Nella mia vita ho conosciuto tanti preti a servizio di chiese cattoliche nei paesini o nelle città in cui mi sono traferita, a causa del lavoro di mio padre o per decisioni familiari. Ne cito solo cinque, indimenticabili per vari motivi. Se penso a ciascuno di loro, nasce in me una profonda gratitudine che voglio esternare.
Quella del prete è una categoria spesso bistrattata, giudicata male o non trattata con il dovuto rispetto. Ne fanno parte uomini, che hanno scelto di essere sacerdoti. Ricevono così l’ordinazione sacra e hanno l’arduo compito di predicare la parola di Dio, di amministrare i sacramenti e di guidare la comunità a loro affidata.
Ad un prete si chiede molto, da lui si pretende tantissimo e si attendono forse quei miracoli che Gesù operava. In questo modo il rischio è che l’enormità delle attese diventi un peso gravoso, difficile da portare avanti.
Nella mia mente di bambina pensavo che Dio creasse i preti, le suore e che poi li mandasse sulla terra a rendere più buono il mondo… Crescendo, ho capito che non funzionava così. Sono in cammino come noi. Ci sono quelli semplici, colti, retorici, quelli che senti vicini e quelli più distaccati. Il prete è innanzitutto un uomo, una persona consapevole di non essere all’altezza del suo compito. D’altra parte noi credenti non dobbiamo correre il rischio di idealizzarli troppo né di ridurre il loro valore. Dobbiamo aiutarci reciprocamente a credere e a portare avanti la Chiesa sostenendoci a vicenda nella fede.
Il sacerdote è un mistero. Gli Angeli, per quanto importanti e cari a Dio, non sono in grado di assolverci dai nostri peccati e di riportare in noi la pace.
Ricordo don Antonio De Simone, a Tarsia (CS) dove ho abitato fino alla prima elementare. Era giovane, allegro, con una lunga tonaca nera sia d’inverno che d’estate. Veniva da Longobucco, un paesino nel cuore del parco nazionale della Sila greca, posto ricordato per le sue antiche miniere dove si estraeva l’argento. Don Antonio ci portava in chiesa e ci incantava con le storie bibliche che avevano come protagonisti: Abramo, Isacco, Giuseppe venduto dai suoi fratelli e poi divenuto importante vicerè di Egitto, Noè e la sua arca, Mosè e tanti altri. E poi Rachele, Sara, Ester, Rebecca. Avevano nomi diversi dai nostri, ma tutti coltivavano l’amicizia con Dio. La Bibbia era un viaggio avventuroso, non facile, ma lo iniziavamo seguendo le loro orme. Nascevano tante domande dalle nostre bocche. E poi quanti sogni la notte in un groviglio di bene e di male, di fedeltà e di tradimenti! Don Antonio era felice di quelle domande: sapeva ascoltarci, comprenderci e risponderci. Molto intelligente, mai adirato, testimoniava la sua fede.
Era povero, aveva un solo paio di scarpe, ma ci ha arricchito di Dio. Ci portava a casa sua per la merenda in un’unica grande stanza: noi tutti seduti su una cassapanca con i piedini che dondolavano. Abbiamo provato tanta gioia. Il nostro don ci preparava le castagne che gli avevano portato o le fette di pane abbrustolite. Non ci accorgevamo che il Signore forse lasciava tutto, attirato anche lui da quelle storie e da quel pretino, e abitava in mezzo a noi.
Quando avevo sette anni ci siamo trasferiti a Castrovillari (CS) perché mio fratello si era iscritto al liceo classico dove insegnava religione don Angiolino Filomia, il nostro nuovo parroco. Era responsabile del santuario della Madonna del Castello, tempio molto amato dai fedeli, dove vengono custodite preziose opere d’arte.
Don Angiolino divenne amico dei miei e poi, anche amico mio. Era di poche parole, di bassa statura, ma con un’imponente corporatura. Aveva una voce squillante e ci preparava a ricevere l’Eucarestia. Ci portava spesso dalla Madonna e diceva che Lei «aveva tutto ricevuto, tutto donato».
A quei tempi, il Catechismo presentava delle domande e delle risposte da imparare a memoria e si veniva interrogati. Don Angiolino ci spiegava quelle frasi teologiche con semplicità. Chi è Dio? «Dio è l’Essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra». Perché ci ha creato? «Per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per essere felici con lui per sempre in Paradiso».
Don Antonio e don Angiolino erano spesso stanchi e sudati, ma felici. Qualcuno diceva che il riposo del prete è il paradiso, ma in realtà, eravamo noi ragazzi la loro gioia, il loro ristoro e paradiso.
Nell’agosto del 2021 in un incontro sul percorso sinodale di tre giorni ho conosciuto a Cadine don Roberto Bobbio della diocesi di Piacenza. Sacerdote da 27 anni, vive l’unità con tutti nella neonata comunità pastorale, che riunisce varie parrocchie del territorio. Cordiale, sorridente, promuove il bene anche diffondendo Città Nuova e regalando l’abbonamento alle coppie che si sposano.
Vive con i più giovani e con i seminaristi, un’esperienza di formazione umana e spirituale. Don Roberto è il prete del mio presente!
Don Pietro Viola e don Dario Porta sono i preti focolarini, conosciuti a Parma nel 1974.Vivevano insieme nella Chiesa di Santa Maria della Pace, una parrocchia di 12.000 abitanti. Don Pietro, il parroco, alto, forte, intuitivo con un cuore che si buttava avanti, generoso ed impulsivo. Colto, sapiente, ma semplice nelle prediche fatte insieme ai numerosi bambini che sempre lo circondavano. Autore di libri.
Don Dario Porta, il vice parroco, alto, magro, con le orecchie a sventola ed un sorriso luminoso. Molto riflessivo, sapeva ascoltare, e con delicatezza, parlare. È stato proclamato Servo di Dio ed è in attesa di essere dichiarato santo.
Ho vissuto tante esperienze ecclesiali con loro fino a quando nel 1981 si sono offerti di prendersi cura delle parrocchie della montagna parmense, realizzando il desiderio del loro vescovo. Don Pietro e don Dario mi hanno insegnato nel loro essere uniti, nell’essere fratelli veri nonostante la loro profonda diversità, che insieme tutto si può ottenere.
Un buon prete basta osservarlo: il suo modo di vivere è la sua predica migliore.
