A prima vista, la sua è una storia come altre: un giovane partito dal nulla, che tra mille alti e bassi arriva ad avviare un’impresa di successo. A ben vedere, però, la storia di Pietro Comper racconta qualcosa di più: non solo perché è stato tra i pionieri dell’Economia di Comunione (EdC), ma anche perché la sua vicenda ha sollevato, ben prima che queste diventassero materia di discussione, tematiche come la conciliazione tra famiglia e lavoro, il passaggio generazionale in azienda, l’immigrazione nel contesto del mercato del lavoro e la responsabilità sociale d’impresa. Una storia che Pietro Comper ha raccontato anche in un libro, Una vita fa – storia di un imprenditore (Passerino Editore 2024).
Pietro, sei nato in Trentino durante la Seconda guerra mondiale; hai fatto diversi lavori partendo da apprendista in una ditta che produceva pezzi di ascensori, fino ad entrare prima in società con il tuo titolare, e poi acquisire l’azienda. Proprio quando sembravi lanciato ad una carriera sfolgorante, Maria Pia, tua moglie, ti ha chiesto apertamente se avessi sposato lei o l’azienda, tanto più che nel frattempo erano anche nati i tuoi figli, Damiano e Nicola. Erano tempi in cui non si parlava di conciliazione famiglia-lavoro, tanto meno per gli uomini. Come hai reagito?
Mi sono reso conto che mi ero tanto dato da fare per ciò che genuinamente credevo avrebbe potuto far contenta mia moglie e garantirci una vita serena, ossia il benessere economico, e invece mi ero sbagliato. Ho sentito di aver fallito, e ho deciso con Maria Pia di fare un passo indietro dall’azienda, vendendola per mantenere “solo” il ruolo di responsabile di produzione. In effetti, vedendo che cosa è accaduto negli anni a diversi imprenditori di successo miei amici, separati dalla moglie, ho fatto bene.
La conciliazione tra famiglia e lavoro non è solo una questione femminile: è un chiedersi che cosa si vuole fare di quel che si ha, e fare una scelta di conseguenza.
Alcune persone hanno però approfittato di questo, e ti sei trovato senza nulla proprio nel momento in cui avevate una bimba in affidamento e un’altra in arrivo, Gloria. Ti sei rimesso in gioco in vari modi, chiedendo alla fine di essere assunto dall’azienda che tuo figlio aveva aperto con altri soci, la Tecnodoor (che produce porte industriali e civili), di cui sei poi diventato socio e che hai guidato con Damiano fino al pensionamento, quando la società è passata ai tuoi figli. Un esempio di passaggio generazionale: che cosa diresti a chi si trova ad affrontarlo?
Premetto che, per quanto un imprenditore debba essere fiero di ciò che fa, non ho mai spinto perché i miei figli seguissero le mie orme: è stata una decisione loro. È importante che un giovane, anche in azienda insieme al genitore, faccia tutto il suo percorso, da operaio fino a manager, così da capire davvero la vita del personale e il processo produttivo. Poi è importante non amministrare da soli, ma lavorare insieme: ammetto che per me a volte è stato difficile cedere il passo a Damiano, magari lasciarlo sbagliare, ma solo così si può cambiare il sistema interno aziendale e crescere.
In quegli anni hai conosciuto i Focolari, e hai assistito in diretta al discorso di lancio dell’EdC fatto da Chiara Lubich in Brasile nel 1991: cosa ha significato per te?
Ne sono rimasto folgorato e ho aderito con entusiasmo. Mi piace dire che l’economia civile e l’EdC hanno molte caratteristiche in comune, ma mentre l’economa civile opera solo nella sfera materiale, l’EdC tocca anche l’anima. Per me ha significato cambiare radicalmente il modo di vivere in azienda, perché fare EdC non significa solo dividere gli utili in tre parti – non necessariamente uguali, bisogna saper trovare ogni anno il bilanciamento ottimale –, ma darne una ai bisognosi: chi si trova in necessità non può aspettare sempre il 31 dicembre, l’EdC va vissuta ogni giorno a partire dall’interno dell’azienda. Come imprenditore, mi impegno a vedere i dipendenti non come lavoratori che mi portano reddito, ma come collaboratori a cui guardare con fiducia, liberi di dire la loro; cosa che peraltro è un vantaggio non solo umano ma anche economico, perché solo chi è libero di creare può portare innovazione.
