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Cultura > Sfide

La Magnifica Humanitas di papa Leone: la tecnologia ci interroga su chi siamo

di Marco Sanchioni

La grande domanda sull’umano nell’era dell’Intelligenza artificiale. Il documento non parla prima di tutto di tecnologia, parla di ciò che la tecnologia ci chiede di capire su noi stessi.  L’urgenza di una responsabilità che non attenda le istituzioni

Papa Leone XIV pubblica Magnifica Humanitas (ANSA/US VATICAN MEDIA)

C’è un momento, nella presentazione della nuova enciclica di Leone XIV, che vale la pena raccontare. Christopher Olah, cofondatore di Anthropic — una delle principali aziende di intelligenza artificiale al mondo — prende la parola e dice qualcosa di inatteso: «Se vogliamo che questa tecnologia funzioni bene, è fondamentale che esistano persone al di fuori degli incentivi che noi subiamo dall’interno. Persone che abbiano a cuore il buon esito delle cose, disposte a dire verità difficili, a essere nostri critici sinceri e riflessivi». E poi aggiunge: «Ecco perché sono grato a Sua Santità e alla Chiesa per aver intrapreso questo lavoro di discernimento».

Non è frequente che chi costruisce le tecnologie più potenti del nostro tempo chieda a una comunità religiosa di guardare dall’esterno — con occhi diversi — ciò che loro stessi stanno facendo dall’interno. Ma è esattamente questo che sta accadendo attorno alla Magnifica Humanitas, la lettera enciclica pubblicata il 15 maggio 2026, con la quale Papa Leone XIV interviene sul tema dell’intelligenza artificiale. Non come arbitro tecnico, ma come custode di una domanda che la tecnica da sola non sa formulare.

Non un’enciclica “sull’IA”. Il titolo stesso è rivelatore: Magnifica Humanitas — la magnifica umanità. Non “i rischi dell’intelligenza artificiale”. Non “la Chiesa e il digitale”. Il documento non parla prima di tutto di tecnologia: parla di ciò che la tecnologia ci chiede di capire su noi stessi.

Questa è la prima operazione che il testo compie, ed è la più importante: sposta il discorso dal livello tecnico a quello antropologico. Il problema non è se l’intelligenza artificiale funziona o non funziona, se è utile o pericolosa. Il problema è chi siamo noi mentre la usiamo, chi stiamo diventando, e verso quale idea di umano stiamo orientando le nostre scelte. Come scrive il papa fin dalle prime pagine, «la magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva»: non quale tecnologia adottare, ma quale civiltà costruire.

Per chi segue il dibattito sull’IA da dentro — tra ricercatori, ingegneri, filosofi e policy-maker — c’è qualcosa di quasi insolito in questo approccio. Le discussioni tecniche tendono a muoversi per problemi definiti: bias algoritmici, trasparenza dei modelli, governance dei dati, impatto occupazionale. Sono questioni reali e urgenti. Ma l’enciclica ricorda che sotto tutte queste domande tecniche ce n’è un’altra, che le precede: che tipo di essere umano presupponiamo, quando decidiamo come costruire e usare questi sistemi?

Ciò che la macchina non capisce

Uno dei passaggi più incisivi del documento riguarda la natura stessa dell’intelligenza artificiale. Leone XIV non nega le capacità straordinarie di questi sistemi: la velocità, l’ampiezza dei dati elaborati, la qualità delle risposte prodotte. Ma insiste su una distinzione che le discussioni pubbliche tendono a sfumare (99): «Le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità».

La conseguenza è semplice e radicale: «Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, […] (99)». Un sistema di intelligenza artificiale può scrivere un testo che sembra empatico senza aver mai provato nulla. Può descrivere il dolore senza averlo attraversato. Può simulare la cura senza mai aver incontrato una persona. E proprio per questo — non nonostante le sue capacità, ma attraverso di esse — rischia di occupare spazi che appartengono all’incontro umano, svuotandoli dall’interno.

La cosa più sorprendente è che anche chi costruisce questi sistemi riconosce il problema. Olah, nel suo intervento, ammette qualcosa di importante: il suo gruppo di ricerca trova, nella struttura interna dei modelli, «stati che funzionalmente riflettono gioia, soddisfazione, paura, dolore e inquietudine». E aggiunge: «Non so cosa significhi, ma credo che richieda un discernimento continuo». Colpisce che, nel cuore della ricerca più avanzata sull’intelligenza artificiale, emerga il bisogno di categorie che non appartengono soltanto al linguaggio tecnico, ma anche a quello etico e antropologico.

