Cosa lega Tiziano, Velázquez, Brueghel − solo per citare alcuni nomi – e l’arte sperimentale di Mario Schifano? Epoche diverse, gusti differenti. E se ciò che unisce risultati tanto coinvolgenti pur in tempi lontani fosse la ricerca inesauribile di una bellezza che dica il proprio tempo ed anche lo superi, perché così sono fatti gli artisti? Due rassegne forse lo possono dimostrare.
Il Museo del Corso e gli Asburgo

Ritratto dell’infanta Margherita. Di Diego Velázquez – pAHSoRgE1VSx2w at Google Cultural Institute maximum zoom level, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22003519
L’ultima fra le 50 opere in esposizione – non troppe, per fortuna, per poterle ammirare a fondo – proveniente dal Kunsthistorisches Museum viennese, è l’Incoronazione di spine del Caravaggio. Opera inquieta, crudele, a lance rosse sanguinose, vibrazioni metalliche, brutalità degli sgherri sul Cristo ancora forte ma gemente nella tela attraversata dal raggio divino consolante. Chiaroscuro violento, tinte acute, strazio e preghiera. Il Caravaggio spiega il Vangelo nella durezza della vita. Ma prima trionfa l’azzurro con bianco e giallo di Velázquez, pittore cortigiano, nel Ritratto dell’Infanta Margherita. L’artista ama l’infanzia − come Raffaello e Murillo – qui vestita degli abiti sontuosi di corte, che la rendono una bambola privilegiata. Smarrita, con quegli occhi grandi e vivi, i capelli biondi e l’aria sorpresa. Come si fa a non amarla e a non amare il pennello ricco, spontaneo, vellutato di un artista eccelso? Una meraviglia.
Oltre ad opere di Cagnacci – la Morte di Cleopatra, sensuale regina pallida in una fine melodrammatica −, di Tintoretto, di Tiziano, due amanti fasciati dalla luce, del Veronese rugiadoso, del grande ritrattista Moroni, c’è anche Cranach, con le sue figure segaligne, e poi Gentileschi, David Teniers il giovane, Brueghel e molti altri fra i ritratti giovanili di Francesco Giuseppe e di Sissi. I monarchi asburgici infatti, almeno da Carlo V, Filippo II, Rodolfo e sino alla fine dell’’800 sono stati non solo grandi collezionisti, ma esperti e mecenati. Perciò i tesori offerti da loro sono un dono estremamente prezioso da gustare anche per chi non è ancora stato a Vienna o per chi desidera ritornarci pe rivedere l’intera collezione.
Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo. Museo del Corso. Fino al 5/7.
Mario Schifano

“Compagni compagni 1968”. Collezione privata. Courtesy Gió Marconi Gallery, Milano. Foto Fabio Mantegna © MARIO SCHIFANO, by SIAE © Archivio Mario Schifano
Straordinario mondo quello dell’immaginifico artista, teso a rigenerare di continuo la pittura, esplorando anche la fotografia e il cinema. Spirito inquieto, una sorta di Caravaggio del ’900 e come lui sperimentatore, attingendo dal proprio vissuto nuove forme di bellezza che, talora, possono sembrare fibrillazioni estrose, ricerche impossibili. Tuttavia possiedono un loro linguaggio ed un loro messaggio: l’arte non sta mai ferma, è sempre nuova. Non tutto quello che Mario fa è capolavoro attraente, ma la novità è una progressione inesausta verso forme espressive cangianti in una spasmodica attenzione alla vita sociale, con un desiderio di dare universalità di contenuto ad ogni opera. Tra la rotonda e le 7 sale del Palazzo delle Esposizioni le opere si articolano in ordine cronologico, fra diverse scelte tecniche, risultati formali e gruppi tematici. Si va dagli anni Cinquanta ai Novanta, passando attraverso diverse fasi, con incursioni nel linguaggio fotografico e nel cinema, ed una attenzione specifica alle problematiche sociali.
Ecco alcuni titoli in una mostra ricchissima:
Ignoto per esempio è un lavoro del 1990 (collezione privata) dove tre pallide sedie sono inscenate in una sorta di palcoscenico dai colori vibranti, sulfurei gialli, blu scuri, verdi sfilacciati. Le sedie non sono sedie, sono persone, sono diversi modi di guardare e di guardarsi. Non è astrazione, è concentrazione, si avverte il nervosismo del gesto improvviso, ispirato, del momento fulmineo. Da qui al Campo profughi del ’91 il passo è breve. È una pittura simbolica dove il campo spinato bianco è una sorta di incoronazione di spine sociale che cinge una umanità in fuga dalla terra, il grande pellegrinaggio dei poveri del mondo. Opera provocatoria profonda e affascinante.

“Interno di casa romana” 1968, collezione privata. Foto Giorgio Benni. © Mario Schifano, by SIAE 2026 © Archivio Mario Schifano
Ci sono momenti di fantasia libera stupenda come l’Orto botanico del 1982 (collezione privata, Torino) con le linee colanti dal verde degli alberi, una pioggia di natura che ci inonda e inonda il mondo. Andando indietro nel tempo, ecco spazi alla Rothko come il Grande Verde del 1960: il colore parla con la sua densità, ci invita ad entrarvi, immergerci senza pensieri, senza voler sapere, solo “esserci”. Fino a quel Suono del flauto e boschetto del 1984: un attimo di poesia musicale che si diffonde come luce nervosa, lampeggiante in bianco materico dal verde che è il suono-suono e non altro. L’immaginazione è al potere nelle opere di Schifano, ovunque, sino alla fine. Una mostra fascinosa, ricchissima, da non perdere.
Mario Schifano. Palazzo delle Esposizioni. Fino al 12/7 (catalogo Electa).
