L’Italia è bloccata da anni in una stagnazione economica che non è solo questione di Pil, ma di direzione strategica; il recente aumento del prezzo del petrolio ha reso ancora più evidente la fragilità e l’immobilismo dell’economia italiana degli ultimi anni.
Si parla di crescita, innovazione e transizione energetica, ma mancano misure con impatto reale: la proposta è semplice, una legge che obblighi chiunque voglia vendere o affittare un immobile a portarlo entro due anni almeno in classe energetica A: lo stesso obbligo esteso entro 10 anni a tutti gli immobili dei comuni sopra i 10 mila abitanti.
Una legge che non propone, vincola e, a differenza del passato, lo Stato non regala nulla: se il cittadino lo richiede, anticipa i fondi necessari, che recupera nel tempo. Quando gli adeguamenti volontari risultassero insufficienti rispetto agli obiettivi annuali, i Comuni potranno disporre l’avvio degli interventi sugli immobili con peggiore loro classe energetica.
Se richiesto, quindi, lo Stato anticipa il capitale per la riqualificazione energetica, che recupera in 10 anni con rate sostenibili dal proprietario, che si ritrova un immobile di maggior valore, più facilmente vendibile o affittabile e con i costi per consumi energetici drasticamente ridotti; questi risparmi, assieme agli incentivi fiscali già esistenti, creano le risorse per le rate di restituzione del capitale.
Per lo Stato non una spesa a fondo perduto ma un maggior debito da coprirsi con emissione di titoli di Stato, per il risparmio privato: gli italiani possiedono una ingente quantità di risorse finanziarie, a volte poco produttive e spesso investite all’estero. Convogliare una parte di questa ricchezza verso un piano nazionale di efficientamento energetico significa trasformare capitale inattivo in sviluppo interno.
In Italia il patrimonio abitativo supera i 35 milioni di unità; considerando che una larga parte della popolazione vive in comuni sopra i 10 mila abitanti, il bacino potenziale interessato può essere stimato in 24-25 milioni di abitazioni. Detraendo gli immobili già efficienti o non immediatamente riqualificabili, il programma potrebbe riguardare realisticamente 18-20 milioni di unità immobiliari.
Con un costo medio di upgrading energetico profondo stimabile tra 40 mila e 50 mila euro per abitazione, l’investimento complessivo si collocherebbe tra 720 e 1.000 miliardi di euro. Distribuito su 10 anni, ciò significherebbe un investimento annuo di circa 72-100 miliardi di euro.
L’effetto sull’economia sarebbe strutturale: edilizia, impiantistica, materiali isolanti, serramenti, pompe di calore, fotovoltaico, progettazione e certificazione energetica avrebbero una domanda stabile per un decennio.
Un investimento annuo di 72-100 miliardi, corrisponderebbe a 3,5-5% del Pil italiano: considerando un moltiplicatore prudente tra 1 e 1,3, il contributo al Pil nei 10 anni potrebbe attestarsi tra il 3,5% e il 6,5% annuo.
Sul fronte del debito, l’emissione di titoli aumenterebbe nominalmente lo stock, ma la natura del flusso è radicalmente diversa dalla spesa pubblica: si tratta di anticipazioni rimborsate dai privati, quindi nel medio periodo con effetto neutro o quasi, sul saldo netto.
Il rapporto debito/Pil, inoltre, sarebbe spinto in basso dall’espansione del denominatore (Pil) e dal progressivo rientro dei capitali anticipati. Le regole europee dovrebbero considerarlo “debito buono”, finalizzato ad aumentare la capacità produttiva, ridurre importazioni strutturali e generare flussi di ritorno certi. Escluderlo dal calcolo dei vincoli fiscali non sarebbe un artificio contabile, ma una scelta economica razionale.
Rispetto al superbonus, il cambio di paradigma è netto. Niente trasferimenti a fondo perduto, niente distorsioni massive: solo anticipo pubblico e restituzione privata. Responsabilità al posto di assistenzialismo.
Ridurre i consumi energetici del settore residenziale significa importare meno gas naturale, iniziando da quello degli Stati Uniti e dell’Argentina, estratto con la tecnica del Fracking, che ha un pessimo impatto ambientale per la emissione di metano durante la estrazione.
L’impatto economico sarebbe immediato: edilizia, impiantistica, materiali, progettazione entrerebbero in una fase di crescita strutturale, sostenuta da un obbligo normativo chiaro. Assumendo un moltiplicatore occupazionale prudente di 8-12 occupati diretti e indiretti per milione di euro investito, il programma potrebbe sostenere circa 600 mila-1.200.000 posti di lavoro l’anno lungo l’intera filiera.
È una misura politicamente impegnativa, perché richiede ai cittadini uno sforzo concreto e visibile. Ma la storia dimostra che i veri statisti non evitano le scelte difficili: le spiegano, le guidano e si assumono la responsabilità di attuarle. E spesso i cittadini, quando comprendono la direzione e la coerenza di lungo periodo, si dimostrano più maturi e responsabili di quanto la politica stessa sia disposta a credere.