La relazione come criterio

Se l’enciclica ha un cuore tematico, è la difesa della relazione come criterio antropologico fondamentale. Non l’efficienza, non la velocità, non la capacità di elaborazione: la relazione autentica con l’altro, nella sua differenza e irriducibilità. Il rischio che Leone XIV denuncia non è quello di una macchina che “prende il potere” in senso fantascientifico. È più sottile: che i sistemi di intelligenza artificiale ridisegnino gradualmente le condizioni in cui gli esseri umani si incontrano, orientando l’interazione verso ciò che conferma le aspettative e riduce l’imprevisto. Quando gli algoritmi amplificano ciò che già conosciamo, la differenza diventa meno visibile, più difficile da incontrare. Nel tempo, la distanza si trasforma in opposizione.

C’è in questo un’eco di una domanda che molti genitori, educatori e medici stanno già ponendo: non cosa fa l’IA ai ragazzi, ma cosa fa alla loro capacità di stare con l’altro, di tollerare il silenzio, di reggere la fatica di una conversazione che non si può ottimizzare. Il pericolo più profondo, come scrive il Papa, non è che qualcuno creda di parlare con una persona quando parla con una macchina. È che «perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro (100)».

Né entusiasmo né paura

Una delle caratteristiche più interessanti del documento è la sua postura rispetto alla tecnologia. Leone XIV non è un Papa luddista. Non chiede di fermare l’innovazione, né dipinge il progresso come minaccia. Anzi, riconosce esplicitamente che l’intelligenza artificiale «può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune (9)».

Ma si oppone con uguale nettezza alla fascinazione acritica: all’entusiasmo che scambia ogni innovazione per progresso e ogni efficienza per bene. Il vero termine di giudizio non è la capacità tecnica, ma la domanda che San Giovanni Paolo II aveva già formulato e che l’enciclica riprende: «L’IA rende la vita umana sulla terra, in ogni suo aspetto, più umana? La rende più degna dell’uomo? (129)».

Questa è la terza via che il documento propone, usando due immagini bibliche che attraversano tutto il testo. Da un lato la torre di Babele: costruire senza riferimento all’umano, accumulare potere senza cura, ridurre tutto — anche il mistero della persona — a dati e prestazioni. Dall’altro la ricostruzione di Gerusalemme narrata nel libro di Neemia: ricostruire insieme, pezzo per pezzo, con attenzione a ciascuno, a partire dai più fragili. Non un’utopia tecnocratica, né una nostalgia regressiva. Un cantiere condiviso.

Dalla regolazione alla responsabilità

L’enciclica è chiara nel dire che la regolazione è necessaria ma non sufficiente. Servono leggi adeguate, vigilanza indipendente, politica che non abdichi al proprio compito. Ma accanto a questo, Leone XIV aggiunge qualcosa che spesso manca nel dibattito pubblico: l’urgenza di una responsabilità che non attenda le istituzioni, che sia assunta direttamente da chi progetta, usa e abita quotidianamente questi sistemi.

«Gli sviluppatori portano un particolare peso etico e spirituale», scrive il papa: «ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità. (111)». Non è un appello generico alla buona volontà. È il riconoscimento che tra la legge e il suo effetto sulla vita reale c’è uno spazio — fatto di decisioni quotidiane, di scelte di design, di usi concreti — in cui ciascuno decide chi essere. E che quello spazio conta.

Forse è proprio questo il punto più importante della Magnifica Humanitas: ricordarci che l’intelligenza artificiale non ci pone soltanto un problema tecnologico, ma una domanda spirituale e culturale. Ogni epoca viene definita anche dagli strumenti che costruisce. Ma ci sono momenti storici in cui gli strumenti diventano così potenti da costringerci a ridefinire l’immagine stessa dell’umano. È ciò che accade oggi. Per questo l’enciclica non invita semplicemente a “usare bene” l’IA. Invita a custodire ciò che rende umana la vita: la capacità di relazione, il senso del limite, la responsabilità, la cura, il discernimento, la possibilità di riconoscere nell’altro non un dato da elaborare, ma una presenza da incontrare.

La domanda che resta aperta

A un certo punto dell’enciclica, Leone XIV invita a non temere di “sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo”. È un’immagine significativa: un cantiere non è un progetto già risolto. È un luogo in cui si lavora, si sbaglia, si corregge, si costruisce insieme.

La sfida che questo testo pone non è, in fondo, diversa da quella che ciascuno porta nel quotidiano: come stare dentro una trasformazione che ci supera per velocità e portata, senza subirla passivamente e senza illudersi di governarla dall’alto? La risposta dell’enciclica non è tecnica. È un invito a non smettere di chiedersi chi si vuole essere. Non soltanto quali macchine vogliamo costruire. Quale umanità vogliamo custodire.

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