Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale nei prossimi mesi El Niño potrebbe rafforzarsi fino a raggiungere livelli di rara intensità. Con temperature superficiali dell’Oceano Pacifico superiori di oltre 2°C rispetto alla media stagionale, questo fenomeno climatico altera la circolazione atmosferica spostando le precipitazioni: alcune regioni diventano più aride, altre più piovose. Sebbene questi eventi siano ciclici, a preoccupare stavolta è il contesto già mutato a causa del riscaldamento globale.
I ricercatori del World Resources Institute temono che se dovesse svilupparsi un Super El Niño, i primi settori a subirne gli effetti sarebbero l’agricoltura e le risorse idriche. El Niño nasce nell’oceano, ma i suoi effetti si propagano ben oltre il Pacifico, influenzando gli ecosistemi marini, le economie costiere e la vita di milioni di persone. Quando le acque superficiali si riscaldano oltre la norma, rallenta il cosiddetto upwelling, ovvero il processo che porta in superficie le acque profonde, fredde e ricche di nutrienti, alla base di alcuni ecosistemi marini fra i più produttivi del pianeta. Tra questi c’è quello dell’anchoveta, l’acciuga peruviana, che nutre un mercato ittico tra i più importanti del mondo. Durante gli episodi più intensi di El Niño, i banchi di questi pesci migrano verso acque con temperature più favorevoli mettendo in difficoltà l’intera filiera: dalla produzione di farina di pesce al sostentamento delle comunità costiere. Ma le conseguenze del fenomeno non si fermano al mare.
Alterando la circolazione atmosferica, El Niño modifica la distribuzione delle precipitazioni e può innescare siccità prolungate e piogge torrenziali. A differenza di altri fenomeni climatici, il suo andamento, spiegano gli scienziati, può essere monitorato con mesi di anticipo. Questo consente ai governi e alle organizzazioni internazionali di prepararsi e prevenirne gli impatti. È quanto ha fatto la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ndr) durante l’episodio climatico del 2023-2024, sostenendo i Paesi più vulnerabili con interventi che andavano dai sistemi di irrigazione agli aiuti economici alle famiglie a rischio. In molte aree agricole l’agenzia ha inoltre distribuito sementi resistenti alla siccità e capaci di adattarsi all’imprevedibilità delle stagioni.
Storicamente El Niño ha ridotto la produzione agricola soprattutto nelle regioni a basso reddito, dove le coltivazioni dipendono dalle piogge stagionali e l’insicurezza alimentare è già una realtà. In questi contesti un raccolto compromesso significa spesso maggiore dipendenza dalle importazioni. L’Africa australe ne è un esempio: durante diversi eventi di El Niño, molti Paesi hanno registrato forti perdite nella produzione di cereali, compensate solo in parte con l’aumento delle importazioni.
Oggi, però, gli esperti temono conseguenze ancora più gravi. Dopo anni di temperature record i suoli sono più poveri e più aridi e l’impatto di un eventuale Super El Niño potrebbe far calare ulteriormente i raccolti. Nemmeno le regioni destinate a ricevere più pioggia sono al sicuro. Come mostra uno studio pubblicato su Nature, precipitazioni più abbondanti non si traducono necessariamente in una maggiore disponibilità di acqua per i terreni. Se concentrata in pochi episodi molto intensi, infatti, l’acqua tende a defluire rapidamente o a provocare alluvioni, invece di penetrare nel suolo e alimentare le riserve idriche. Gli effetti di El Niño sulla produzione agricola diventano evidenti tra 6 e 12 mesi dopo il picco del fenomeno, al momento dei raccolti. I mercati, però, reagiscono molto prima: basta il timore della scarsità di un bene perché i prezzi inizino a salire.
Se un eventuale Super El Niño dovesse ridurre in modo significativo la produzione agricola mondiale, il contraccolpo sarebbe un aumento dell’inflazione, che colpirebbe soprattutto i Paesi più poveri, dove il cibo rappresenta ancora la quota più elevata della spesa familiare. Ad aggravare lo scenario si aggiunge la geopolitica. Le tensioni sui mercati internazionali causate dalle vicende dello Stretto di Hormuz hanno già contribuito a rendere più costosi e meno disponibili alcuni prodotti essenziali per l’agricoltura, come i fertilizzanti.
Anche l’energia svolge un ruolo centrale: il carburante è necessario in ogni fase della filiera alimentare, dalla produzione dei concimi al funzionamento dei macchinari agricoli, dall’irrigazione al trasporto verso i mercati. Se i costi dell’energia e dei fertilizzanti continuassero ad aumentare, molti agricoltori sarebbero costretti a ridurre gli investimenti e a rinunciare a parte della produzione. Per i mercati questo significherebbe una minore offerta e, di conseguenza, una maggiore pressione sui prezzi. Con il sistema alimentare globale profondamente interconnesso, quando una crisi colpisce una grande area agricola, le conseguenze si propagano a migliaia di chilometri, modificando sia il costo che la disponibilità degli alimenti.
La cooperazione internazionale diventa quindi essenziale: proteggere un Paese in crisi significa evitare che un problema locale diventi globale. La risposta, però, non può limitarsi alla gestione delle emergenze ma deve intervenire sulle cause strutturali che rendono fragile il sistema alimentare mondiale. Secondo gli esperti del World Resources Institute, le priorità sono chiare: ridurre le emissioni di gas serra legate all’agricoltura e alla deforestazione, aumentare la produttività senza estendere ulteriormente le superfici coltivate e diminuire gli sprechi lungo l’intera filiera alimentare. Gli studiosi richiamano l’attenzione sul crescente impiego di terreni agricoli coltivati con mais, soia e canna da zucchero ma destinati alla produzione di biocarburanti come etanolo e biodiesel. In un contesto segnato da eventi climatici sempre più capaci di mettere sotto pressione i raccolti, la competizione tra uso alimentare ed energetico delle colture potrebbe diventare un nodo delicato, con implicazioni economiche, ambientali e sociali.