La vita dell’autista di mezzi pubblici è complessa e rischiosa. È un mestiere che richiede abilità nel condurre un veicolo e attenzione costante verso chi utilizza questo mezzo di trasporto. Nel corso degli anni, ho incontrato un autista, Pietro, che mi è rimasto impresso perché ha reso il suo lavoro un servizio utile e prezioso. Perciò ho deciso di farvelo conoscere. Condurre un autobus in qualunque città, non è affatto semplice per la presenza di traffico, di automobilisti spesso indisciplinati, per la fatica dei turni di lavoro e per strade urbane con buche ed irregolarità del fondo stradale.
Quando ero giovane, per noi studenti, iscritti in varie scuole pubbliche o private e poi all’università, muniti di un abbonamento annuale, l’autobus era il mezzo più usato dovendo spesso correre da una parte all’altra della città che ci ospitava, in modo da poter seguire lezioni, corsi e conferenze. Inoltre, talvolta da Parma ci si spostava a Bologna, a Milano o in altre città per seguire il professore che ci invitava a conferenze o a lezioni speciali. Quante corse e quanti autobus presi al volo, in tutte le stagioni, con il sole o con la pioggia, quanti autisti di tutti i tipi: cordiali o riservati, gentili o scorbutici, ma tutti prudenti e capaci di guidare il loro mezzo senza farci correre rischi particolari.
Ho così conosciuto Pietro, autista della Tep di Parma, in un periodo difficile della mia vita. Ero lontana dai miei affetti e dalla mia regione, mi davano fastidio tante cose. Era come se mi trovassi all’interno di una stanza buia senza alcun riferimento. Quel giorno avevo lezione nel primo pomeriggio, l’autobus era pieno, ma ero riuscita a salire tra persone di tutti i tipi, ciascuno con il suo fardello e i suoi sogni. Trovai addirittura un posto proprio dietro l’autista. Ad un certo punto l’autobus si fermò: c’era un cambio di conducente. Un autista scese e salutò uno più giovane, che chiamò Pietro, con una pacca sulla spalla. E Pietro, prima di sedersi al posto di guida, si fece un segno di croce! Lo guardai a bocca aperta… quel gesto mi riportò indietro, all’infanzia. Avevo 4 anni quando mia mamma mi ha spiegato il senso di un segno di croce. «Con questo piccolo gesto, Anna, si apre il cielo. E tu ti affidi a tre Persone: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo. È una vera preghiera!».
C’era qualcosa di sacro in quella consegna preziosa, tutta la fede di mia mamma. Pur essendo piccola, ne colsi l’importanza. Così per iniziare la giornata o per un’impresa difficile, che richiedeva particolare attenzione o impegno, ripetevo quel gesto piccolo, ma prezioso! Poi crescendo lo avevo quasi dimenticato. Ora Pietro me lo riconsegnava intatto, col suo valore. Eppure nessuno se ne era accorto, l’avevo notato soltanto io. Al capolinea, durante la sosta, gli dissi grazie perché aveva illuminato la mia stanza buia improvvisamente. Diventammo amici. Da poco sposato, con un bimbo in arrivo, dalla Sicilia si era trasferito con la famiglia e due fratelli a Parma. Era contento di aver trovato quel lavoro.
Scoprii la sua disponibilità verso tutti, colleghi ed amici. Come autista si faceva in quattro per chi saliva sul suo mezzo: dava informazioni senza distrarsi nella guida, spiegava bene i percorsi da seguire, suggeriva qualche persona a cui rivolgersi in caso di bisogno. Ricordo come aveva consolato un anziano che si era accorto di aver perso il suo portafoglio al supermercato dove si era recato prima di salire sull’autobus. Aveva finito il suo turno, era sceso con lui, lo aveva fatto salire sulla sua macchina per andare insieme al supermercato. Ho poi saputo che il portafoglio era stato trovato e che l’anziano gli era rimasto affezionato per sempre.
Pietro era come una sorta di angelo, di guida attenta e silenziosa dei nostri viaggi quotidiani; con lui si era sicuri di arrivare in porto. Tanti passeggeri, come me, erano diventati suoi amici. E lui conosceva le storie e i sogni di ciascuno. Non affrontava soltanto il traffico insieme a noi, ma quasi la nostra stessa esistenza. A chi era in difficoltà, un po’ spaesato, e gli chiedeva consiglio, era lì pronto ad ascoltarlo e ad offrirgli aiuto. Ti indicava posti sicuri dove passare la notte o qualche giorno, appartamenti da condividere con altri, ti consolava per gli immancabili problemi di cuore, di lavoro o di scelta di vita. Ti diceva dove scendere, dove andare, le bellezze da visitare, i prodotti da gustare. Era l’unico autista che saliva in autobus con la sua amata Gazzetta di Parma e con Città Nuova, conosciuta 20 anni prima e mai più dimenticata.
Ora Pietro non c’è più, morto per un male che nessuno di noi è riuscito a sconfiggere con lui! Ma abbiamo imparato, grazie ai suoi insegnamenti, ad andare oltre l’apparenza. Ci siamo accorti che ogni autobus è un carico di vite e di mondi diversi, che per un po’ di tempo fanno un breve o lungo percorso insieme. Una volta in autobus ci si poteva anche innamorare. Oggi è solo cuffiette, visi bassi, occhi fissi sui cellulari, pochi sorrisi. Non ci si accorge se sale una nonna con un nipotino che strilla, bisognosa forse di uno sguardo, di un aiuto. Ora basta salire su un autobus per capire che l’uomo è un animale sociale, ma poco socievole.
Invece qualche anno fa, in un autobus quasi deserto, qualcuno veniva a sedersi proprio vicino a te per scambiare qualche parola ed iniziare una conversazione. Eppure qualcuno ancora c’è che non ha lo smartphone in mano e guarda fuori dal finestrino: è incredibile, ma vero! Qualcuno che come il nostro amico Pietro, sa guidarci a ritornare ad essere umani, ad incontrare fino in fondo alla loro anima, uomini e donne del nostro tempo per averne cura.
