È passata una settimana da quando il 42enne di origine marocchine Abderrahim Fakir è morto mentre era nelle mani della polizia a Bologna, domenica 19 luglio. Una notizia che ha fatto in poche ore il giro del web rimbalzando fin oltre Oceano – il New York Times ha parlato del George Floyd italiano – e dando luogo, in Italia, a una polarizzazione e a una strumentalizzazione che non aiuta certo a fare chiarezza su ciò che è successo e che ha alimentato un clima di odio inusitato per Bologna, culminato con le querele del sindaco Matteo Lepore e con la richiesta da parte della questura della scorta personale, fatto mai accaduto prima.
La cronaca ormai è piuttosto conosciuta, ma vale la pena rimettere in file gli elementi che a oggi appaiono abbastanza chiari anche in virtù dei video, sia di quelli fatti da alcuni testimoni che di quelli fatti con la strumentazione in dotazione della polizia.
Intorno alle 12.30 di quella giornata, in cui la temperatura era sui 35 gradi, l’uomo, che si rivelerà poi essere cresciuto a Bologna fin da quando aveva 5 anni e di essere titolare di un’attività di facchinaggio, ha mostrato evidenti segni di una forte agitazione psicotica in prossimità di alcuni palazzi nel quartiere Pilastro, alla periferia nord di Bologna.
Un quartiere, occorre ricordare, abitato negli anni 70 in prevalenza da cittadini di origine meridionale venuti a Bologna per cercare lavoro e dagli anni 90 da famiglie di origine straniera, al punto che oggi la sua popolazione è per metà italiana e per metà circa di seconda o terza generazione di cittadini immigrati da molteplici Paesi anche extraeuropei.
Alla chiamata di alcuni cittadini, tra cui un sanitario, che avevano chiaramente avvertito che si trattava di un uomo che aveva una crisi psichica, è intervenuta una volante con due agenti che hanno subito immobilizzato l’uomo, che nel frattempo si era scagliato contro la serranda di un garage colpendolo ripetutamente e dicendo cose sconnesse. Dopo qualche minuto, alle 12.36, è arrivato un mezzo del 118 recante 4 volontari senza alcun medico a bordo.
Nei circa 15 minuti che intercorrono da quel momento alla constatazione della morte di Fakir alle 12.54 (confermata poi da un medico arrivato successivamente ai volontari e che ha decretato la morte legale) l’uomo è rimasto a lungo prono, lamentandosi fortemente e chiedendo aiuto, con i due agenti addosso così come visto nel video circolato, mentre i volontari del 118 li circondavano senza intervenire. Quando l’uomo non ha più dato segno di mobilità è stato rivolto sulla schiena, ma era già morto.
In un video visionato successivamente dai magistrati si evidenzia anche la presenza di una macchia di sangue sotto il volto schiacciato sull’asfalto reso bollente dal caldo estivo, mentre in altre immagini, riprese poco prima che Fakir si dirigesse verso la zona dei garage, l’uomo era in un evidente stato psicotico e sbatteva la testa su un muretto.
La notizia è rimbalzata in pochissimo tempo in città, dando luogo a un primo accorrere di cittadini del quartiere sul luogo della tragedia, tra cui la sorella di Fakir e altri famigliari, mentre sia il sindaco Matteo Lepore che il vescovo di Bologna, il card. Matteo Zuppi, hanno espresso vicinanza alla famiglia.
Il vescovo ha focalizzato l’attenzione a non strumentalizzare il fatto, in attesa delle indagini della magistratura e delle istituzioni coinvolte, mentre il primo cittadino ha invitato i bolognesi per il giorno dopo in Piazza Maggiore per far sentire la vicinanza ai parenti della vittima in attesa delle dovute indagini.
Quella del giorno dopo, lunedì 20 luglio, nella piazza centrale della città, a cui hanno partecipato oltre 5000 persone, non è stata nemmeno una “manifestazione”, ma un vero e proprio far sentire la vicinanza alla famiglia, che ha espresso la sua sofferenza e la richiesta di far luce con celerità dell’accaduto, chiedendo verità e giustizia attraverso la coraggiosa giovane nipote: nessuna bandiera, nessuno slogan, solo quello dei cittadini del Pilastro per chiedere giustizia, e nessuna esternazione del sindaco, che è stato in silenzio accanto alla giovane Youssra.
Solo Yassine Lafram, presidente delle comunità islamiche in Italia e residente a Bologna, è intervenuto brevemente a conclusione della lettura della dichiarazione dei familiari.
Al termine, una piccola parte dei presenti con in testa il comitato locale e i familiari, si sono mossi per andare sotto alla sede della questura di Bologna, che si affaccia sulla piazza retrostante l’antico palazzo comunale, e pacificamente hanno gridato la richiesta di verità.
Quando pure i partecipanti a questo breve corteo se ne stavano andando, sono intervenuti facinorosi che hanno iniziato a tirare oggetti fino a incendiare un’auto; da lì è partita la risposta delle forze dell’ordine dando luogo a una sorta di guerriglia urbana nel centro della città, proseguita tutta la sera.
Fin qui la cronaca.
