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Italia > Prospettive

Lavoro e pace, un piano strategico per Torino

di Alessandro Svaluto Ferro

- Fonte: Città Nuova

Come e perché la diocesi del capoluogo piemontese si propone come luogo per affrontare la questione centrale del futuro di un territorio investito dal dilemma tra transizione ecologica ed economia di guerra: «Eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?». Il programma di una tabella di marcia verso il seminario di settembre “Se vuoi la pace, prepara la pace”. Seconda parte

Mirafiori Torino. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Nella prima parte di questo articolo già pubblicato si è evidenziato il ruolo strategico della politica per la sua capacità di attivare le leve necessarie alla costruzione della pace in un contesto democratico, evidenziando che l’umanità non può vivere di sola difesa: ha bisogno di un orizzonte politico e morale capace di sottrarre il rapporto con l’altro alla categoria del nemico

Accanto ai presupposti teologici ed etici della riflessione cristiana, vi è poi la forza dei dati di realtà. Possiamo davvero continuare a parlare semplicemente di “difesa”? E in quale misura armamenti come i sistemi aerei da combattimento possono essere qualificati come strumenti puramente difensivi?

Si potrebbe osservare che tutto dipende dall’uso che se ne fa. L’obiezione è pertinente, ma non risolutiva: una volta innescato, il conflitto eccede sempre le intenzioni originarie e sfugge strutturalmente a ogni piena governabilità.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento: numerosi dati mostrano come una quota significativa della spesa classificata sotto la voce “difesa” sia connessa anche all’esportazione di armamenti verso Paesi già coinvolti in scenari bellici, e non soltanto al sostegno della martoriata Ucraina.

Sul tema della legittima difesa, peraltro, la Nota pastorale della CEI si esprime molto chiaramente, ricordando con particolare attenzione anche le riflessioni derivanti dal Catechismo della Chiesa Cattolica. Tale testo, infatti, parla di «strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare» (n.2309), rivedendo profondamente i criteri legati alla teoria della guerra giusta. La riflessione morale, infatti, ricorda che l’uso della violenza a scopo difensivo può dirsi legittimo solo in presenza di un’aggressione in atto, quando si sia tentata ogni altra via per arrestarla e quando vi sia proporzionalità tra i beni da difendere e il danno arrecato: condizioni esigenti, raramente soddisfatte dai conflitti in atto.

I dati richiamati dal Sole 24 Ore e da diversi centri di ricerca risultano, sotto questo profilo, particolarmente significativi: nel quinquennio 2021-2025 l’export di armamenti è cresciuto di oltre il 150% rispetto al periodo 2016-2021, e più del 50% delle esportazioni è stato assorbito dal Medio Oriente.

Inoltre, l’Italia è passata dal decimo al sesto posto tra i maggiori esportatori mondiali, a conferma del fatto che una parte rilevante della produzione non è destinata soltanto alla difesa interna.

Un simile andamento conferma quanto la produzione economica tenda a orientarsi secondo logiche di mercato, convogliando investimenti nei settori in cui si aprono margini di redditività.

Le economie di guerra, in tale quadro, non costituiscono un’eccezione, ma possono anzi produrre profitti rilevanti, spesso concentrati nelle mani di un numero ristretto di grandi operatori.

Un ulteriore punto merita di essere sottoposto a esame critico: la retorica del dual use, secondo cui le tecnologie sviluppate in ambito militare produrrebbero, in un secondo momento, benefici trasferibili anche al settore civile.

In passato tale argomento è stato frequentemente evocato, ad esempio in relazione ad alcune innovazioni informatiche. Oggi, tuttavia, il processo appare spesso rovesciato: non di rado sono tecnologie nate in ambito civile a venire riadattate a finalità militari, come mostra in modo emblematico il crescente impiego dell’intelligenza artificiale nei conflitti contemporanei.

Resta allora una questione di fondo, che non può essere elusa: anche qualora il dual use producesse effettivamente ricadute positive, per quale ragione si dovrebbe ritenere accettabile che il progresso tecnologico transiti preliminarmente attraverso la sperimentazione bellica, con il suo carico di sofferenza, devastazione e morte?

È difficile non riconoscere, in una simile impostazione, un criterio profondamente problematico, nel quale il vantaggio di alcuni finisce per poggiare sulla violenza inflitta ad altri.

Il valore del lavoro nella dottrina sociale della Chiesa

Che i potenziali conflitti possano essere trasformati in occasioni di dialogo, mediazione e ricomposizione non appartiene all’ordine dell’utopia, ma a quello della storia. Lo mostra in modo emblematico la stessa genesi del processo di integrazione europea. L’Europa non è nata soltanto dalle macerie della Seconda guerra mondiale, ma anche dalla decisione politica di dare forma a una cooperazione concreta attraverso la CECA, con cui Francia e Germania — per lungo tempo potenze rivali — scelsero di porre sotto un’autorità sovranazionale la produzione del carbone e dell’acciaio, vale a dire precisamente le risorse che erano state al centro dei loro precedenti conflitti.

