Le criptovalute, il Bitcoin (BTC), l’Ethereum (ETH), il Binance Coin (BNB) sono strumenti digitali che permettono di trasferire valore senza passare da banche o intermediari, ma con un difetto evidente: il loro prezzo può oscillare in modo violento.
Per questo sono nate le Stablecoin, monete digitali “ancorate” al valore del dollaro: la più diffusa è la Tether (USDT), lanciata da un imprenditore italiano, ed altre a cui si è ultimamente aggiunta la USD1 della società WLFI, vicina alla famiglia del presidente Trump.
Non tutte le Stablecoin sono uguali: alcune sono garantite da riserve reali, altre si basano su meccanismi algoritmici molto più rischiosi.
Le Stablecoin permettono di muovere denaro in modo rapido, globale e con meno regole rispetto al sistema bancario tradizionale. Chi le utilizza vuole poter trasferire dollari in pochi secondi ed ovunque nei mercati delle criptovalute. Le transazioni sono tracciabili, ma non sempre l’identità degli operatori.
Quando si compra una Stablecoin, si consegnano dollari veri a una società privata con accesso al sistema bancario ed un capitale iniziale e/o altri argomenti per ispirare fiducia: società che promette di custodirli, investendoli in attività sicure, titoli di Stato o depositi che fruttano interessi.
Questi interessi rimangono tutti a vantaggio di chi emette la moneta, il “token”, impegnandosi a restituirne il valore in dollari (“a bruciare il token”) a semplice richiesta.
Nella pratica, gran parte dei token rimane in circolazione senza essere riscattata.
Non essendo banche, le società emittenti di token non sono soggette alla sorveglianza imposta agli istituti finanziari tradizionali, sono soggette a regole ancora incomplete.
Avendo margini di manovra molto ampi, operano nel mercato finanziario con meno limiti rispetto alle banche tradizionali: una libertà che apre inevitabilmente la porta a comportamenti rischiosi.
Un’emittente può decidere di investire parte delle riserve in attività che rendono di più ma sono meno sicure: obbligazioni societarie, strumenti complessi o perfino criptovalute, e finché il mercato sale, nessuno se ne accorge.
Ma se un investimento sbaglia il colpo, il valore reale delle riserve può scendere sotto quello dei token messi in circolazione, e se si viene a sapere e viene a mancare la fiducia, si scatena la corsa al rimborso, come agli sportelli di una banca senza liquidità: in questo caso però non vi è alle spalle un sistema bancario pubblico a venire in aiuto.
Purtroppo, non ci rimetterà solo chi ha acquistato le Stablecoin: una eventuale insolvenza di Tether, che possiede oltre 120 miliardi di dollari di Titoli di Stato USA, se messi improvvisamente tutti a rimborso, provocherebbe uno shock di mercato.
Questo incrinerebbe notevolmente il valore di titoli che con il loro possesso garantiscono anche la solvenza delle banche e di altri istituti finanziari, amplificando le tensioni sui mercati, con effetti più gravi nei momenti di maggiore fragilità.
Le Stablecoin sono nate per offrire stabilità dove la volatilità della moneta è la norma, come in tanti Paesi in via di sviluppo, offrendo la possibilità di operare in essi in dollari: ma è una stabilità con un costo nascosto, perché permette a società private di comportarsi come banche senza essere controllate come tali.
La situazione peggiora se un emittente poco trasparente crea Stablecoin non completamente coperti, li utilizza per speculare acquistando Bitcoin in un momento di crescita per rivenderli ed ottenere dollari veri e sistemare le riserve: una ipotesi dibattuta è se questo non diventi un modo sotterraneo di generare denaro dal nulla sfruttando la fiducia degli utenti.
Finché la regolamentazione a livello internazionale rimarrà debole come nel presente, con addirittura il sistema bancario che si apre alle Stablecoin, la sicurezza da esse promessa dipenderà più da una fiducia cieca che da garanzie reali.
In un sistema così esposto, basta un errore per trasformare un dollaro digitale “stabile” in un detonatore sistemico.
