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Italia > Dibattiti

Il rischio serio di isolare Israele

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Dialogo intervista con Ruben Della Rocca per cercare di conoscere la visione su Israele e la situazione mediorientale da parte del curatore della rubrica di Radio Radicale “A proposito di Shalom”, che esprime la sensibilità di una parte del mondo ebraico italiano

Dibattito alla Knesset al parlamento israeliano in vista della decisione di indire elezioni anticipate. Maggio 226 ANSA EPA/ABIR SULTAN

Ruben Della Rocca è un giornalista che cura da tempo la rubrica “A proposito di Shalom” trasmessa da Radio Radicale offrendo periodicamente, grazie a diversi ospiti, argomenti di approfondimento culturale, storico e politico sul mondo ebraico con attenzione alla memoria storica, all’antisemitismo e all’attualità mediorientale e quindi ovviamente allo Stato di Israele. Della Rocca scrive abitualmente per Il Riformista e Linkiesta.it che veicola anche il suo podcast “Dammi due minuti sull’ebraismo”.

Dall’accento per me familiare, è facile risalire alla sua appartenenza alla Comunità ebraica capitolina, la più antica d’Europa, esistente dal 161 a.C., segnata non solo da persecuzioni disumane, fino al rastrellamento nazifascista del 16 ottobre 1943, ma anche da un legame profondo con la vita della città eterna contribuendo alla sua stessa identità.

Una realtà, la Comunità romana, che annovera attualmente circa 15 mila persone, cioè la metà degli ebrei complessivamente presenti in Italia. Dati orientativi che contraddicono rappresentazioni solitamente sovrastimate.

Ascoltare Ruben Della Rocca vuol dire cercare di conoscere un punto di vista particolare sullo scenario internazionale in cui Israele è al centro di un conflitto permanente che contraddice la ricerca di quella pace, Shalom, che, oltre a dare il titolo della rubrica radiofonica, è anche il nome della testata ufficiale della Comunità ebraica di Roma.

Come premessa a questa intervista faccio presente a Della Rocca, che nei confronti del mondo ebraico avverto, come tanti, un senso di disagio per l’incompleta presa in carico della corresponsabilità come italiani nella tragedia indicibile della Shoah. Ma allo stesso tempo, distinguendo i piani, è impossibile oggi non provare orrore verso le scelte del governo israeliano per ciò che ha fatto e continua fare a Gaza e nei territori occupati della Cisgiordania.

A partire dalla comune umanità, e prima di ogni valutazione politica, qual è il tuo stato d’animo relativamente alla situazione della Striscia di Gaza?

Lo stato d’animo è di pena profonda per qualsiasi vittima; in guerra non si è mai leggeri. Occorre tuttavia stare attenti nell’uso comune del termine genocidio con riferimento a quanto accade a Gaza. Credo ci siano confini giuridici precisi da rispettare: esso indica la volontà sistematica di sterminare un popolo, come fece la Germania nazista nei confronti della popolazione ebraica e prima ancora l’Impero Ottomano contro gli armeni cristiani.

Definire quanto accade oggi a Gaza come genocidio è un tentativo scientifico di voler cancellare la Shoah ebraica. La critica al governo israeliano è facile e persino banale, ma non rispecchia la complessità della storia.

Una storia raccontata in modo diametralmente opposto con riferimento ad una terra rivendicata in maniera esclusiva “dal fiume al mare” come dicono gli opposti estremisti. Non ti pare che sia impropria la narrazione di stampo colonialista sulla nascita di Israele sulla base di una terra senza popolo per un popolo senza terra?

Faccio presente che “colonialismo” significa occupare uno Stato sovrano per arricchirsi, ma quando i pionieri ebrei arrivarono, acquistarono terre dall’Impero Ottomano che considerava quella regione una landa trascurata e deserta. La presenza ebraica in quelle terre, poi, non è mai cessata nei secoli, nonostante le dominazioni. Lo Stato di Israele non è dunque un “risarcimento” post-bellico per l’Olocausto — un falso storico che ne delegittimerebbe l’origine — ma il coronamento di un processo di autodeterminazione nazionale già ampiamente in atto prima del 1948.

