Davanti all’esposizione delle violenze maschili sulle donne e della cultura sessista e patriarcale che ne è all’origine (come nell’articolo Tutti contro le donne), la reazione più immediata – non solo nei maschi – di solito è evidenziare come non tutti gli uomini siano violenti o oppressivi nei confronti delle donne, in una delle molteplici versioni possibili del “not all men” (non tutti gli uomini). Quasi a voler dire: «Io non ho fatto niente, perché te la prendi con me?». Ma siamo certi che sia questa la prospettiva giusta da cui guardare al problema?
Che non tutti gli uomini siano violenti è chiaro e oserei dire che mi sembra il minimo: sarebbe un mondo di certo invivibile se tutti lo fossero. È evidente che gli uomini non siano in toto una categoria irrecuperabile, destinata per principio ad assumere comportamenti abusivi nei confronti delle donne: porre attenzione a comportamenti violenti e svilenti nei confronti delle donne non equivale ad attaccare tutti gli uomini, bensì a sottolineare come più facilmente essi siano educati – anche in modo inconsapevole – all’interno di una mentalità che porta a ritenere normali atteggiamenti che parlano di una loro presunta superiorità, che discriminano e svalutano, che relegano la donna a ruolo di oggetto posseduto. Equivale a dire che il patriarcato è ancora vivo, non che tutti gli uomini lo abbracciano, ed è questa la prospettiva da cui bisogna guardare la questione maschile, al fine di capire in che acque navigano oggi gli uomini, anche quelli che non agiscono violenza.
Accanto agli uomini che abbracciano più o meno esplicitamente e consapevolmente la cultura patriarcale, i quali vogliono mantenere uno status quo in cui le donne sono mantenute sempre un passo indietro rispetto ai maschi in termini di diritti e possibilità, nella convinzione che è sempre andato così e che così deve rimanere (con tutto ciò che questo comporta in termini di violenza di genere in tutte le sue forme), possiamo probabilmente osservare altre due categorie di uomini “disorientati” in questi giorni.
La prima è quella di uomini – specie più giovani – spaventati dal non sapere come abitare il cambiamento che caratterizza il nostro tempo a causa delle nuove consapevolezze femminili e che proprio per questo rischiano di cadere nella rete della manosfera, in assenza di modelli diversi da incarnare. Se dal canto loro, infatti, le giovani donne hanno a disposizione decenni di riflessione sulla questione femminile e non si accontentano facilmente di ruoli tradizionali, per i giovani maschi è più difficile comprendere come vivere questi tempi nuovi. La crisi del maschile che ne deriva trova spazio di ascolto privilegiato nei gruppi online della manosfera, che incolpa le donne di quella difficoltà senza offrire una soluzione alternativa alla visione – inaccettabile – del maschio dominante anche a costo di usare violenza.
Una seconda categoria è quella degli uomini lontani dal sessismo sia nei pensieri che nelle azioni, incapaci però di opporvisi in modo esplicito quando altri ne assumono le posizioni, anche solo attraverso battute apparentemente insignificanti, i quali di solito non abituati ad una riflessione consapevole sul tema delle relazioni uomo-donna ma si limitano a fare ciò che ritengono giusto. Pur non ampliando lo spazio della violenza, costoro non possono nemmeno dirsi alleati delle donne, perché non si esprimono apertamente a loro sostegno e non abbracciano le battaglie per una reale parità di genere, limitandosi a restare ai margini della questione.
Esistono per fortuna anche uomini che riflettono sulla cultura patriarcale e sul ruolo attivo che possono assumere per arginarla, anche se rappresentano forse ad oggi una minoranza che pare avere poco impatto. Il loro lavoro è, però, molto prezioso: da qui e dalla collaborazione con le donne che già da tempo portano avanti un lavoro simile può partire un’ondata di cambiamento concreta. Credo che una fetta importante di questo cambiamento possa essere sostenuta e facilitata dalla creazione di nuovi modelli di maschilità, capaci di mostrare come si possa essere uomini senza voler per forza prevalere sugli altri, senza aver bisogno di svalutare chi si ha davanti – specie se donne o persone LGBTQ+ – per sentire di aver valore, come è stato insegnato a fare per secoli.
Accanto a tali modelli (che tra l’altro esistono già: basti pensare al tennista Jannik Sinner, giusto per citare qualcuno di famoso), possono avere un ruolo importante anche i gruppi di riflessione e consapevolezza per uomini, online o in presenza, in cui ci si interroga su come vivere la maschilità in modo più sano, allo scopo di aprire una strada che porti tutti gli uomini verso un nuovo modo di incarnarla, senza per questo temere di essere considerati meno virili. Detto in altre parole: per quanto sia vero che le mappe della maschilità iniziano ad essere aggiornate, occorre che sempre più persone ne facciano uso per non ritrovarsi disorientati nel mare sconosciuto del mondo contemporaneo.
Tutto ciò sarà possibile se, di fronte all’evidenza della violenza maschile, si smetterà di difendersi e barricarsi nella propria torre d’avorio, affermando solo di non essere parte di quella violenza (che sarebbe come dire che si è raggiunto il minimo sindacale per essere considerate persone civili), per iniziare a chiedersi in che modo è possibile divenire realmente alleati di chi di quella violenza è vittima, assumendosi cioè delle responsabilità a livello sociale. Perché non ci si può più limitare a non dire sì a ciò che si ritiene ingiusto, bisogna affermare esplicitamente il proprio no ad una visione del mondo ormai insostenibile, così da spargere a largo anticorpi contro il sessismo.
