Persegue un disegno registico chiaro e coerente, di toni precisi e franchi. Che ora giunge a compimento. Con la messinscena di Antigone, e dopo l’Edipo re e l’Edipo a Colono allestiti negli ultimi due anni al Teatro greco di Siracusa per le stagioni dell’INDA, l’Istituto Nazionale per il Dramma Antico, il regista canadese Robert Carsen conclude una trilogia potente, tanto da valergli il premio Eschilo d’Oro 2026 con una motivazione pienamente condivisibile, dove si legge, tra il resto: «Per la straordinaria capacità di coniugare un rigoroso rispetto del testo classico con una visione scenica audace, originale e di respiro universale… Ha saputo tessere i tre drammi sofoclei dedicati a Edipo in un’opera unitaria di rara potenza visiva e intellettuale. Attraverso una regia fedele all’anima del mito ma capace di parlare al presente, ha trasformato la scena antica in uno spazio di riflessione stupefacente e contemporaneo». La monumentale scalinata grigia di cemento – la città di Tebe, sede del Potere −, che ha caratterizzato la scenografia monolitica (di Radu Boruzescu) delle tre tragedie, la ritroviamo anche in Antigone, ma annerita, militarizzata, segnata dalle raffiche di proiettili della guerra appena avvenuta tra i fratelli Eteocle e Polinice.

Antigone (Camilla Semino Favro)_Ph Ballarino.
In basso l’agorà, trasformato in un cimitero dove una massa di uomini depongono le salme dei soldati custoditi dentro dei sacchi neri, e al centro una corona di fiori per la tomba di Eteocle. Inizia così questa Antigone, nell’assoluto silenzio del rito da funerale di stato officiato da Creonte con la moglie Euridice, il figlio Emone, e un folto gruppo di soldati al seguito in tuta mimetica; silenzio rotto appena prima dall’ingresso di Antigone e Ismene nell’acceso dialogo tra sorelle che già prefigge il destino dell’eroina sofoclea. La sappiamo colpevole, per Creonte, d’aver coperto la salma del fratello Polinice, il cui re di Tebe aveva decretato la condanna di restare insepolto convinto com’è, nella sua ragion di stato, che non si possano celebrare le spoglie di chi ha combattuto contro la patria uccidendo in duello lo stesso fratello Eteocle. Antigone, quindi, trasgredisce ed è condannata a morte. Da lì ha inizio la serie di sventure familiari per Creonte che lo vedranno piangere il figlio suicida accanto alla sua promessa sposa Antigone, seguìto da Euridice, anche lei suicida per il troppo dolore del figlio.

Gabriele Rametta (Emone) e Paolo Mazzarelli (Creante)_Ph Le Pera.
Parla al nostro tempo segnato da conflitti e dal prevalere della brutalità del potere, e ne è specchio, la messinscena di Carsen, non tanto per i costumi severi (di Luis Carvalho), nero, bianco e grigio, e quelli verde scuro dei soldati con in mano armi per la battaglia – la guerra civile − che invaderà tutta la scena, ma per aver fatto risuonare le parole antiche (nella traduzione di Francesco Morosi), portatrici di verità eterne, senza forzature e particolari artifici scenici: perché bastano esse stesse, col carico emotivo della regia, quale dimostrazione che la terribile questione posta dalla ribellione di Antigone alle leggi della polis non ha ancora ricevuto una risposta che superi lo sgomento consegnato da Sofocle 2500 anni fa alle parole del Coro. Chi ha ragione? L’individuo o lo Stato? Sofocle lascia che la vera tragedia sia nella lacerazione profonda di questo conflitto (conflitto che riguarda anche quello fra gli uomini e le donne. Scrive Carsen: «Creonte dice delle cose impossibili contro le donne per nostre orecchie, per noi oggi. Quindi la posizione di Creonte diviene difficile da rispettare». I caratteri e i problemi enucleati nell’Antigone, ci coinvolgono massimamente, che il caso in esso narrato è di assoluta contemporaneità, quanto è pregnante ed emozionante; che le sue domande ci chiedono di schierarsi, che il conflitto tra ragione e sentimento, tra individuo e società, si pone come necessario al comportamento morale di ciascun uomo, oltre ogni casistica di atteggiamenti.

Graziano Piazza (Tiresia)_Ph Le Pera.
Insomma, la legge vuole un giudizio che assorba una nostra scelta d’amore e non escluda la pietà. Cast magnifico, con la bella prova di Camilla Sevino Favro, convinta protagonista di limpida e fresca bellezza, adolescente ribelle dai mezzi forti e fermi, e di Paolo Mazzarelli per vigore e flessibilità di umanissimi accenti per il suo Creonte nel passare dalla superba baldanza alla perplessità, al timore, alla disperazione. E poi l’autorevole indovino cieco Tiresia di Graziano Piazza, la vibrante Ismene di Marsila Sokoli, l’Emone risoluto davanti al padre, di Gabriele Rametta, e l’altera Euridice di Ilaria Genatiempo; e ancora, la Guardia di Pasquale Di Filippo, il Messaggero di Dario Battaglia, la Corifea Elena Polic Grec. A tutti loro si aggiunge una collettività esemplare, anche per numero (ben 91 persone, tra i protagonisti principali e gli allievi della scuola dell’INDA), da muovere in sintonia e alternando le vocalità anche col solo labiale: un Coro poderoso capitanato da Rosario Tedesco, e animato dalle coreografie di Marco Berriel. Grande successo. In scena fino al 5 giugno, alternata alla tragedia Alcesti con la regia di Filippo Dini.
