Quanta paura si ha oggi della morte. Si dirà che c’è da sempre, ed è vero, ma attualmente il terrore è tale da non volerne sentir parlare. Si fa di tutto per rifuggirlo, abbandonandosi ad un presente narcisista, evitando frasi come “è morto”, per sostituirle con altre che sembrano meno forti come “è mancato”, “ è scomparso”, e così via.
Ma il film giapponese offre una diversa prospettiva di lettura. C’è un limbo ultraterreno dove i morti di ogni settimana vengono accolti in una struttura fatiscente da un altro gruppo di “defunti”. Alle loro anime viene concessa una settimana di tempo per scegliere il ricordo più caro da portare nell’aldilà. Nel frattempo, l’unico ricordo che il defunto rivelerà consentirà ai suoi “tutor” ultraterreni di filmarlo, rimettendolo fisicamente in scena e cristallizzandolo in una serie di immagini in movimento che supereranno il tempo ordinario, grazie alla capacità del cinema di rendere emotivamente presente ciò che è passato.
Il cinema, in definitiva, come mezzo per eternizzare il momento più importante della vita: l’unico ricordo, e forse non sempre un ricordo positivo. Un’operazione spiazzante per i nuovi arrivati, ciascuno dei quali avrà un tutor a cui racconterà — se vorrà, ma prima o poi dovrà farlo — la propria vita, scegliendo un “ricordo” che diventerà poi “terreno” per chi resta e che per lui sarà “eterno”.
È un’invenzione originale per proporre diversi tipi di umanità e far scorrere le loro vite davanti a noi: anziani, anzianissimi, giovani e giovanissimi, gente delusa o incerta o inconsapevole, persone che non sanno e non vogliono scegliere – come un giovane – , altre libere e felici con i fiori – un’anziana sorridente −, altri che hanno vissuto un matrimonio senza picchi di amore, altri come un giovane morto in guerra che riconosce nell’ex fidanzata la moglie di uno appena defunto.
C’è l’umanità in questo racconto onirico, certo, fantasioso, ma una parabola autentica e profonda sul “prima” e sul “dopo”. Infatti, la verità che il regista ci mette davanti è subito chiara: moriremo. E poi, quello che potremmo definire un “giudizio sull’anima” diventa un auto-giudizio solo per il fatto di dover tutto condensare in un ricordo. La scelta è difficile, rischiosa, tant’è vero che qualcuno non vuole farlo o teme di farlo. È una battaglia personale intima e forte che riassume la vita di ognuno nella verità, da cui non si può più fuggire.
Il miracolo è che il film scorre libero, fluente, senza pesare, con storie veloci che si intersecano in un’atmosfera ogni giorno diversa, anche per il clima esterno, tra piogge e nevicate che danno alla narrazione un tono dolce, misterioso e intimo. In questo spazio ciascuno risveglia la propria coscienza, si pone davanti a essa e si “giudica” attraverso quel ricordo che porterà con sé nell’eternità, un mondo di cui il regista non dice nulla.
Diretto con leggerezza e finemente interpretato, il film-metafora-verità ci interroga e ci sorprende; ci fa scivolare in una dimensione extratemporale che ci fa bene, come la nevicata consolante che trasmette un profondo sentimento di pace.