Come si fa a dire che la Palestina era una landa desertica? Esistono testimonianze strazianti e intense come quella raccontata da Ali Rashid nel libro “Eppure un tempo eravamo fratelli”.

Ho detto che l’Impero Ottomano considerava quell’area come una landa deserta e di scarso interesse strategico. La nascita del focolare ebraico si è basato sull’acquisto legale dall’Impero Ottomano con la complicità economica dei proprietari locali. Esistevano degli insediamenti della popolazione, tra cui gli stessi ebrei ma non uno Stato di Palestina, termine che stava ad indicare una denominazione regionale di origine romana. Il nazionalismo palestinese moderno emerge come costrutto identitario definito solo post-1967, sotto la spinta ideologica e il supporto strategico dell’Unione Sovietica, più come reazione all’esistenza di Israele che come aspirazione statuale preesistente.

La tua ricostruzione mi sembra che confermi l’esistenza di narrazioni inconciliabili che alimentano uno scontro difficile da contenere fino ad eventi come l’eccidio del 7 ottobre 2023. Come leggi tale strage che ha rimesso al centro dell’attenzione internazionale la questione israelo-palestinese?  

Il 7 ottobre è l’ultimo capitolo di una storia travagliata, alimentato da soggetti che definisco “Stati canaglia”, cioè da attori come Qatar, Cina, Russia e Iran per i propri interessi. Dietro quell’attacco c’era la volontà di portare lo scompiglio fino all’estinzione di Israele.

Non bisogna trascurare la funzione di Stati come il Qatar, che ha un ruolo logistico e finanziario. Garantisce, cioè, il finanziamento delle infrastrutture militari sotterranee (i tunnel) e sostiene attivamente la macchina comunicativa e narrativa di Hamas attraverso i propri asset mediatici come Al Jazeera.

Hamas ha cercato il sangue della propria gente, usandola come scudo, e credo che il popolo palestinese sia vittima di Hamas prima ancora che di Israele. La reazione di Israele è autodifesa; qualsiasi Stato, dopo un massacro di tali proporzioni e spietatezza, con migliaia di morti e rapiti, persone torturate e stuprate, avrebbe risposto difendendo i propri cittadini con la massima determinazione.

Ma tale reazione, che definisci di autodifesa verso una strategia terroristica, non si è tramutata in una vendetta senza pietà? I bombardamenti contro la popolazione civile non sono azioni terroristiche così come le violenze dei coloni in Cisgiordania? Non solo Ben-Gvir e Smotrich ma lo stesso Netanyahu non sono criminali di guerra? Non stanno conducendo come dice Anna Foa al suicidio di Israele?

Posso anche essere d’accordo che alcuni componenti del governo siano personaggi discutibili o persino “deficienti” nelle loro dichiarazioni. Ma l’accusa di “terrorismo di Stato” rivolta a Israele è priva di fondamento. Israele possiede un “DNA democratico” unico nella regione, caratterizzato da una vitalità interna che si esprime attraverso una ferocissima critica mediatica, cinematografica e di piazza. Questa capacità di auto-analisi e opposizione è il principale parametro della sua salute democratica, in totale contrasto con i regimi autoritari vicini.

Vedo all’opera un preoccupante “corto circuito” nelle piazze occidentali dove organizzazioni sedicenti progressiste operano un’esclusione sistematica degli ebrei e dei simboli israeliani dai movimenti per i diritti civili. Una retorica che non colpisce solo il governo, ma isola l’ebreo in quanto tale, alimentando un pregiudizio globale che giunge fino all’insulto razzista.

Eppure arrivano da settori sicuramente non antisemiti, e dagli stessi ambienti della diaspora ebraica nel mondo, istanze mirate a sospendere le intese militari e nel campo industriale con Israele come leva per fermare la deriva del governo Netanyahu lodato da Trump nel suo discorso alla Knesset per aver saputo usare bene le armi di ogni genere che gli Usa continuano a fornire per miliardi di dollari a Tel Aviv. Come valuti tali proposte?

