Maturità scientifica 1967, quella con ancora 5 prove scritte e 8 orali. Pomeriggio prima degli esami: siamo 5 o 6, i più bravi, dobbiamo organizzarci per il giorno dopo. «Noi mettiamoci vicini, è meglio» «E gli altri?», chiedo io. La risposta mi gela: «Che ci importa degli altri…, pensiamo a noi». «Io non ci sto ad abbandonare i compagni di classe». «Resterai da solo». «Non mi importa».
E da solo affronto gli esami; aiuto tutti quelli che posso, gli esami finiscono, ma per me è finita qualcosa di molto più importante: un’amicizia costruita in 5 anni nella stessa classe si è dissolta come neve al sole al primo ostacolo importante che la vita ci ha messo davanti. Resta la fede nelle scienze positive e comincia l’esperienza dell’università, facoltà di ingegneria chimica, considerata all’epoca la più “tosta” del ramo industriale.
Siamo nel ‘68, tutti parlano di politica, del sistema da abbattere, di lotta, di strapotere dei baroni universitari, di democrazia, di riforme e di esami da superare o superati, di appunti delle lezioni, di preappelli e appelli…e di niente altro. E quando c’è il cambio di aula, due fiumi di persone si attraversano nelle due direzioni del corridoio senza toccarsi, senza incontrarsi. E io con loro e come loro: mi vedo già come sarò fra qualche anno, magari prossimo alla laurea: come una maschera grottesca con alcuni tratti del volto enormemente sviluppati e tutto il resto microscopico, atrofizzato, disumano.
Dopo poche settimane smetto di frequentare i corsi, sono deluso e arrabbiato col mondo intero: crollata l’amicizia, crollate le scienze mi resta ben poco…ma Gesù arriva come un ladro di notte. «Mi hai sedotto, Signore, ed io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza ed hai prevalso…». La violenza, ovviamente, arriva per prima: accompagno mia madre in una cappella privata tenuta da una anziana donna in odore di santità. Mia madre inizia a lamentarsi di questo figlio scapestrato che non studia, è sempre nervoso, non va a messa la domenica ed è sempre più maleducato. Io, scapestrato, cerco di defilarmi, al che la santa donna inizia a urlare: «Acchiappate il peccatore!». Subito un certo numero di buone e brave donne di stazza notevole mi circondano e mi bloccano. «Portatelo da don Vincenzo», e mi trovo in una stanza con un sacerdote che, per un bel po’, ascolta un mio sfogo improvvisato in cui me la prendo, per dirla all’antica, con Dio, la Patria e il Duce; sono proprio arrabbiato…
Inizia la “seduzione”: mi sento a mio agio con lui, e quando mi invita ad andare ad un incontro di giovani non riesco a dire di no. Alcuni giorni dopo mi ritrovo a Napoli (vivo a Castellammare di Stabia, una città con un passato glorioso ed un incerto presente) in fondo ad una sala, seduto da solo a pensare ai fatti miei, completamente estraneo a quello che accade. Mi accorgo vagamente di alcuni ragazzi sul palcoscenico. Eppure c’è qualcosa di strano nella coreografia che ho davanti: quelli che non stanno parlando ascoltano quello che parla, e questo, in un febbraio ‘68 dove praticamente tutti parlano contemporaneamente e nessuno (me compreso) ascolta, è un’autentica novità. La cosa mi incuriosisce, forse mi conviene ascoltare.
Prendono a narrare un’autentica fiaba: una ragazza, Chiara, che durante la guerra a Trento inizia con alcune amiche una esperienza di Vangelo vivo che si diffonde rapidamente in tutto il mondo. E all’origine di tutto la scelta di un Dio che è Amore e Padre e tale si rivela in ogni piccola e grande occasione, al di là di ogni dubbio. Ascolto, incantato dalla gioia che vedo nei volti di quei ragazzi. E capisco, o meglio sarebbe più esatto dire “percepisco”, che tra loro è già reale la comunità iniziata da quella ragazza, una vera comunità cristiana.
