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Cultura > I film della settimana

Fra passato e presente il cinema racconta

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Dalla commedia francese “I colori del tempo” al noir inglese “Delitti in famiglia”. Niente male per il week-end

Locandina del film “I colori del tempo”

Mai perdersi un film francese. I nostri cugini le commedie fini, stuzzicanti e talora commoventi le sanno fare. Dovremmo imparare da loro la leggerezza, noi italiani non sempre leggeri senza essere superficiali, anzi. Ecco allora I colori del tempo (La Venue de l’avenir) di Cèdric Klapisch, quello del pungente, campione d’incassi L ’Appartamento spagnolo, e anche quest’ultimo lavoro, presentato a Cannes, sta girando ovunque.

Questa volta la storia è di un gruppo di persone sconosciute fra loro che scoprono di essere cugini ed eredi di una casa ottocentesca in Normandia che la solita società immobiliare vuole acquistare per costruire la solita area commercial-turistica cementificata. Il film procede alla riscoperta dei cimeli della vecchia abitazione: cioè la storia di Adèle, vissuta tra fine Otto e inizio Novecento, emigrata per un certo tempo a Parigi dove conosce i giovani artisti squattrinati a Montmartre ricca ancora di mulini e di campi, ma anche i Café chantants e i locali annessi dove vive la madre.

Il gruppo di parenti è molto vario: dal professore di lettere al giovane video-fotografo che vive col nonno, alla donna in carriera in difficoltà amorose, al provinciale che coltiva le api e odia il cemento. Tutti soli, individualisti. Trovano anche un dipinto in casa: che sia di un Impressionista?

La narrazione si svolge su due specchi paralleli: da una parte le vicende della ragazza a Parigi e del suo incontro con personaggi come Monet, Nadar, Victo Hugo, e dall’altra le storie del gruppo attuale, confuso, drogato di social, privo di rapporti umani veri. Ma, grazie anche al coltivatore di api, imparano a socializzare, a riscoprire le radici, che hanno molto da insegnare, tanto che il giovane video-fotografo dirà: «Io ero uno che guardava sempre avanti, guardare indietro mi ha fatto bene».

E succede così nel racconto leggero, spiritoso, e anche commovente, dal ritmo lieve, dove il gruppo attuale riscopre la propria umanità e come le radici servano ad essere davvero sé stessi, certo grazie alla regia perfetta nei dialoghi e negli incastri delle scene con una squisita squadra attoriale.

Molto nel segno delle Ninfee di Monet che diventano il leit-motiv di parte del film e un luogo di bellezza dove potrebbe sbocciare l’amore autentico.

Locandina del film “Ricchi da morire”

Ricchi da morire – Delitti in famiglia

Cinico e irriverente, il film diretto con indubbio mestiere da John Patton Ford, è un remake del lavoro del 1949 dove un grandissimo Alec Guinnes interpretava ben 8 personaggi. Naturalmente non si può dire che esista un attore oggi come Guinnes perciò il film inanella il protagonista Becket (Glen Powell), il nonno cattivissimo Ed Harris, la sua aguzzina Julia e l’innamorata in un thriller acuto nei confronti del maschilismo. Già, perché il povero orfano squattrinato Becket, erede di una dinastia multimiliardaria che lo ha rifiutato, ha promesso alla madre morente di recuperare il suo onore diventando di fatto il re della dinastia. Come?

Ovviamente, Becket approfitta delle situazioni per eliminare via via i pretendenti-parenti con un progetto all’inizio vago e fortuito, sempre più senza sensi di colpa e schemi morali fino a diventare ricchissimo… e finire con una condanna a morte. Ci sarà, morrà davvero o arriverà un colpo di fortuna? Vedere il film per saperlo.

Quello che rende credibile il lavoro di un non-capolavoro è il ritmo frenetico delle vicende, la scommessa quasi impossibile del piano con la sequenza di bellissimi funerali all’aperto senza che la polizia ne abbia il sospetto (fino ad certo momento), e il sadismo di alcune donne, come Julia, ex amica d’infanzia di Becket che lo strumentalizza per i propri fini senza mai tentennare: una sorta di angelo vendicatore del maschilismo.

Già, perché i maschi non fanno una bella figura. Sono grotteschi: disadattati, stravaganti, disumani, anche se non tutti, pieni di soldi, di potere e di ignoranza. Che bella categoria! Anche Becket, a suo modo un vendicatore, ha il suo lato debole e fragile che Julia sa volgere a proprio vantaggio.

I personaggi maschili in verità rappresentano alcune varianti degli uomini privilegiati o scornati e sotto questo aspetto la maschera facciale di Glenn Powell funziona bene. Ma sono le donne a dirigere il tutto e anche l’ex povero lo imparerà. Un ultimo accenno: c’è pure un prete al quale Becket racconta in carcere la sua storia, che rimane, ovviamente, disorientato

Non eccezionale, ma a suo modo intrigante e perfino a tratti divertente.

Riproduzione riservata ©

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