Ormai Israele ha una sovranità economica e tecnologica che lo rende molto meno dipendente dal supporto esterno. È una nazione all’avanguardia e indipendente in settori chiave come la tecnologia, la ricerca scientifica, l’agricoltura e la medicina. Pensiamo al caso di Teva oggetto di un boicottaggio mirato anche in Italia. Parliamo di un’azienda fondata all’inizio del ‘900 da farmacisti tedeschi arrivati in Israele con l’intento di curare il prossimo, indipendentemente dall’etnia, dalla religione o dalla provenienza e che si è specializzata nei farmaci salvavita.

Il boicottaggio produce effetti paradossali. Se la società israeliana percepisce che, a prescindere dalle proprie scelte democratiche, sarà comunque trattata come uno Stato “paria”, lo spirito di sopravvivenza prevarrà sulla spinta al cambiamento politico, rafforzando paradossalmente proprio quelle frange radicali che l’Occidente dichiara di voler contrastare. In prossimità delle elezioni politiche, sentendosi isolati e non voluti, gli israeliani potrebbero convincersi che cambiare governo sia inutile, poiché l’antisemitismo rimarrebbe comunque come minaccia alla loro stessa esistenza.

In tale contesto così estremo ha senso ancora pensare alla formula “due Stati per due popoli”?

Resta il mio “sogno” e l’obiettivo ideale da perseguire rifacendomi alla lezione di Yitzhak Rabin (assassinato nel 1995 da un suprematista appartenente ad un gruppo politico ora al potere in Israele, ndr). Il leader laburista israeliano, così come Shimon Peres, affermava che «la pace si fa con i nemici, non con gli amici». Ma al momento non ci sono le condizioni per arrivare a tale soluzione anche se cambiasse il governo israeliano perché mancano interlocutori credibili da parte palestinese. Da una parte esiste il terrorismo di Hamas e dall’altra è evidente la corruzione dell’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Abu Mazen. Israele non può accettare soluzioni che non prevedano la fine delle minacce transfrontaliere, cioè Hamas a Gaza ed Hezbollah in Libano. Occorre marginalizzare alcune frange del governo israeliano e le leadership terroristiche palestinesi che si basano su un sistema educativo che istiga all’odio verso gli ebrei. Dopo il 7 ottobre esiste uno strascico di violenza che rende la cooperazione molto più difficile rispetto al passato. Ricordiamoci che tra le vittime di quell’eccidio ci sono persone che avevano deciso di abitare vicino Gaza per aiutare la popolazione della Striscia nell’accesso alle cure in particolare per i bambini.

Secondo alcuni, una soluzione possibile potrebbe arrivare con la liberazione di Marwān Barghūthī che si trova nelle carceri israeliane dal 2002, considerato il possibile Nelson Mandela palestinese. Cosa ne pensi?

Su Barghūthī posso solo dire che è un assassino spietato che si è macchiato di reati talmente gravi che non potrà mai essere considerato un interlocutore di pace. Purtroppo, la radice profonda dell’odio antiebraico, in personaggi di tale risma prevale su qualsiasi altra considerazione. Gravissimo ritenerlo, come purtroppo fa anche una certa classe politica italiana che ne richiede il rilascio, una figura rappresentativa per il popolo palestinese.

Il mio augurio è che arrivi nel campo palestinese una nuova classe dirigente capace di confrontarsi ed essere interlocutrice in grado di stabilire una pacifica convivenza con Israele.

——————

Nel salutare Della Rocca gli dico che, dopo questo dialogo, posso dire di condividere con lui probabilmente solo il tifo giallorosso. Accetta la battuta ma dice che invece, nonostante tutto, abbiamo in comune anche la ricerca della pace. Una risposta che invita a cercare ancora il bene possibile.

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