Non me ne sono accorto subito. A un certo punto ho capito che stavo reagendo più di quanto riuscissi a vivere. Uno schermo davanti, una notizia dopo l’altra. Un like, una faccina, magari un commento veloce, e poi si passa oltre. Così, senza volerlo, gli eventi della vita sono diventati scrollabili. Rileggendo Lo straniero di Camus, questa sensazione si è fatta più nitida. Quella distanza che nel romanzo appare estrema, oggi sembra essersi diffusa in forme più sottili, ma anche più pervasive.
Meursault, il protagonista, vive senza aderire pienamente a ciò che accade. Alla morte della madre non reagisce come ci si aspetterebbe: non forza emozioni, non costruisce spiegazioni. Non ricorda nemmeno se sia successo «oggi oppure ieri». È presente, ma come da lontano. E quando la sua vicenda prende una piega tragica, ciò che pesa su di lui non è solo ciò che ha fatto — ma ciò che non ha provato. La società non glielo perdona: non tanto il gesto, quanto la mancanza del sentimento atteso. È facile prenderne le distanze, più difficile è riconoscere quanto quella postura ci sfiori. Perché noi non siamo privi di emozioni. Al contrario, ne siamo continuamente attraversati: notizie, immagini, messaggi riempiono ogni spazio. Ma proprio questa abbondanza rischia di rendere tutto superficiale: le emozioni si accendono e si spengono rapidamente, senza diventare esperienza. Non è indifferenza dichiarata.
È qualcosa di più sottile – una distanza che ci permette di fare tutto, ma con meno coinvolgimento. Il cinema ha provato a dare volto a questa distanza. Nel 1967 Visconti portò sullo schermo il romanzo affidando Meursault a Marcello Mastroianni, un attore con una vasta gamma di espressioni emotive che interpreta un personaggio che non ne ha nessuna. Scelta fantastica! Nel film: pochi elementi, molta luce, lunghi silenzi. Uno stile che ancora oggi — in un nuovo film di François Ozon del 2025 — invita a non restare in superficie. Lo straniero continua a sfidarci: non perché offre risposte, ma perché pone domande che non si lasciano scrollare via.
Immagino allora Meursault nella nostra vita quotidiana. Non in un romanzo, ma qui con noi oggi. Non direbbe molto, forse, ma osserverebbe. E forse, con la sua sobrietà disarmante, lascerebbe cadere una domanda: ma state vivendo… o state solo reagendo? Non lo direbbe per accusare, ma la domanda resterebbe. Qualcosa in noi la riconoscerebbe. Quella distanza – non quella estrema del romanzo, ma una forma quotidiana, quasi invisibile – non ci separa dalla vita, ma dal modo di viverla. E forse Meursault noterebbe anche le nostre aspettative: perché oggi non smettiamo di esprimere emozioni, le condividiamo continuamente, ma passano veloci e si consumano in fretta. Come se avessimo imparato a dire tutto… senza restare dentro a ciò che diciamo.
La sua presenza diventerebbe scomoda. Non perché accusa, ma perché non giustifica. Ci costringerebbe a vedere che non basta sentire di più: serve vivere davvero ciò che si sente. Eppure, a un certo punto, anche il suo sguardo non basta. Meursault è autentico, ma è solo. Non mente, ma non incontra. La sua lucidità è reale, ma rimane chiusa in se stessa. Lo porterei allora a fare un giro in una chiesa, in una comunità religiosa. Non per metterlo alla prova, ma per ascoltare cosa direbbe. Entrerebbe in silenzio, come sempre. Guarderebbe i gesti, le parole, i volti.
E forse noterebbe qualcosa che anche noi, a volte, fatichiamo a vedere: il rischio che la vita si trasformi in forma, in rituali pieni di incenso e di musica con l’organo. Che le parole siano giuste, ma non sempre vissute, e che anche le emozioni, in qualche modo, siano già previste. Non giudicherebbe. Ma la sua sola presenza porrebbe una domanda diversa: stiamo vivendo ciò che diciamo… o stiamo solo imparando a dirlo bene? Ed è qui che per me si apre qualcosa.
C’è un uomo nel Vangelo che, per certi versi, somiglia a Meursault: Zaccheo. Anche lui osserva da lontano. Si è arrampicato su un albero per vedere Gesù passare – non per essere visto, non per incontrarlo, solo per guardare. Con quella stessa distanza protettiva che conosciamo bene. Ma accade qualcosa di inatteso. Gesù si ferma. Alza gli occhi. E lo chiama per nome. Non lo giudica, non lo corregge, non gli chiede di cambiare prima di incontrarlo. Lo vede – proprio lui, lassù sull’albero – e dice: «Scendi, oggi devo fermarmi a casa tua». È un gesto semplice. Ma interrompe tutto.
Nel Vangelo, Gesù non offre una teoria. Fa una cosa più semplice e più difficile: si ferma. Guarda. Ascolta. Si lascia interrompere e si fa invitare a cena. Le persone che incontra non sono mai una folla indistinta, ma volti, storie, relazioni singole. Non chiede di sentire nel modo giusto. Le incontra, così come sono. Dove Meursault si ferma alla verità, Gesù apre alla relazione. Dove c’è lucidità, introduce comunione. La sfida, allora, non è scegliere tra autenticità e relazione. È tenerle insieme. Non mentire a sé stessi. Ma non restare soli con ciò che si è.
Zaccheo scende dall’albero non perché abbia capito tutto, e non perché si senta pronto. Scende perché qualcuno lo ha visto, e chiamato per nome. Forse è questo il movimento più difficile: non salire più in alto per vedere meglio, ma scendere. Lasciare la distanza protettiva. Accettare di essere incontrati. In un mondo costruito per farci scorrere, fermarsi è quasi un gesto sovversivo. Eppure è lì che qualcosa cambia: non tutto insieme, non per sempre, ma abbastanza da non voler più guardare solo dall’alto. La comunione non nasce da chi sente di più. Nasce da chi scende per incontrarsi nell’altro.