Non prevalse, allora, una logica punitiva, bensì un orientamento alla ricostruzione condivisa, all’accordo e alla concordia. La vicenda dell’integrazione europea mostra così che anche l’economia può essere ordinata al servizio della pace.

Non si tratta di una aspirazione generica, ma di una possibilità storicamente verificata. Non a caso, il magistero sociale della Chiesa ha più volte ricordato che lo sviluppo integrale costituisce l’altro nome della pace.

In questo orizzonte si comprendono anche le celebri parole pronunciate da Bob Kennedy nel marzo del 1968, all’Università del Kansas, dedicate alla natura dell’economia e ai limiti dei suoi principali indicatori quantitativi, a cominciare dal Pil.

«Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari».

Il richiamo a questo passaggio non è casuale, perché esso intercetta direttamente anche la questione degli armamenti. È indubbio che l’industria militare contribuisca ad accrescere il valore complessivo della produzione; ciò che resta decisivo, tuttavia, è l’interrogativo sul fine di quella produzione. Si può davvero identificare la crescita con una forma autentica di ricchezza?

Quel discorso di Robert Kennedy si inscriveva, del resto, in una riflessione più ampia sul ruolo degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, le cui conseguenze storiche restano tra le più drammatiche del secondo Novecento. In quel contesto, Kennedy richiamava l’urgenza di aprire negoziati seri come unica via ragionevole per uscire dal conflitto.

Il messaggio del card. Repole individua qui un punto di particolare rilievo: economia e lavoro sono ordinati al bene comune e alla pace, oppure rischiano di essere nuovamente assorbiti entro le logiche della guerra?

È possibile immaginare, anche per il territorio torinese, un modello di sviluppo capace di sottrarsi alla tentazione delle scorciatoie soltanto perché appaiono più immediate o più redditizie? Su questo punto occorre essere netti: non vi è alcun giudizio nei confronti di chi opera in questi settori produttivi.

Al contrario, sarebbe necessario aprire un confronto serio, libero da pregiudizi, con quanti vi lavorano ogni giorno. Nessuno chiede una chiusura semplicistica delle aziende; ciò che viene richiesto è piuttosto un’assunzione di responsabilità critica, soprattutto da parte di chi esercita funzioni decisionali, pubbliche e private.

Che l’economia possa essere effettivamente posta al servizio del bene comune non è una formula di principio, ma una realtà già visibile in molte esperienze imprenditoriali. Lo testimoniano numerose imprenditrici e numerosi imprenditori che, nella cooperazione, nell’agricoltura, nel settore metalmeccanico e in molti altri ambiti, operano ogni giorno con serietà per generare non soltanto valore economico, ma anche valore sociale.

Non mancano, infatti, imprese che, nei fatti, prendono le distanze dalla logica della guerra e si orientano invece verso quella della concordia. In questa prospettiva, e in continuità con l’invito al dialogo rilanciato dall’arcivescovo, la pastorale sociale e del lavoro può configurarsi come uno spazio capace di riconoscere, dare voce e rendere visibili quelle realtà economiche che, anziché produrre scarti, mettono in circolo ricchezza, legami, responsabilità e impatto sociale.

Affinché il lavoro possa esprimere fino in fondo il suo significato più proprio, occorre considerare non soltanto ciò che esso produce, ma anche la destinazione di ciò che produce. È questo il cosiddetto valore oggettivo del lavoro, richiamato dalla dottrina sociale della Chiesa, a partire dalla Laborem Exercens di san Giovanni Paolo II.

Non possiamo valutare la bontà di un’attività economica limitandoci alla sua dimensione quantitativa, cioè all’occupazione che essa genera, e trascurando invece quella qualitativa: quale lavoro offre, in quali condizioni e in vista di quali fini.

Non è possibile ragionare per compartimenti stagni, ma assumere uno sguardo più ampio, capace di tenere insieme lavoro, responsabilità sociale, qualità della produzione e destino umano dei beni che vengono immessi nella vita collettiva, secondo quella prospettiva del bene comune nella quale il lavoro si rivela sempre anche come compito morale e responsabilità verso gli altri.

In questo contesto si inserisce il percorso avviato da alcune settimane con le Unità pastorali, la Consulta delle aggregazioni laicali e le realtà laiche già impegnate sui temi della pace, per chiederci come oggi sia possibile fare in modo che “ogni comunità diventi casa della pace”.

L’itinerario si propone di comprendere e analizzare ciò che sta accadendo nel nostro territorio sul piano economico. Sulla base di tale impegno è in programma, a settembre 2026, un seminario interdiocesano tra Torino e Susa, intitolato “Se vuoi la pace, prepara la pace”, con laboratori dedicati a 4 temi: disarmo (economia e lavoro), pratiche di giustizia riparativa, educazione alla pace e promozione della democrazia come forma politica al servizio della pace internazionale.

Qui prima parte dell’articolo.

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