Basta seguire le miriadi di iniziative dove interviene il presidente nazionale Emiliano Manfredonia per capire che le Acli non si mimetizzano in mille distinguo quando c’è da prendere una posizione chiara sull’egemonia della cultura di guerra che prepara il riarmo in atto in Europa.
L’organizzazione delle lavoratrici e lavoratori cristiani ha girato quasi tutta l’Italia nel 2025 con la carovana “Peace at Work – L’Italia del lavoro costruisce la pace” per promuovere i valori del lavoro, disarmo e giustizia sociale che vanno tenuti sempre assieme. Non possono perciò non trovarsi in prima fila nella riflessione aperta dal cardinale Repole di Torino che ha posto la questione sul destino della città di fronte al dilemma tra diventare un hub strategico della produzione di armi o riscoprire forme di economia sostenibile in grado di non scindere la pace dal lavoro.

Emiliano Manfredonia ( al centro) Foto Acli
Ne parliamo quindi con Stefano Tassinari, piemontese doc e aclista per definizione. Attualmente segue per il Forum nazionale del Terzo Settore il tema della pace (ma qui risponde a titolo personale), dopo aver a lungo ricoperto l’incarico di vicepresidente nazionale delle Acli.
Un giusto interlocutore per parlare di Torino quale luogo emblematico delle scelte decisive che attendono il nostro Paese in questo momento storico.
Come hai reagito alla lettera aperta scritta dal vescovo Repole per il primo maggio?
Con grande, grande gratitudine. Il fatto drammatico è che ci stiamo abituando tutti alla guerra. In Ucraina il conflitto c’era già dal 2014, idem l’annessione russa della Crimea e nel 2016 Leonardo promuoveva affari coi russi dopo che nel 2015 Vladimir Putin era stato accolto sul tappeto rosso dell’Expo di Milano, anche per capire come continuare ad avere accordi economici. Dov’era chi oggi si scandalizza al solo parlare di diplomazia?
L’assenza di una vera politica delle relazioni internazionali, che ponga limiti agli affari rende la produzione di armi oggi ancora più pericolosa, rischiando di cogliere il Paese e la stessa città passivi e senza la capacità di immaginare alternative civili.
Le Acli fanno parte della rete europea di Stop Rearm Eu. Perché ?
È assurdo che molti europeisti avallino un riarmo che non è affatto europeo, ma delle singole nazioni, soprattutto della Germania che vede un partito nostalgico del nazismo primo nei sondaggi, mentre l’Osservatorio sui Conti Pubblici della Cattolica, coordinato da Carlo Cottarelli, ha dimostrato che in Europa spendiamo già in difesa il 58% in più della Russia. Sarà la morte definitiva di una politica estera comune. Manca l’umiltà di riconoscere che la guerra è tornata in Europa appena caduto il Muro di Berlino, dopo la più grande occasione persa della Storia in nome degli affari. Inoltre, se prevale il produrre armi è difficile che l’economia sostenga risoluzioni dei conflitti; lo ha sottolineato anche Lucio Caracciolo. Il commercio di armi erode la credibilità della politica e normalizza i rapporti con regimi autoritari. Assicuriamo forniture belliche e stipuliamo accordi industriali con il regime turco, che mantiene una “guerra fredda” interna alla NATO (Cipro) e gestisce, con i soldi della Ue, flussi migratori con barriere disumane. Con l’Arabia Saudita, monarchia dispotica in guerra, che viola i diritti umani e civili. Abbiamo accordi commerciali e tecnologici con l’Azerbaijan, coinvolto in operazioni di pulizia etnica contro gli armeni nel Nagorno Karabakh. È inoltre inaccettabile il mancato stop alla collaborazione sulla Difesa con il governo israeliano. Solleva interrogativi profondi il ruolo israeliano sulla cyber-security italiana.

Panorama di Torino Foto Foto di Luca da Pixabay
Esiste un’alternativa industriale per Torino che non sia legata al settore bellico?
