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Cultura > Serie Tv

Storia della mia famiglia: un racconto della vita

di Edoardo Zaccagnini

È in onda su Netflix la seconda stagione della serie tv che già aveva riscosso tanti consensi in precedenza. Un racconto in cui continua a trasparire l’elogio della famiglia imperfetta, ma cosciente del suo valore

Storia della mia famiglia. Da sinistra: Cristiana Dell’Anna nel ruolo di Maria e Sergio Castellitto e Sergio Castellitto nel ruolo di Gaetano. Cr. Chiara Calabro/Netflix © 2026

Rieccoli, Ercole, Fausto, Lucia, Valerio e gli altri: tutti i protagonisti della serie Storia della mia famiglia. La seconda stagione respira su Netflix (come la prima) da qualche giorno, con sei nuovi episodi in aggiunta ai precedenti. E, diciamolo subito, non sfigura rispetto a loro.

Perché rimane l’elogio al concetto di famiglia imperfetta eppure coscienziosa del suo valore. Claudicante, fallace, eppure desiderosa di restare unita, viva, aperta ai suoi componenti di sangue e a quelli che in lei hanno cercato e trovato rifugio.

Tutto questo al netto dei temi cardine di un racconto che già lo scorso anno ha ricevuto consensi tra pubblico e critica: la malattia e la morte giovanile nella prima stagione. L’elaborazione del lutto nella seconda. Nella quale, oltre ai vivaci e noti Vanessa Scalera e Cristiana dell’Anna, Massimiliano Caiazzo ed Eduardo Scarpetta, si aggiunge un ottimo Sergio Castellitto, qui nei panni di un padre assente, discutibile per mille motivi. Eppure, conoscendolo, standogli addosso per tutta la stagione, se non da assolvere, da condire di attenuanti, perché il suo cuore, seppure a intermittenza, seppur contaminato da dannosa dipendenza da individualismo e irresponsabilità, quando decide di battere per gli altri non lo fa per niente male e si porta dietro tutti quanti.

Ha un’eco da commedia all’italiana, il Gaetano di questo Castellito, e qualcosa che rimanda ad Eduardo De Filippo. Come del resto – senza esagerare, senza voler azzardare paragoni, solo per dare l’idea dei toni e della direzione della serie – fa il personaggio di Lucia: quello di Vanessa Scalera, la madre. Non è un caso che entrambi gli attori abbiano interpretato i protagonisti in alcune delle recenti trasposizioni televisive dei capolavori del maestro napoletano, e magari hanno portato quel tipo di esperienza in Storia della mia famiglia. 

Dove in fondo c’è Napoli: non come sfondo geografico, visto che la serie è ambientata a Roma, ma culturale, visto che dall’ombra del Vesuvio arrivano quasi tutti i personaggi; e dunque un certo racconto della famiglia, unito a certa teatralità drammatico comica, capace raccontare con leggerezza il dolore e la vita nella sua complessità, hanno radici in quella tradizione drammaturgica.

Il punto è che i personaggi e le vicende di Storia della mia famiglia (prodotta da Palomar) non sono scritti male, anzi: la penna/ago di Filippo Gravino sa infilargli dentro quel sapor di umanità e quella quantità di spessore drammaturgico che staglia e distingue un racconto da tanti altri.

Se la serie ha saputo toccare – inizialmente – la vetta tematica, rischiosa e nobile, della morte (anche questa, a pensarci bene, profondamente partenopea), con il giovane Fausto (Scarpetta) che muore per un cancro lasciando due amati figli piccoli e tanto vuoto negli altri, ora, allo stesso modo, ragiona su come i familiari affrontano la dolorosa perdita di un giovane che era un inno continuo alla vita. 

Attorno a questi due grandi argomenti, come detto, il tema della famiglia e poi quella cosa che goes on nonostante tutto: la vita di ciascuno, nel suo rinnovarsi accidentato, sempre leggero e insieme drammatico. Qui narrato nel continuo oscillare tra dentro e fuori la famiglia, la cui natura sana, del resto, non è produrre prigionieri, ma preparare alla vita e offrire rifugio quando questa è troppo dura, e magari c’è bisogno di una pausa, una carezza, una parola.

Ecco, questo sembra esserci, tra falle e fragilità, in Storia della mia famiglia, tra guai e limiti di ognuno, tra sentimenti d’amore, scivolate fuori pista e ripetuti spruzzi di bizzarra normalità.

Ci mettono la volontà, quella buona, i membri della brigata. Nonostante le difficoltà che non gli impediscono di riunirsi davanti al dolore. Quello che torna ad affacciarsi nella nuova stagione con l’incidente capitato a Valerio (Caiazzo), affrontato insieme dentro una corsia d’ospedale.

Ogni personaggio affronta le cose dentro il suo romanzo di formazione, spesso sostenuto da vistosa energia, seppure a volte imprigionata tra cervello e cuore. Si avverte, tuttavia, e spinge alla vita senza la rinuncia dei protagonisti al faro di navigazione della famiglia, a volte in balìa delle onde lei per prima, ma non disfunzionale. Autoironica e capace di abbattersi, di dirsi cose anche dure, ma sostenitrice della felicità dei singoli. Felicità cercata e non trovata. Cercata ancora, con l’aiuto di un gruppo con cui spesso si sorride, mentre si toccano, non banalizzandole, corde centrali della vita.

Perciò, pur caratterizzata da temi limite – la morte e il lutto – Storia della mia famiglia racconta tanto la vita. 

Riproduzione riservata ©

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