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Italia > Società

La Palestina e noi, intervista a Luisa Morgantini

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Dialogo sulle ragioni dell’impegno di una vita intera dedicata all’impegno per i diritti del popolo palestinese per una causa paradigmatica dell’ingiustizia nel mondo. Le scelte radicali della fondatrice di Assopace Palestina e già vicepresidente del Parlamento europeo

Il sudario con i nomi dei bambini uccisi mostrato durante la manifestazione ‘Non dimenticare un solo nome’ in memoria dei bambini palestinesi uccisi durante i bombardamenti israeliani in Palestina, Roma, 10 aprile 2026. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Come si fa a parlare di pace quando si tratta di Palestina? Si possono ignorare certe notizie come quella recente della commissione Onu, ripresa su cittanuova.it, che certifica l’uccisione deliberata dei bambini palestinesi colpiti a morte dalle forze armate israeliane?

L’orrore senza fine che arriva da Gaza come dai Territori occupati, rischia di provocare, alla lunga, una reazione di rigetto e di rimozione dallo sguardo per l’incapacità di misurarsi con un dolore che appare senza senso e senza possibile soluzione.

Palestinesi in lutto dopo un attacco israeliano a Gaza City,14 luglio 2026. EPA/MOHAMMED SABER

Eppure, anche quando negli anni più recenti la questione palestinese era caduta nel silenzio mediatico, Luisa Morgantinicon Assopace Palestina, non ha mai smesso di battersi per la giustizia e i diritti umani. 

La sua vivacità è il tratto costante di una donna nata nel 1940, che a 18 anni decise di fuggire dal Piemonte, dalla Val d’Ossola circondata dalle Alpi,  per raggiungere Bologna, la “città rossa” per eccellenza nell’Italia democristiana del tempo: le montagne le stavano strette, voleva conoscersi e conoscere.

Vicende di un secondo dopoguerra pieno di attese, in cui era possibile trovare lavoro e intraprendere un percorso culturale originale che ha condotto Morgantini a frequentare il Ruskin College fondato nel 1899 in Inghilterra, come anni prima la Società umanitaria a Milano, per dare opportunità di formazione alla classe operaia. Un bagaglio che poi ha speso dedicandosi al sindacato e poi inaspettatamente in campo politico fino a diventare, nel 2007, vicepresidente del Parlamento europeo con delega ai diritti umani e ai rapporti con l’Africa. 

Una premessa storica necessaria per poter entrare nelle merito delle domande di questa intervista incentrata sulle ragioni della nonviolenza in un mondo che si sta riarmando per prepararsi alla guerra e assiste inerte alla carneficina di Gaza e non solo.

Come si fa a parlare di nonviolenza da parte di una persona che proviene con orgoglio da un territorio che ha visto la nascita della Repubblica partigiana della Val d’Ossola, strappata con le armi in pugno ai nazifascisti?

Sono cresciuta in quell’ambiente, in una famiglia operaia. Avevo solo 4 o 5 anni quando vidi i tedeschi arrivare per cercare mio padre, che era un partigiano. Ricordo ancora il rumore dei loro passi sulle scale e l’immagine, poi, di mio padre che scendeva dalle montagne il 25 aprile con il fucile in spalla. Nonostante questo, papà mi diceva sempre: «Luisa, la guerra è brutta da qualsiasi parte si faccia». Ricordo il trauma dell’uccisione di un fascista che ho visto avvenire vicino casa mia. Ho sempre avvertito intimamente la nonviolenza come unica via d’uscita dall’abisso, anche quando ho vissuto il forte impegno dentro ambienti molto conflittuali. Malgrado da piccola sognassi di uccidere Francisco Franco, non ho mai incitato alla morte dei nemici anche quando si trattava di sostenere la lotta anticolonialista in Vietnam.

Hai avuto un lungo periodo di impegno nel sindacato, in particolare nella Fim Cisl, un’esperienza che hai definito  “stranissima” e libera. Perché? 

Scelsi la Fim Cisl per la sua trasversalità, mi sentivo più vicina a loro che a una Fiom Cgil ancora legata alle commissioni interne (una rappresentanza decisa dal Pci invece che dalla base, ndr). Mentre io andavo davanti alle fabbriche con il libretto rosso di Mao, incontravo cattolici che andavano con il Vangelo parlando di uguaglianza. Per quella scelta fui trattata da traditrice da mio fratello Ilario e da molti altri del Partito Comunista di Villadossola. Mi difese però Bruno Francia, un partigiano e dirigente sindacale Cgil. Le sigle comunque erano unificate nella FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), che è stata per anni il vero partito della classe operaia, attento non solo alla democrazia in fabbrica, ma anche allo scenario internazionale, dal Vietnam al Sudafrica e alla Palestina. Il sindacato è, in sostanza, una grande organizzazione che pratica un esercizio costante di costruzione di alleanze e composizione dei conflitti attraverso il riconoscimento dell’altro, una pratica intrinsecamente nonviolenta

Il tuo impegno per la Palestina è assoluto e costante. Quando è iniziato e come si è evoluto attraverso le tue esperienze internazionali?