Non ho obiezioni al cristianesimo, avendo avuta una formazione cattolica e conoscendo abbastanza bene la vita dei primi cristiani attraverso la filosofia, la letteratura latina ed i classici. Solo che per me è solo teoria; Dio è uscito dalla mia vita come un vestito troppo piccolo che ti si restringe addosso e poi cade in pezzi. Ed ora Dio si ripropone con la forza fresca della vita di tutti i giorni, come un’esperienza che ti può accompagnare attimo dopo attimo e colorare la tua vita. Meglio continuare ad ascoltare…
Uno di quei ragazzi, Oreste, racconta una sua esperienza: aveva un incontro importante ed un esame all’università altrettanto importante, nello stesso giorno. «Con gli altri amici abbiamo chiesto al Signore di risolvere questo problema; l’esame mi è stato anticipato ed io ho potuto partecipare all’incontro…». Non sono disposto a lasciarmi abbindolare così e reagisco dentro di me con un colpo di coda del mio io: che stupidaggini raccontano ora! Basta! Questi offendono l’intelligenza delle persone che ascoltano!
E per non ascoltare più mi metto a sfogliare un libricino che uno di loro mi ha dato qualche minuto prima. Alla prima pagina di copertina interna trovo la stessa esperienza appena raccontata, insieme ad esperienze da ogni parte del mondo. Ho una grande stima della carta stampata, forse perché l’unica cosa che so davvero fare è studiare e leggere, e so che si affidano alla stampa le cose cui si tiene veramente. E la “seduzione” riprende: e se hanno ragione loro? Se davvero Dio ci è vicino in ogni istante della nostra vita? La domanda è sconvolgente, ma lo è ancora di più lo scenario di vita che implica; tutto può e deve cambiare, tutto si può illuminare.
Ormai sono sconfitto, Dio entra nella mia mente e nella mia vita. Tornato a casa, è solo una questione di ore e prendo la mia decisione: anch’io voglio vivere come quei ragazzi, anch’io voglio scegliere Dio Amore come tutto della mia vita. (E posso testimoniare che, pur nelle inadempienze e nelle infedeltà dei miei 40 anni successivi, Dio ha risposto col suo amore al mio “sì” e mi è sempre stato vicino, in maniera speciale quando la vita sembrava portarmi lontano da lui: il senso di averlo scelto per sempre, anche se a volte si tratta solo del ricordo di una speranza, non mi ha mai lasciato. Mi ha “sedotto” ed è stato fedele).
Qualche settimana dopo: il mio primo esame universitario, “analisi matematica”, mica uno scherzo…il professore mi interroga in maniera aggressiva; nell’enunciare ogni definizione o teorema io gli rispondo allo stesso modo, con rabbia, per dimostrare che sono preparato e che non mi può trattare così. Un’ora di autentico alterco. Supero l’esame, non riesce a bocciarmi, ed io ho il mio primo voto sul libretto universitario…ma dove è finito il Vangelo che credevo di avere scelto? E vedere Gesù nel fratello? E l’amore che trasforma i rapporti sociali?
Ricominciare subito ad amare, inutile piangere sul latte versato, tanto più che fra pochi giorni ho il secondo esame. Ci siamo, la prova grafica è andata bene, comincia l’interrogazione. Mi convoca il docente considerato il più rompiscatole, la prima domanda. In un attimo realizzo che il solo modo di trovare un rapporto con lui è di rispondergli meglio che posso, ma per farlo contento, per amarlo facendolo sentire a suo agio. Dopo qualche minuto il professore mi chiede che scuola superiore abbia fatto, se mi trovo bene ad ingegneria, da dove vengo…ha probabilmente centinaia di esami da fare quella mattina e “perde tempo” ad interessarsi di me! Finisce tutto bene, con un buon voto, ma il vero esame per me è stato sulla carità, sperimentare la potenza diffusiva dell’amore.
Decido di andare a trovare i miei nuovi amici: il focolare si trova in un antico quartiere, a Pizzofalcone, in piazza Santa Maria degli Angeli, non lontanissimo dall’università. Finisco le lezioni alle sedici, alle diciannove prenderò il treno per tornare a casa… Mi accolgono come un vecchio amico; conosco Turi, Salvatore, Gegè ed altri. C’è qualcosa nell’aria che mi trattiene e non andrei più via. Finisco col prendere l’ultimo treno possibile per Castellammare, quello delle 23:20. Mi sono sempre chiesto cosa avranno pensato di questo ragazzo che si piazza lì e non si decide ad andare via…solo a distanza di tempo comprenderò che a incantarmi era la presenza di Gesù in mezzo a noi. Lui fa così, prima ti irretisce e poi si svela.
