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In profondità > Pellegrinaggio

Chi sono i “giusti tra le nazioni” oggi in Palestina e in Israele

di Paolo Zago

- Fonte: Città Nuova

L’incontro con tante persone che costruiscono la pace in tempo di guerra

Città Vecchia di Gerusalemme con la Cupola della Roccia. Foto di Lachcim Kejarko da Pexels.

Anche quest’anno, insieme a 16 pellegrini e volontari della Comunità pastorale di Gorgonzola, siamo andati in Terra Santa nei primi 15 giorni di agosto. Abbiamo incontrato le pietre fatte dai muri, dalle case, dai luoghi in cui è passato Gesù. Abbiamo incontrato le pietre vive dei cristiani del posto, le suore meravigliose che donano la vita per gli ultimi con una gioia contagiosa. Abbiamo incontrato la Parola sui luoghi in cui questa è stata annunciata.

Andare oggi in Terra Santa significa vedere con i propri occhi. Significa non fermarsi soltanto alle immagini che arrivano da lontano. Significa incontrare le persone, ascoltare le loro storie, pregare nei luoghi santi e comprendere che la terra di Gesù non è soltanto una pagina della Bibbia. È una terra viva. Ed è possibile andarci anche di questi tempi, senza alcun problema o restrizione. Ma due incontri mi hanno colpito in modo particolare, due incontri che mi hanno fatto toccare con mano che esistono ancora oggi dei “giusti” nelle nazioni, quasi icone viventi di quei “giusti tra le nazioni” che, all’epoca della Shoah, si sono adoperati per difendere i loro fratelli ebrei.

“Giusti” tra gli ebrei

Il primo incontro è stato con un gruppo di attivisti ebrei di una realtà che si chiama i “figli di Abramo”. Sono giovani che si adoperano per difendere i contadini palestinesi dalla violenza dei coloni israeliani che fanno di tutto per spingerli ad andarsene. Questi attivisti “figli di Abramo”, in nome della loro fede ebraica e in nome della loro umanità, si frappongono tra i coloni e i contadini palestinesi. Si mettono in mezzo, parlano con loro e con i soldati, cercano di convincerli a non attaccare, cercano di bloccare i violenti, subiscono spintoni, sputi, a volte bastonate. Anche le ragazze.

Questi giovani, che mettono a repentaglio la loro incolumità fisica per difendere i palestinesi dai loro stessi fratelli ebrei, sono oggi i nuovi “giusti tra le nazioni”. Cercano di difendere chi è più debole, chi è più povero, chi è sopraffatto, chi è oggetto di violenza. Cercano di educare ad una visione di umanità, di dialogo, di incontri. Cercano di sensibilizzare la gente, il popolo di Israele, su quello che sta accadendo in Cisgiordania, perché tanti ebrei che abitano per esempio a Tel Aviv neppure lo sanno, dato che i telegiornali ebraici non ne parlano. E nello stesso tempo cercano di operare concretamente per costruire, per essere operatori di pace nella situazione in cui si trovano.

Come al tempo della Shoah, coloro che chiamiamo “giusti tra le nazioni” si sono dati da fare per difendere anche soltanto un ebreo, questi giovani ebrei oggi difendono i palestinesi dai coloni violenti. Poche centinaia in tutto Israele. Ma che mettono a repentaglio la loro incolumità, senza paura degli insulti, delle accuse e delle percosse. Sono giovani che hanno fatto anche il servizio militare, e che proprio perché hanno visto le violenze che accadevano, e non per motivi di sicurezza, hanno cominciato ad essere attivisti di pace. Segno di un’umanità che sopravvive all’odio e alla violenza, “giusti tra le nazioni”.

“Giusti” tra i cristiani palestinesi

Il secondo segno che abbiamo incontrato è quello di alcuni cristiani palestinesi, a Betlemme, oggetto di sopraffazione e di violenza. Sono anche loro persone che vivono sulla propria pelle le conseguenze di questo lungo periodo di conflitto e delle tante restrizioni. Persone che hanno perso il lavoro, che hanno visto morire familiari senza poter accedere alle cure necessarie, famiglie che fanno fatica a immaginare il proprio futuro. Eppure, davanti alla domanda più difficile, «Non provate rabbia? Non provate odio?», è arrivata una risposta che mi ha lasciato senza parole: «Il Vangelo mi chiede di non odiare e di amare il nemico. Non voglio che possano vincere generando odio dentro di me». Parole che non cancellano il dolore. Non negano l’ingiustizia. Ma mostrano una forza diversa: quella di chi decide di non permettere all’odio di avere l’ultima parola.

Nasri e Gorgette, per esempio, ci hanno detto che cercano di non odiare, di amare in nome del Vangelo, anche se questo può sembrare impossibile, difficile, molto duro e assurdo in questo contesto. Anche loro, che vincono l’odio con l’amore, sono “giusti tra le nazioni”. E la loro testimonianza profuma di Vangelo puro. Uno degli attivisti ebrei, sentendo parole simili dal parroco di Taybeh, un villaggio interamente cristiano più volte assalito dai coloni israeliani, è rimasto affascinato e ha detto: «Se il cristianesimo è questo, è bellissimo».

La Terra Santa ha bisogno di essere sostenuta. Ha bisogno dei pellegrini (i cristiani sono gli unici che l’hanno abbandonata dopo il 7 ottobre 2023, cosa che invece non hanno fatto i pellegrini delle altre religioni, che affollano Gerusalemme come e più di prima). Ha bisogno che le sue comunità cristiane sappiano di non essere sole. Ha bisogno di persone che arrivino, preghino, ascoltino, conoscano, condividano e, quando possibile, offrano il proprio aiuto. Per questo sento di poterlo dire con convinzione: tornare in Terra Santa è possibile. E ci siamo accorti di non essere andati in Terra Santa come volontari e pellegrini per fare o per portare qualche aiuto, ma per ricevere: ricevere il dono di una fede pura e autentica, di un’umanità che nonostante tutto è più forte del male.

Sì, esistono ancora i “giusti tra le nazioni”: noi in Palestina e in Israele nell’agosto del 2026 li abbiamo incontrati!

Riproduzione riservata ©

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