La Fiera del Libro di Torino, la più importante manifestazione italiana dedicata all’editoria, alla lettura e alla cultura, ha come titolo: Il mondo salvato dai ragazzini, preso da un celebre libro di Elsa Morante (1968). Esso sottolinea l’importanza delle nuove generazioni, ma anche l’importanza dell’impegno educativo da parte di chi si occupa di educazione.
Questo titolo, che è un invito a dare spazio ai giovani, trovo che sia strettamente connesso al libro uscito alla fine di aprile: Educare viene prima: non lasciamoli soli di Michele De Beni (pedagogista), Ezio Aceti (psicologo dell’età evolutiva), Mariano Iavarone (sociologo e mediatore familiare).
I ragazzini salvano il mondo se gli adulti non li spengono né li lasciano soli. In un recente incontro on line, venerdì 8 maggio, Michele De Beni si è ritrovato con un gruppo di appassionati lettori per rispondere alle loro domande. Ha parlato dritto al cuore senza nascondersi dietro falsi messaggi, mettendo in evidenza che il titolo del libro vuole essere anche un impegno che, come adulti, dobbiamo assumerci. Infatti «l’educazione è impresa di popolo. Se ci aiuteremo, la strada sarà un viaggio di condivisione e di speranza. Uniti si vince per il bene dei ragazzi».

Libro Educare viene prima, non lasciamoli soli di Città Nuova
Se il testo di Elsa Morante Il mondo salvato dai ragazzini è un inno all’adolescenza, alla sua energia e alla sua bellezza come visione per cambiare il mondo, perfino un mondo segnato dalla follia della guerra, quello di cui De Beni è coautore, Educare viene prima:non lasciamoli soli, è un inno ai ragazzi, all’atto dell’educare e ai veri educatori.
Insegnare è trasmettere conoscenze, mentre educare da educere significa “trarre fuori”, formando il carattere e la personalità; insegnare riempie la mente, educare apre il cuore e guida alla vita.
Il professor De Beni è un pedagogista, autore e curatore di diversi volumi e autorevole docente, prima dell’Università di Verona, ora presso l’Istituto universitario Sophia (IUS) di Loppiano. È un maestro, di quelli che lasciano il segno e spronano a dare il meglio di sé, perché appassionato della scuola e dei ragazzi da sempre.
Appena diplomato, tramite un concorso, diventa maestro di ruolo, sempre in contatto con ragazzi disagiati, quasi tutti pluribocciati nell’estrema periferia di Milano, che lui segue anche oltre l’orario di lavoro. Uno di questi, il più tribolato, prima di morire chiese a suo fratello: «Cerca il mio maestro, mi voleva bene».
Non possiamo aspettarci di raccogliere i fiori che non abbiamo mai piantato. «L’educazione è cosa del cuore». E di cuore De Beni ce ne ha messo e ce ne mette tanto per far nascere progetti importanti, quali convegni e ricerche sulla qualità dell’educazione, che non si improvvisa. Ma educare è anche un atto di speranza e di coraggio.
Ci si è soffermati su una domanda: «Non è che all’uomo contemporaneo sta sfuggendo di mano il senso dell’educare?». Dove? Come? Con chi? Per cosa? Sono domande che non è semplice porsi né offrire alla coscienza dei giovani. Occorre mettersi in cammino, voler incontrare l’altro che ci offre mondi diversi e schemi spesso non coincidenti con i nostri. L’incontro è fatica, ma è anche grazia. E se un vero maestro vale un tesoro, fortunato è chi ne incontra qualcuno che lo accompagni ad uscire dalla propria solitudine e gli apra la porta della sua casa per dargli ospitalità, qualcuno che parli alla sua interiorità e susciti in lui desideri di vita buona. Ed è proprio l’incontro, con l’esempio e le parole di uomini e donne spesso sconosciuti, come – ha sottolineato il professor De Beni – che può illuminare la nostra vita. Perché il maestro è uno specialista dell’avventura interiore e i giovani attendono di incontrarlo sul loro cammino. Anche se talvolta appaiono distaccati, chiusi in un loro mondo, sono ancora affamati di senso, fiduciosi di vedere felicità nei nostri occhi. Chiedono profondità, spazi di dialogo e discernimento, ma soprattutto, adulti generosi che li sappiano incontrare ed amare. Ognuno esiste solo se pensato.