Ho iniziato a occuparmene seriamente nel 1982, dopo il massacro di Sabra e Shatila in Libano ( perpetrato contro i profughi palestinesi dai falangisti libanesi con il sostegno dell’esercito israeliano, ndr). Ma sono stata preparata dal contatto diretto con l’America Latina. Ad esempio in  Perù, dove ho incontrato, prima ancora dei teologi della liberazione, un prete e una suora che mi hanno testimoniato cosa vuol dire dare la vita per i poveri. Nel Nicaragua sandinista ho maturato una cultura della nonviolenza, nonostante la vittoria del Fronte di Liberazione fosse avvenuta tramite la lotta armata. Sono stata attiva in tutte le lotte di quegli anni di liberazione coloniale in Africa, contro i colonelli in Cile, Argentina, Brasile. Ho sempre cercato di decostruire la figura del nemico, partendo dal basso e da una diplomazia popolare come con le Donne in Nero, movimento internazionale contro la guerra e la violenza.

IL presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, con Luisa Morgantini , rappresentanza dell’Associazione ‘Donne per la Pace’  al Quirinale. Anno 1998 DE RENZIS/ANSA

Questa tua scelta si scontra con la convinzione di chi afferma che senza l’azione terroristica di Hamas del 7 ottobre 2023, ricompresa nella resistenza armata contro una forza occupante, la questione palestinese sarebbe stata dimenticata. Come rispondi a tale tesi presente tra le piazze a favore della Palestina? 

Storicamente la tragedia palestinese non è iniziata il 7 ottobre; mi batto da decenni per la liberazione dall’occupazione militare israeliana. Le diplomazie occidentali hanno ignorato per anni le violazioni di Israele, permettendo l’ascesa di un governo messianico che praticando genocidio e pulizia etnica cita la distruzione biblica di “Amalek” per giustificare la ferocia attuale. Quando ho visto il muro di Gaza cadere ho provato un momento di stupore e, confesso, di gioia, mi è parsa una reazione esplosiva dovuta all’agonia di Gaza, sotto embargo perenne da parte di Israele. I tunnel non sono iniziati per portare armi ad Hamas, ma per importare merci e persone e spose e animali di contrabbando dall’Egitto ma sono radicalmente contraria ad ogni atrocità. Anche la resistenza armata, infatti, ha limiti imposti dalla legalità internazionale. I civili non si ammazzano mai. Il 7 ottobre è poi diventato un prezzo immenso pagato dai palestinesi con il genocidio in corso che non siamo riusciti a fermare, anche se nel mondo è esplosa la solidarietà e lo smascheramento dell’impresa coloniale del sionismo.

A quanto pare la maggioranza degli ebrei israeliani e gran parte delle comunità della diaspora, sostengono che non si può parlare affatto di un genocidio e che Israele sia l’unica democrazia della regione, contrapposta a un’Autorità Palestinese corrotta. Cosa rispondi a queste obiezioni?

Sono argomenti impossibili da accettare di fronte a tale atrocità. L’intenzione e la pratica del genocidio è ormai evocato anche da rappresentanti delle Nazioni Unite e dalla Corte Penale Internazionale. L’occupazione militare dura dal 1967, la Corte Internazionale di giustizia ha considerato illegale nel luglio del 2024 e chiesto la fine dell’occupazione militare israeliana entro un anno, scaduto senza che nessun firmatario del CIG la sostenesse. Israele ha distrutto ogni possibilità di “due popoli, due stati” attraverso le colonie e la frammentazione del territorio. Migliaia di palestinesi sono costretti nelle carceri israeliane senza alcun processo regolare, sottoposti a torture e abusi sessuali, mentre milioni di palestinesi resistono ogni giorno semplicemente “respirando” contro un’occupazione che toglie loro acqua, terra e vita.

Un colono israeliano discute con la vicepresidente del Parlamento Europeo, l’italiana Luisa Morgantini, in visita nei pressi della Città Vecchia di Hebron, in Cisgiordania (territorio occupato), il 4 novembre 2008. EPA/ABED AL HAFIZ HASHLAMOUN

Come cercate di agire, con Assopace Palestina, in questo contesto così estremo? 

