Quando il destino decide di farti un regalo ti fa incontrare delle persone speciali. Così è stato per me quando ho incontrato per la prima volta Evelin Demaldè. Ho deciso così, con il suo permesso, di farvi conoscere la sua storia intrisa di forza, di amore e di coraggio.
Ho conosciuto Evelin tramite sua sorella: voleva incontrarmi perché accomunate dalla passione per l’insegnamento, perché interessata ad una rivista a cui sono abbonata e poi per un’esperienza simile che abbiamo vissuto.
È un’educatrice di una sezione sperimentale presso un asilo del Comune di Parma, “Il Pifferaio magico”, in cui sono iscritti bimbi dai 18 mesi ai 6anni.
È nata il 19 settembre 1974 a San Secondo, un paese della Bassa parmense, terza di tre figli, con una mamma insegnante e un papà geometra. Essendo spesso in trasferta per seguire i cantieri a lui affidati, il capofamiglia, d’accordo con sua moglie, decide, per tenere unita la famiglia, di acquistare una grande roulotte per portarsi dietro i familiari nei suoi continui spostamenti. Per mesi vivono un po’ come nomadi.
Evelin, nonostante avesse due anni, ricorda la premura di suo fratello nel darle il biberon pieno di latte e i giochi fatti con sua sorella. Un periodo magico, circondata com’era dall’affetto dei suoi. Poi arriva per suo papà l’ultimo cantiere da gestire a Forlì e così sua mamma pensa di chiedere il trasferimento come insegnante in un paese vicino: si presenta contemporaneamente l’occasione per affittare una bella casa.
Ricorda Evelin: «La semplicità e il calore dei romagnoli, il mare a pochi chilometri di distanza dalla nostra abitazione, una campagna ricca e verdeggiante tutt’intorno, ci convincono a rimanere in questo posto per 15 anni. Ogni domenica la Messa e poi, tutti insieme, pizza al taglio, i pomeriggi in oratorio, i nostri percorsi di studi: il tutto avvolto da un’aria di fede e di serenità».
Poi, per una serie di circostanze, la famiglia decide di ritornare a San Secondo, vicino ai nonni materni. Riambientarsi dopo tanti anni di lontananza non è facile per nessuno. Ma le due sorelle stringono subito amicizia con le Gen, ragazze che frequentano il Focolare. A vent’anni, durante una festa interculturale diocesana, Evelin conosce Bara, un senegalese desideroso di vivere, come lei, per un mondo unito senza divisioni e pregiudizi. Un ricordo di quel periodo speciale rimane legato ai piatti tipici senegalesi che Bara preparava per tutti in un clima di festa e di accoglienza generale. Decidono di sposarsi; dopo alcuni anni nasce Awa e, dopo 8, Mor, due figli meravigliosi, ciascuno con il suo carattere e con i propri talenti.
Dice Evelin: «Awa, anima creativa, si dedicava con passione al disegno, al ballo, al canto e alla musica componendo poesie e affidando alle parole il compito di esprimere le sue emozioni. Mor, invece, con un’intelligenza più pratica, era interessato alla tecnologia. La nostra bella famiglia si apriva ogni giorno alla vita con entusiasmo, condividendo fatiche e speranze».
Ma un giorno, improvvisamente, il 17 dicembre 2021, Awa perde la vita a 24 anni in un incidente stradale. «Con lei se ne va un pezzo di me. Tutti mi dimostrano affetto e vicinanza, ma sono sorda a tutto e a tutti. Incomincio a pormi tante domande, inizio un cammino di ricerca, faticoso, ma necessario. Poi avverto il bisogno di aprire il Vangelo, ogni giorno, e quelle parole semplici ma profonde aprono spiragli di luce nel buio fitto. Conosco casualmente Andreana e l’Associazione Figli in Cielo.
Scopro un nuovo modo di essere mamma, che non prevede il contatto fisico, gli sguardi e gli abbracci. Entro in contatto con tante famiglie da cui ricevo — ma anche a cui dono — ascolto, consolazione, comprensione e vicinanza. Penso ai miei bambini dell’asilo che mi mandano disegni e mi chiedono: “Quando ritorni, maestra?”. Devo tornare in mezzo a loro risolta, pronta ad amarli».
E così è stato! È tornata in mezzo a loro profondamente cambiata. Lei cerca sempre parole nuove, come ogni donna, poi come maestra ancora di più sa sempre trovarle per consolare i suoi piccoli quando piangono per un dispetto ricevuto, perché hanno voglia della mamma, di una carezza o di essere presi in braccio.
Evelin non solo spera, ma organizza la speranza con qualcosa di concreto per farli divertire e crescere nella serenità. Nella grondaia della mente a volte, s’ingorga il dolore e spumeggia ovunque. Ma lei resta paziente, benevola verso tutti, non si lamenta né si adira, ma protegge e dona calore anche quando ha freddo nel suo cuore. Aiuta i suoi bimbi, ma anche noi adulti ad acchiappare tutte le piccole cose felici della giornata.
La vita non è uno scherzo: occorre coraggio, occorre saper patire. Leggo nei suoi occhi quello che io stessa mi porto dentro, riconosco quel vuoto che nessuno può colmare, quel guizzo soprannaturale, che è un dono!
La vita di questa piccola, grande donna assomiglia a quella dell’oceano: calma, serena, rassicurante nella prima parte, poi improvvisamente aspra, impetuosa: si è sollevata un’onda che ha portato via un pezzo importante della sua esistenza. Poi è arrivata la quiete, perché Evelin riserva del tempo al silenzio, all’ascolto interiore, alla preghiera. Solo così è diventata più forte, più consapevole, più grata di ogni piccola e grande cosa. Ci insegna che la vita è un equilibrio costante tra forza e fragilità, tra radici ed ali.
