Nelle calura estiva e nella penuria di notizie degne di nota che da sempre contraddistinguono la stagione delle vacanze, il “Caso Report” tiene banco. Il giornalista Sigfrido Ranucci, titolare della redazione della Rai dedicata al giornalismo d’inchiesta, è sulla graticola: l’attentato contro la sua vita sembrerebbe essere stato organizzato dal suo collega-amico Walter Lavitola, da tempo iscritto all’albo dei personaggi che pescano nel torbido. Il problema è che i due si frequentavano assiduamente, e che il secondo pare fosse una delle fonti d’informazione principali di Report. Con che credibilità?
Di più, emerge una presunta candidatura di Ranucci a leader del “campo largo”, ipotesi tutta da verificare. Taluni sostengono che l’attentato sarebbe servito proprio per accreditare il giornalista con la patente di “uomo della provvidenza” per la sinistra in mal di leader, inviso ai servizi e alla politica della destra. E non manca neppure chi nota come lo scandalo sia scoppiato all’indomani della sentenza che sconfessava le inchieste di Report a proposito del caso Becciu, che Ranucci aveva impudentemente attaccato. Chiodo schiaccia chiodo, insomma.
La magistratura sta indagando, e speriamo che giunga a conclusioni chiare e inequivocabili, pur sapendo che l’inchiesta deve pescare nella palude. Inutile speculare mentre gli inquirenti sono al lavoro; ma farsi domande sull’attualità del giornalismo d’inchiesta nell’epoca digitale, questo sì, perché la rivoluzione numerica e gli strumenti tecnologici ad essa collegati hanno mutato radicalmente il campo di indagine e i mezzi per giungere alle conclusioni giornalistiche.
Pensiamo per un istante alla grande inchiesta svolta della redazione del Boston Globe sulla pedofilia perpetrata da membri del clero cattolico locale: decine di giornalisti per mesi spulciarono negli archivi della diocesi, poi misero in comune le loro note e arrivarono alle loro conclusioni, raccontate anche nel film Spotlight (che era anche il nome della squadra all’opera). Tutto ciò venne fatto ancora analogicamente (c’erano sì file Excel, ma nulla più), contrariamente a quanto poi è avvenuto per l’inchiesta nota invece come “Panama Papers”, che è stata resa possibile dalle registrazioni digitali, una mole di documenti che venne affrontata da una batteria di giornalisti internazionali, nel mondo intero, che lavoravano semplicemente dal loro computer. Dunque il digitale è entrato nel giornalismo d’inchiesta soprattutto come aiuto nella ricerca delle fonti, non solo scritte ma anche audiovisive.
Ma c’è un ulteriore elemento che è entrato in gioco, la capacità del digitale, in particolare con l’AI, di manipolare informazioni e immagini, e anche di formulare ipotesi e affermazioni infondate. Che, come sempre, dovrebbero essere verificate, ma che hanno la fragilità di non essere troppo spesso “umane”. Sì, il giornalismo d’inchiesta ha lo scopo di investigare direttamente sulle fonti, e di saper trovare il vero nella verifica di tante sorgenti informative, ma oggi il digitale ha moltiplicato a dismisura non solo le news ma anche il fake, il falso, rendendo sempre più difficoltosa la verifica.
L’ardua operazione-verità che è l’identità stessa del giornalismo d’inchiesta è stata ulteriormente affossata dall’atteggiamento di tanti, troppi giornalisti, che considerano le semplici ipotesi già come verità. Così l’AI prende il posto della verifica rigorosa, accontentandosi di avvelenare i pozzi delle informazioni o di offrire banalità indigeste. Sono ormai purtroppo numerosi i casi in cui anche stampa e tv, senza dimenticare la radio, e il web fanno a meno di verificare le parole e i fatti, e presentano come verità dei puzzle inesplicati di notizie non diligentemente investigate, talvolta pure accompagnandole con illegittime estrapolazioni di dati e fatti.
E allora, quel che potrà salvare il giornalismo d’inchiesta sarà in primo luogo la specializzazione dei giornalisti, l’onestà a tutto tondo dei reporter, la loro intelligenza al servizio della verità e anche la loro coerenza umana, non solo professionale. Ciò verrà in soccorso del giornalismo d’inchiesta, che resta il più delicato che esista, perché maneggia di continuo questioni eminentemente etiche. Sapendo che l’etica non è né di destra né di sinistra.