Ormai sono di casa in focolare; le prime volte mi preparo sempre una scusa per la mia andata, ma poi, visto che nessuno mi chiede mai cosa ci faccio lì, non mi serve più. Mi invitano a passare una giornata con loro a Santa Anastasìa, una domenica mattina. Riesco a scoprire da solo il luogo dell’incontro e alle 7 sono sul posto. Non trovando ancora nessuno, aspetto con il timore di aver capito male. Arrivano quasi alle 11, rivoluzionari sì, ma il Dna è targato Napoli…
E autenticamente napoletani si rivelano Carlo “Che Guevara”, Roberto, Peppino, Ciro, Sandro, Elio, Gino, Oreste, Salvatore, Gegè, Rino, Lorenzo (anche lui di Castellammare come me). Con loro, i focolarini: Turi, insegnante di matematica e fisica; Sergio, rappresentante di Città Nuova; Josè Enrique, brasiliano, insegnante di religione e studente di lingue orientali; Cosma, maestro elementare; Pino, prossimo a diventare medico; Michele, nobile napoletano ed avvocato…tutti così diversi l’uno dall’altro, tutti così simili nel modo di creare quella “strana atmosfera” che non finisce di incantarmi. Fra loro, e con loro, gap generazionali e differenze sociali non hanno senso.
Congresso Gen 1968 a Rocca di Papa, alloggiamo in una tendopoli del parco del Centro Mariapoli, proprio dove ora sorge la casa di Chiara. Ragazzi di tutto il mondo, tanto colore, tanta musica…e soprattutto c’è Chiara che ci propone di essere la seconda generazione del Movimento dei Focolari, la seconda generazione di figli suoi. Non so quanto capisco di quello che viene detto, ma voglio seguirla nell’avventura dell’amore, e poi mi trovo bene in quella folla…ci consegna la bandiera del Movimento Gen, «che tutti siano uno» scritto su un lato e «Gesù Abbandonato» sull’altro.
Ascoltiamo una registrazione di un suo intervento il giovedì santo precedente, in cui ci chiede di dare il cuore a Gesù proprio mentre è sulla croce, di innamorarci di lui abbandonato, di sceglierlo per sempre: probabilmente il mio amore per Gesù nasce veramente in questo momento, anima, cuore e mente vincolati per sempre ad un disegno di amore universale…e poi c’è Chiara a garantire! Certo avrò bisogno ancora di tempo per metabolizzare questa “cura ricostituente”, ma una cosa è certa: voglio amare!
1969, nuovo Congresso Gen. Ormai “pratico” della vita dell’Ideale, non mi attendo sorprese. Pochi giorni dopo la Mariapoli all’Aquila, nell’intermezzo a lavorare come un facchino per raccogliere carta straccia da rivendere e pagare la Mariapoli per me e per i primi gen della mia città. Arrivo stanco morto; mi viene affidato un gruppo di giovani da seguire; negli intervalli faccio il fotografo ufficiale della manifestazione; la sera tardi ci si ritrova con i vari capigruppo per fare il punto della situazione…eppure sento che questa è vita, e la stanchezza che mi porto addosso significa che amare oltre ogni limite è la vera rivoluzione.
Una focolarina parla alla Mariapoli della chiamata a seguire Gesù, un’autentica coltellata per me. Circa 1200 persone contiene la sala, ma sembra che ci siamo solo io e lei che mi parla. Gesù mi chiama…(C’è un errore: la stanchezza ti sta giocando un brutto scherzo…cerca di ragionare…chi credi di essere?…figurati se Dio chiama proprio te), e intanto lei continua: «…se tu mi vuoi, Gesù, chi ci guadagna sono io e non posso che dirti di sì…».
Applico la “tattica gen” con Dio: mi dimentico di tutto e mi butto ad amare senza pensare a quel tarlo segreto che mi porto dentro; soprattutto non dico niente a nessuno. La Mariapoli volge al termine, ultimo saluto, un’aria di festa che si taglia a fette, ed io col mio segreto. «Dio ama le anime generose» mi ritorna nell’anima: e allora ti dico di sì, voglio seguirti dove solo Tu saprai condurmi. E quel sì pronunciato nel silenzio e nel segreto del mio cuore mi legherà per sempre a Lui e mi accompagnerà tutta la vita.
Ma forse mi merito un regalo di fidanzamento: fammi capire: sto sbagliando tutto o davvero mi vuoi solo per te? E proprio allora, fuori programma, Turi legge una meditazione di Chiara: «Ecco la grande attrattiva del tempo moderno…». Dio non si è lasciato vincere in generosità e mi presenta la mia strada, la strada di Chiara. Quella strada che, pur tra eventi i più diversi, continuerò a sentire mia…ma questa è un’altra parte della mia storia.