Certamente. Torino e il Piemonte hanno tutte le qualità per affrontare sfide industriali diverse. Resta culla del fare impresa e innovazione. La riconversione non è un’utopia, ma un’eredità non raccolta. Già nel 2000, con il sindacato e la pastorale del lavoro si indicò la mobilità sostenibile come la naturale evoluzione del fare auto. Il problema è di tensione politica complessiva.
Cosa ostacola tale alternativa?
Il vero ostacolo al cambiamento è la struttura del potere in generale e, anche nella città, la concentrazione delle decisioni che contano. Nel 2000 Bruno Manghi rispose ad una domanda della Chiesa torinese (“Chi prende le decisioni?”): “poche persone”. Permane un’élite ristretta che sulle decisioni più cruciali non accetta partecipazione. A differenza della Francia, ad esempio, dove le grandi infrastrutture come la TAV sono state oggetto di negoziazioni con i territori, a Torino la decisione calò già presa dall’alto molti anni prima che si vedessero gli studi di fattibilità. Temi come la produzione di armi o le grandi opere sono da sempre “tabù”: chiunque sollevi un dubbio critico viene etichettato come “inaffidabile” o “anti-industriale”. Torino è una città che preferisce fare silenzio quando vuole emarginare chi fa domande. Viviamo in una società dove la democrazia esiste, ma se tocchi certi interessi vieni messo alla berlina.
C’è voluto molto coraggio quindi nello scrivere quella lettera aperta alla città. Rischia di restare sommersa dal silenzio?
La Chiesa torinese sta ponendo interrogativi centrali: verso dove stiamo andando? Repole sa di toccare temi scottanti, ma risponde alla fede, e quindi all’amore per la città e non al consenso. Non teme di essere “profeta in patria”, inascoltato. E molta gente comune apprezza il suo parlare breve, ma mite, chiaro e profondo, come avvenuto anche per il suo precedente richiamo sul futuro di Mirafiori. La sua sottolineatura è fondamentale perché interrompe quel lassismo con cui ci si accontenta di recitare una parte, mentre il mondo va in bancarotta civile. Lo specchio della situazione reale lo vediamo dal disagio che vivono i più giovani.
Molto di questo disagio può essere attratto dalle oscure azioni di guerriglia viste recentemente in azione contro i cantieri della Tav in val di Susa?
C’è una regia inquietante in questa organizzazione della violenza che finisce per veder criminalizzare il dissenso espresso, invece, in modo nonviolento. Ma mi domando se non stiamo sottovalutando il disagio delle nuove generazioni. Vediamo un aumento della violenza, che va sempre totalmente condannata, però dobbiamo chiederci da dove nasce. Se il messaggio che arriva è che alla fine non si può avere parola vera sulle necessità, se si sposa la globalizzazione dell’impotenza sdoganando così, Stati o individui, il farsi giustizia da soli, molti giovani prendono esempio e si abbandonano alla rabbia o al chiudersi in casa o alla vita. Il mondo che legittima la guerra è sempre meno un mondo per giovani (salvo spedirli a combattere) se le organizzazioni e la politica si adattano al momento senza chiedersi davvero dove stiamo andando. Come insegnava il grande sociologo torinese Luciano Gallino la precarizzazione del lavoro o della prospettiva collettiva mina le basi della convivenza. Senza una nuova governance, temo il disagio, in alcuni casi, si lasci infatuare da nuove forme di violenza, anche terroristica, o da una rassegnazione definitiva.
Ma Torino e i suoi giovani sono anche tanto altro e la voce “profetica” del cardinale Repole rompe il silenzio, portando un messaggio di concreta speranza, di quotidiano riscatto dell’umano e di senso autentico del poter ancora, come città, nei suoi giovani, essere un rinfrescante laboratorio di cambiamento politico e industriale. Bisognerebbe che tutti, invece di mugugnare, lo ringraziassimo.