Sostenendo con la presenza fisica dei volontari internazionali, per cercare di proteggere i civili palestinesi dalle aggressione dei coloni e soldati, la resistenza nonviolenta che in Palestina si incarna nella Sumud, la fermezza dei pastori della Valle del Giordano o dei giovani di Massafer Yatta, che restano sulla terra nonostante le demolizioni e la violenza dei coloni che picchiano persino cani e gatti con i bastoni, mossi da una brama di possesso per “diritto divino” che si scontra con l’amore dei palestinesi per la loro terra. Nel denunciare la politica israeliana e la complicità dei nostri governi e non solo a parole, anche con denunce legali come quella contro la Leonardo per il commercio di armi con Israele. nel far conoscere la cultura vibrante di quel popolo contro lo stereotipo della vittima o dell’estremista, molti progetti che si possono trovare su assopacepalestina.org. E in ciò che accade esiste una chiara responsabilità occidentale. Siamo noi che abbiamo permesso l’Olocausto di ebrei, sinti, omosessuali, comunisti e siamo sempre noi a permettere l’Olocausto di Gaza. Siamo noi che abbiamo permesso ad Israele di essere totalmente impunita, di violare ogni diritto umano, di andare oltre ogni possibilità dell’umano.

E i Paesi arabi? Pensiamo al Qatar, ad esempio, da dove arrivano i finanziamenti per Hamas e che poi si presenta come mediatore. Non hanno di fatto abbandonato i palestinesi?  

Sono colpevoli quanto gli occidentali. Hanno usato la causa palestinese per i propri scopi, ma le loro politiche sono state parziali e talvolta complici di Israele. Pensiamo all’Egitto che tratta malissimo i palestinesi e chiude i valichi. Netanyahu si muove facendo leva su queste complicità, come dimostra la strategia deliberata dal Congresso del Likud del 2019, volta a favorire l’afflusso di fondi qatarini verso Hamas per mantenere la separazione politica tra Gaza e la Cisgiordania e prevenire così la creazione di uno Stato palestinese.

Quali altri effetti ha prodotto la strategia di lotta violenta condotta da Hamas? 

La scelta compiuta da Hamas fin da prima della seconda Intifada (1994-2005), con gli attentati suicidi e l’uso di kamikaze, mentre avrebbero potuto scegliere la lotta armata contro l’esercito invasore, ha contribuito a distruggere sistematicamente la solidarietà internazionale, offrendo al regime coloniale israeliano il pretesto ideologico per la de-umanizzazione del popolo palestinese.

Tra le forme di lotta nonviolente sostenete il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) usato a suo tempo verso il Sudafrica razzista. Ma non si rischia, così, di colpire in maniera indistinta tutto il popolo israeliano suscitando reazioni contrarie? 

Considero il BDS una lotta popolare nonviolenta, fondamentale per fare pressione, ad esempio, affinché l’Unione Europea sospenda l’accordo di associazione con Israele, dato che l’articolo 2 prevede il rispetto dei diritti umani come condizione necessaria. Abbiamo sostenuto strumenti come l’Iniziativa dei Cittadini Europei lanciata dal gruppo Sinistra Europea (che ha raccolto oltre 1,2 milioni di firme), che chiede di aprire una discussione parlamentare di merito, sottraendo la clausola dell’Articolo 2 alla discrezionalità diplomatica.

Si tratta di colpire le politiche coloniali e allo stesso tempo costruire ponti con quegli israeliani, seppur pochi, che si oppongono al genocidio e al colonialismo e che vengono arrestati nelle piazze di Tel Aviv, e aggrediti da coloni e soldati quando sono al fianco dei palestinesi.

Israele disprezza la diplomazia classica e intende solo la forza; la nostra forza allora deve essere il boicottaggio e il disinvestimento. Molti israeliani contrari al governo ci dicono chiaramente: “Boicottateci”. Nel solo 2025, oltre 75 comunità palestinesi sono state evacuate a causa dell’aggressività dei coloni, che ormai attaccano persino gli attivisti israeliani considerati traditori. Non so se ce la faremo a cambiare i nostri governi, ma so che vale la pena combattere questa battaglia per la verità e la giustizia.

Fadwa Barghouti (D), moglie di Marwan, affiancata da Luisa Morgantini (S) parla con i giornalisti al termine di un incontro con i leader di Pd-M5S-Avs ed i rappresentanti del Comitato per la Liberazione di Marwan Barghouti e tutti i Prigionieri Palestinesi alla Camera dei Deputati, Roma 21 gennaio 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI

Un’istanza centrale nelle vostre campagne è la liberazione dal carcere di Marwan Barghouti, che abbiamo visto irriconoscibile nelle immagini passata sulla tv israeliana mentre  viene insultato  dal ministro suprematista Ben Gvir.  Perché è così importante da essere indicato come il possibile fautore di una pacificazione secondo l’esempio di Nelson Mandela?

Marwan, insieme alla sua famiglia, è per me famiglia. Conosco Marewan dal 1988. È in carcere dal 2002, ma la sua figura rimane un punto di riferimento per i comitati popolari e per la società civile. È l’unico leader capace di unire le diverse anime del popolo palestinese attorno a un progetto di autodeterminazione laico, democratico e basato sul diritto internazionale.