Quello che è scaturito nelle ore immediatamente dopo non ha, a memoria, precedenti recenti per Bologna: mentre le indagini interne dei protocolli di operatività della polizia e dell’Ausl procedevano, per capire se e come ci fossero stati errori in quel discutibile intervento, l’opinione pubblica sui social e su alcuni media si è polarizzata sull’evento, creando un clima di forte ostilità verso, in particolare, il sindaco di Bologna e la sua parte politica, considerato pregiudizialmente a favore di uno “straniero” con precedenti penali (cosa per altro non vera, se non un paio di infrazioni amministrative risolte oltre 10 anni fa, come ha evidenziato la sua avvocata Barbara Spinelli, molto stimata nel foro felsineo).
Tale polarizzazione ha raggiunto il culmine il giorno dopo gli scontri del 20 luglio, quando la stessa premier Giorgia Meloni ha definito il sindaco «responsabile dei disordini avvenuti a Bologna», contribuendo ad incrementare il clima di vero e proprio odio verso il primo cittadino bolognese, al punto da vedersi costretto a depositare querela contro le minacce personali – anche di morte – e da far scattare la scorta per proteggerlo.
La morte di Abredheim Fakir è quindi diventato un “caso” nazionale non solo per l’accaduto in sé, ma anche per il “dopo”, con false e strumentalizzanti accuse all’amministrazione cittadina per la sua presunta irresponsabilità nel non aver saputo “gestire una piazza”, e per il suo essersi messa al fianco delle vittime.
Chi ha diffuso, da certi media a certi politici, tale tesi forse non sa che Bologna si è sempre posta a fianco della vittime, prima anche di ogni accertamento: fece così con le vittime della strage di Bologna, che tra pochi giorni verrà ricordata, con le vittime della “uno bianca” agli inizi degli anni 80, con le vittime del disastro aereo di Ustica, e, più recentemente, nella primavera del 2024, con le 7 vittime sul lavoro dell’incidente alla centrale idroelettrica di Bargi, nell’Appennino bolognese.
È chiara l’intenzione di strumentalizzare un simile caso ai fini politici ed elettorali in vista del 2027, anno sia delle elezioni politiche che amministrative per il capoluogo emiliano. E che siano chiare operazioni di altra natura da quella di fare chiarezza lo dimostra il fatto che la manifestazione fatta al quartiere Pilastro domenica scorsa, a una settimana dalla tragedia, questa volta con le forze di polizia che sono state molto lontane dai manifestanti rispetto alla volta precedente, si sono svolte in maniera pacifica e non sono terminati in scontri di alcun tipo.
In questo caos mediatico e politico rimane poi l’accertamento della morte di Fakir. L’autopsia fatta pochi giorni fa ha evidenziato sangue nei polmoni e nella cassa toracica, mentre altri esami saranno ulteriori esiti tra circa 90 giorni. La sua famiglia ha mantenuto una postura di grande dignità dichiarandosi fiducia nella giustizia italiana. Di certo grosse perplessità rimangono sia sull’operato degli agenti che su quello, inaccettabile per molti sanitari che si sono espressi in merito, degli operatori inviati dal 118 e delle mancate azioni previste in casi di crisi psicotiche.
Di certo si può dedurre che un episodio del genere accaduto in uno dei quartieri di periferia a maggiore densità di popolazione immigrata e in un contesto in cui ormai è quotidiana la cultura della “criminalizzazione degli stranieri”, specie da parte di una parte politica che sulla paura del diverso ha sempre posto le sue aste e fatto le sue carriere, avrebbe potuto avere esiti diversi se accaduto in un quartiere benestante della città e avesse avuto per soggetto un cittadino italiano.
Da cittadina bolognese me lo sono chiesta. La percezione del “diverso” inevitabilmente orienta pensieri e azioni, che sia diverso per provenienza geografica, culturale, sociale o anche per malattia. Spesso poi le “diversità” si accumulano in certi casi, come nel caso di Fakir, e l’esito può essere fatale.
Si tratta di un contesto e di una cultura, quella del pregiudizio e molto spesso anche dell’odio, che inevitabilmente influiscono sull’immaginario collettivo, aumentando il senso di insicurezza invece che porvi argini cercando di definire questioni e soluzioni, e influendo anche sull’operatività in certi contesti di emergenza.
Sarà di certo la magistratura a definire le eventuali responsabilità di questa morte, ma è certo che quella politica che ha fatto della “remigrazione” la sua bandiera soffiando sul fuoco della crisi socioeconomica e trovando sempre un capro espiatorio tra i soggetti più fragili invece che agire su ben altri ambiti, non può non rendersi responsabile di un clima culturale nefasto, in cui basta essere di carnagione scura e in un momento di crisi per decretare che quella persona sia sacrificabile all’”ordine” pubblico, senza porsi la domanda delle modalità più adeguate per porre in sicurezza lui e chi gli è intorno. Un “non porre attenzione” che va oltre la responsabilità dei protocolli di intervento (alcuni dei quali per altro già oggetto di condanna a livello europeo e mai modificati), e che più che di tecnicismi è frutto di un pensiero tossico, duro, quello sì, a morire.
