscrizione obbligatoria.

La “generazione Z” italiana ed europea sta dunque seguendo le sollevazioni di un movimento globale contro un sistema in cui non si riconosce. Al contrario apprezza sempre di più il servizio civile: all’ultimo bando di inizio 2026 le domande nel nostro Paese sono state oltre 165 mila, peccato che i posti a disposizione siano meno della metà. Un esito che non giunge inaspettato, dal momento che fin dalla sua istituzione, nel 2001, le domande hanno sempre superato l’aspettativa. Non solo. A farne domanda e a svolgerlo sono sempre state in maggioranza le ragazze, segno che intendere la difesa del proprio Paese come cura di settori come la fragilità, l’ambiente e la promozione di una cultura del rispetto sia molto sentito dalle giovani donne. E anche in questo caso padre Angelo Cavagna fu un anticipatore quando nelle sue attività a favore dell’obiezione di coscienza si rivolgeva anche alle donne e formò un gruppo donne all’interno del Gavci. Nei suoi oltre venti anni di presenza la componente femminile ha sempre prevalso, con una media di circa 63%. E poiché chi lo fa è comprovato che trovi lavoro prima di chi non lo ha fatto, spesso trasformando in lavoro tale attività, diviene anche un volano di occupazione e sviluppo specie in ambito femminile.

Dunque, mentre il militarismo, in un’epoca in cui si moltiplicano le guerre, e la volontà di supremazia con la forza sembrano dominare, il richiamo dei volontari al servizio civile risulta quanto mai importante e la lezione di padre Cavagna quanto mai attuale.

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