È stato lui a convincere molti palestinesi ad accettare gli accordi di Oslo del 1993 come una sfida per la soluzione a due stati. A differenza di altre fazioni, Barghouti mantiene una linea politica laica. Questo è particolarmente rilevante in un contesto dove si è cercato spesso di dipingere la resistenza palestinese come un movimento puramente religioso o islamista. Egli sottolinea che la Palestina è composta da cristiani e musulmani e ha sempre definito l’intifada come una lotta per l’indipendenza, non su base religiosa. Pur non respingendo l’idea della lotta armata contro gli occupanti, non ha mai dato ordini di uccidere civili. Si è sempre opposto ad azioni come quelle dei kamikaze di Hamas, che riteneva deleterie per la causa stessa. È importante in Italia sostenere la campagna internazionale per la sua liberazione e quella degli altri prigionieri politici come un passo essenziale per qualsiasi processo di pace.

Come Assopace Palestina, avete creato anche un centro permanente in Italia, a Supino (nel frusinate). Cosa fa? 

Abbiamo chiamato il centro Bab el Shams (La Porta del Sole), ispirandoci a un libro sulla Nakba ( l’esodo forzato dal 1947 al 1948 della popolazione palestinese dalle loto case, ndr) e a un villaggio costruito dal coordinamento dei comitati di lotta popolare nel 2013 tra Gerico e Gerusalemme, nella zona E1, occupata da Israele ed oggi dichiarata annessa da Israele. È un simbolo della resistenza e della volontà di non farsi dividere o isolare. invitiamo costantemente in Itali i leader del coordinamento come Mohammed Khatib, Radshid Khudeiri , Manal Tamimi,Sami e Mohammedi Hurein, Munther Amira e tanti e tante altri e altre.

Luisa Morgantini presidente di Assopace Palestina, e Giuditta Brattini, volontaria Gazzella Onlus nella Striscia di Gaza, durante una conferenza stampa organizzata alla Camera dei deputati,  Roma, 08 novembre 2023. ANSA/ETTORE FERRARI

Eppure, sembra che tutto questo impegno si scontri con assetti di potere che appaiono inamovibili, con Trump che alla Knesset ha lodato Netanyahu per aver usato bene la gran quantità di armi che gli ha inviato. È tutto inutile? 

Dobbiamo ribaltare la logica dell’impotenza. È un lusso che non ci possiamo permettere.  Sebbene decenni di manifestazioni non abbiano ancora stravolto le agende geopolitiche, hanno prodotto un risultato concreto: la crescita di una coscienza sociale che impedisce al mondo di voltarsi altrove. E ci sono segnali importanti da cogliere. Anche lo slogan “dal fiume al mare” rilanciato durante le manifestazioni che per alcuni è divisivo , per molti giovani palestinesi e israeliani oggi significa: “dal fiume al mare saremo tutti liberi e uguali”, superando le forme di nazionalismo. La nonviolenza non è solo non scegliere le armi, ma costruire rapporti umani diversi, ripudiando la logica dell’odio. Non è una tattica contingente, ma un’esigenza strutturale che deve pervadere non solo la politica, ma anche le dinamiche associative, i movimenti e i rapporti personali,

C’è un passaggio particolare della tua vita dove hai maturato questa convinzione profonda? 

È un cammino che riguarda progressivamente tutta la mia esistenza, ma che parte da un fatto della mia infanzia. All’età di 11 anni desideravo fortemente andare a vedere i film in paese, con quel desiderio descritto bene da Tornatore in Cinema Paradiso. Un giorno decisi però di dare i soldi del biglietto ad un uomo che suonava una trombetta chiedendo aiuto. Decisi di diventare comunista in quel momento, come risposta all’ingiustizia sociale che portava un essere umano a chiedere l’elemosina. Nel partito mi insegnarono però che la soluzione giusta non era la carità, ma la lotta per dare lavoro e dignità a tutti. Così quando arrivai a Bologna ero molto attenta a non passare in quella parte dei portici dove di solito c’era un mendicante che chiedeva l’elemosina. Poi un giorno ho deciso di avvicinarmi per dargli quello che potevo, realizzando di poter essere solidale e allo stesso tempo lottare per la giustizia, senza perdere l’umanità. Con il tempo maturai una vicinanza politica con Pietro Ingrao che esprimeva la “lode al dubbio”, contro le rigidità dogmatiche del Pci. Decisi così di lasciare il lavoro di funzionaria di partito per dedicarmi a quel tipo di impegno sindacale che mi ha spalancato le porte alla pratica della nonviolenza e alla solidarietà che, come scriveva la poetessa nicaraguense Gioconda Belli,  è “la tenerezza dei popoli”, ma non è solo pensare agli altri: è per la mia dignità e libertà.

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