L’Islanda è bella, ghiacciata, piovosa, solitaria. Il quarto film di Hlynur Pálmason, islandese molto presente ai festival, Cannes compreso, racconta un anno di vita in una famiglia. Lui lavora in un’azienda peschereccia, lei fa l’artista informale, hanno due bambini, una ragazzina adolescente, un cane. Di fatto marito e moglie dopo anni insieme si vanno separando, anche se spesso si ritrovano tutti a mangiare, fare escursioni, attività, lavori.
I ragazzini sono svegli, ingenui e curiosi, liberi di parlare di tutto: la vita scorre serena, ma il dolore della separazione è sullo sfondo e sembra non toccare i figli. Lui di fatto è sofferente, la ama ancora, la desidera, lei però si ritrae, è più dura. Lei cerca il successo come artista, che fatica ad arrivare.
La macchina da presa spia e insegue un anno di vita lungo le stagioni che si avvicendano veloci nella loro casa in campagna, fra boschi, galline, orizzonti. La natura segue il suo corso: ghiacciai, temporali, vette, prati, scogliere, cieli. Tutto si svolge con precisione serena e la fotografia sembra innamorata di un paesaggio così unico, misterioso.
La luce è un’altra protagonista del racconto: quella notturna e diurna, settembrina o primaverile, in essa agisce la vita del gruppo. La ragazzina è sensibile alla natura. Quando il padre ammazza il gallo aggressivo, lei ci resta male. «Da grande lo capirai», fa lui. E lei: «Io non farò mai quello che hai fatto tu uccidendo il gallo». Generazioni a confronto.
Il regista è bravissimo a raccontare con pudore, sensibilità e delicatezza la trama dei rapporti, l’amore che è in crisi fra gli adulti – lui dice agli amici «non so se mi separo o no» – e invece è solare fra i bambini. C’è una leggerezza che attenua il dramma nella fatica di ogni giorno, nella solitudine degli adulti – non solo la coppia ma “tutti” gli adulti –, e si riversa come luce nei figli, oltre il silenzio doloroso del padre.
Il tempo vola fra le luci che ora ardono e ora oscillano, affidando ai simboli i ricordi del passato, le ansie per il futuro, e il presente dolcemente triste. C’è amore in questo film, nella storia che si snoda e nel sentimento che non passa, ma rimane, in particolare nel padre, la figura più fragile, misteriosa e sensibile: l’amore resta, non va perduto, ben oltre le scelte di vita. Come racconta il film bellissimo, sincero, fatto di sguardi, occhi, risa, silenzi, senza melodrammatiche impuntature o cervellotiche analisi, ma nella semplice realtà di ciò che si vive per davvero.

Locandina del film
Il regno di Kensuke
Stupendo film di animazione diretto da Neil Boyle e Kirk Hendry, racconta la vicenda di una famiglia che, perso il lavoro, vende tutto e in battello farà il giro del mondo. Michael, il ragazzino, non è contento, sta solo con la cagnetta Stella, mentre i genitori e la sorella guidano l’avventura del tutto nuova. Durante una tempesta, il ragazzino e il cane scivolano in mare e si perdono. Si ritrovano, soli, su un’isoletta del Pacifico. Scopre che ci vive un anziano soldato giapponese, Kensuke, che si è rifugiato qui dopo la guerra in cui ha perduto la famiglia.
L’amicizia nasce e si sviluppa fra il vecchio e il ragazzo: imparano molto l’uno dall’altro, anche a difendere l’isola dagli invasori a caccia di ricchezze che distruggono la natura, una chiara nota ecologica.
Tenero e delicato, non nuovissimo nel soggetto, ma sempre attuale nel prezioso rapporto fra le generazioni, il film vede i genitori che salvano il ragazzino e l’arrivederci fra Kensuki e Michael, sullo sfondo di una natura salvata e di una famiglia ricomposta, proponendo l’importanza di tessere rapporti aperti e rispettosi con tutti, il creato compreso.