Poi significa vivere in maniera diversa i rapporti all’interno e all’esterno dell’azienda: molti clienti sono stupiti dall’atmosfera che si respira da noi, dicono che sembra ci sia sempre festa. E in effetti le feste le organizziamo ogni tanto, nella nostra sede: si finisce prima il lavoro, ognuno porta qualcosa da mangiare o da bere, e si uniscono anche le rispettive famiglie. Questo ci consente di avere un momento per condividere le necessità di ciascuno o di altre famiglie del territorio, così da non aspettare appunto il 31 dicembre per fare qualcosa; e trovare soluzioni che vanno anche oltre il semplice contributo in denaro.
Per esempio, quando una dipendente ha detto di volersi trasferire per poter seguire il fidanzato, abbiamo organizzato tutto perché lei potesse lavorare anche a distanza e non perdere il suo impiego: è stato prima del Covid, e l’esperienza, che dura tuttora, ci ha consentito di essere già strutturati quando è stato imposto il lockdown. Sono nati rapporti umani profondi, e momenti commoventi.
Ti sei anche confrontato con la realtà dell’immigrazione quando, insieme ad altri, hai costituito una cooperativa per la formazione e l’inserimento lavorativo di giovani immigrati. Purtroppo l’esperienza si è poi conclusa, ma cosa ti ha insegnato?
Solo adesso, con le aziende in cerca di manodopera da una parte e i flussi di immigrati in arrivo dall’altra, stiamo iniziando a renderci davvero conto dell’importanza di questo tema.
I giovani immigrati sono in grado di lavorare quanto gli italiani, solo hanno bisogno di essere formati alle nostre realtà aziendali e alla vita in Italia: me lo ha confermato l’esperienza fatta a Fontem, la cittadella dei Focolari in Camerun, quando ho prestato il mio aiuto per ripristinare alcuni impianti dell’ospedale e due centrali idroelettriche: mi sono trovato a lavorare in un ambiente diverso. Quando siamo partiti, avevamo preso contatto con tutti gli amministratori locali, non per chiedere finanziamenti ma lavoro: tutti si erano detti disponibili, e anche l’ente Trentino Sviluppo ci ha messo a disposizione due stabili, uno per la formazione e l’altro per la produzione.
Poi però è cambiato il segno politico dell’amministrazione provinciale, che ci ha dato risposta negativa alla richiesta di dare anche solo un sostegno morale alle nostre attività, e quindi i sindaci si sono tirati indietro. La delusione è stata grande, ma anche la soddisfazione di aver aiutato con successo 11 giovani a trovare lavoro e casa, e di vedere che sono benvoluti nella comunità. Uno di loro ha anche portato in Italia il resto della famiglia e battezzato i suoi 4 figli.
Cosa dici ai giovani che si avviano sulla strada dell’imprenditoria, magari nell’EdC?
Già da alcuni anni vengo chiamato ad incontrare i giovani delle scuole superiori. Cerco di spiegare loro il sistema dell’EdC, di far vedere come sia un modello solidale non solo verso l’esterno, ma anche all’interno dell’azienda, che porta a non trascurare né la famiglia né i collaboratori. Più che di teorie economiche parlo della mia esperienza, e di come non sia stato il denaro a farmi felice nella vita. Anche scrivere il libro mi è stato utile nella misura in cui mi sono ricordato di tante cose belle e brutte vissute nella vita, ma viste come dall’esterno, allo specchio: questo mi ha dato una grande pace. Mi sono detto con serenità: “Così è andata, nel bene e nel male”; e mi sono reso conto che è qualcosa che posso lasciare ai miei nipoti, perché sia per loro di aiuto adesso.
Ci sarebbero tante altre cose, che nel libro non ho citato; ma chissà, ci sono altri progetti che bollono in pentola, per cui magari ritornerò a raccontare ancora la mia storia.
