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Cultura > Neuropolitica/2

Cosa ci rende così disumani? L’empatia è politica

di Giampietro Parolin

- Fonte: Città Nuova

Esiste una grande responsabilità culturale e politica nel generare l’odio verso intere categorie di persone e come premessa per i peggiori crimini di guerra. Le società possono attribuire valore diverso alle persone e ai gruppi umani. L’empatia esiste, ma non è una risorsa infinita né una capacità imparziale. L’importanza del processo educativo nel saper riconoscere l’irriducibile diversità di ciascuno, con le sue esperienze, i suoi valori, le sue convinzioni e la sua storia. Un lavoro importante della ricercatrice libanese Samah Karaki

Nella foto agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) in azione contro i migranti a Minneapolis, negli Usa, il 7 gennaio 2026. ANSA EPA/OLGA FEDOROVA

Ogni giorno veniamo raggiunti da immagini, notizie e racconti di guerre, catastrofi, ingiustizie e sofferenze che si consumano in ogni parte del mondo. Attraverso i mezzi di informazione possiamo assistere quasi in tempo reale a tragedie che un tempo sarebbero rimaste lontane e invisibili.

Informarci ci fa spesso sentire partecipi: proviamo commozione, indignazione, solidarietà. Ma queste emozioni raramente durano a lungo. Dopo qualche giorno, o addirittura dopo poche ore, la nostra attenzione si sposta altrove.

Perché accade? Perché alcune sofferenze ci colpiscono profondamente mentre altre sembrano lasciarci indifferenti?

A queste domande cerca di rispondere la ricercatrice libanese Samah Karaki nel saggio L’empatia è politica. Regole sociali e biologia dei sentimenti, pubblicato da Add editore. Attraverso studi di neuroscienze, psicologia e sociologia, Karaki mette in discussione un’idea molto diffusa: quella secondo cui l’empatia sarebbe una sorta di bussola morale naturale, capace di guidarci spontaneamente verso il bene e di superare ogni divisione tra gli esseri umani.

Secondo l’autrice, le cose sarebbero infatti più complesse: l’empatia esiste, ma non è una risorsa infinita né una capacità imparziale, piuttosto pare influenzata dalla nostra biologia, dall’ambiente in cui viviamo e dalle rappresentazioni sociali che ci circondano. In altre parole, non tutti proviamo empatia per tutti nello stesso modo.

Che cos’è davvero l’empatia?

La parola deriva dal greco empatheia, formato da en (“dentro”) e pathos (“sentimento”). Tuttavia, il senso attributo al termine è relativamente recente, da quando entrò nella lingua inglese all’inizio del Novecento come traduzione del termine tedesco Einfühlung, che significa letteralmente “sentire dentro”, cioè percepire dall’interno l’esperienza di un’altra persona.

A elaborare questa idea fu soprattutto lo psicologo Theodor Lipps, che descrisse l’empatia come la capacità di avvicinarsi all’esperienza altrui e di immaginare ciò che l’altro prova. Successivamente, il concetto fu sviluppato da pensatori come Freud, Edmund Husserl, Edith Stein e Max Scheler.

Se non esiste ancora una definizione univoca e universalmente condivisa, tuttavia gli studiosi distinguono diversi fenomeni che spesso vengono confusi tra loro.

Alla base troviamo il mimetismo e il contagio emotivo. Nelle relazioni quotidiane tendiamo spontaneamente a imitare espressioni, gesti e posture delle persone con cui interagiamo, così come possiamo essere coinvolti dalle emozioni e dai comportamenti degli altri. È ciò che accade, ad esempio, quando un neonato inizia a piangere sentendo il pianto di un altro bambino, pur non percependo la stessa ragione del pianto – fame, sonno, malessere fisico…

Esiste poi una forma più complessa di empatia, detta cognitiva, quando non ci limitiamo a condividere un’emozione, ma proviamo a comprendere il punto di vista dell’altro, a immaginare i suoi pensieri, le sue paure, le sue speranze.

Da questa comprensione (o presunta tale) possono nascere ulteriori reazioni, come la simpatia, la preoccupazione per chi soffre, la compassione e, infine, l’altruismo. Si tratta di fenomeni distinti, poiché comprendere il dolore di una persona non significa automaticamente volerla aiutare.

Un sentimento selettivo

Se l’empatia fosse davvero universale, dovremmo essere ugualmente sensibili alla sofferenza di qualsiasi essere umano. L’esperienza quotidiana mostra, invece, il contrario.

Tendiamo a immedesimarci più facilmente in chi percepiamo come simile a noi: persone che condividono il nostro ambiente, la nostra cultura, la nostra lingua, la nostra storia o il nostro gruppo di appartenenza. Il cervello umano ricerca familiarità e rassicurazione. Per questo motivo il senso del “noi” emerge molto presto nei bambini ed è presente in tutte le società conosciute.

Questa tendenza, di per sé naturale, può però avere conseguenze problematiche. Quando la distinzione tra “noi” e “loro” diventa troppo rigida, alcune vite finiscono per apparirci più importanti di altre, alcune sofferenze sembrano più meritevoli di attenzione e solidarietà, altre sono ignorabili o minimizzabili.

Le costruzioni sociali e culturali vanno spesso a rafforzare questi meccanismi: attraverso stereotipi, pregiudizi e gerarchie implicite, le società possono pertanto attribuire valore diverso alle persone e ai gruppi umani.

È in questa prospettiva che si può capire lo sviluppo di fenomeni come il razzismo, osservabili già nei primi anni di vita e successivamente alimentati dall’ambiente sociale.

In casi estremi può emergere persino la Schadenfreude, termine tedesco che indica il piacere provato di fronte alla sfortuna o alla sofferenza di qualcuno percepito come appartenente a un gruppo rivale o ostile.

Quando gli altri smettono di essere umani

Uno dei meccanismi più potenti che riducono l’empatia è la disumanizzazione. Sentiamo spesso ripetere l’invito a “restare umani”. Ma cosa significa, concretamente, negare l’umanità a qualcuno? Significa smettere di riconoscere nell’altro una persona unica, dotata di una propria storia, di emozioni, desideri e diritti. Significa trasformarlo in una categoria astratta, in una minaccia, in un oggetto.

Lo psicologo Herbert Kelman sostiene che due elementi sono fondamentali per riconoscere l’umanità di qualcuno: l’identità e la comunità. L’identità riguarda l’unicità della persona mentre la comunità riguarda il riconoscimento di una comune appartenenza al mondo umano e di una reciproca responsabilità di cura.

La disumanizzazione agisce proprio su questi due aspetti. Per far apparire accettabile la violenza si utilizzano spesso parole che degradano individui o gruppi: topi, scarafaggi, parassiti, mostri. Oppure si descrivono intere popolazioni come inferiori, arretrate o meno civili.

La ricerca scientifica mostra che sono questi i processi che hanno accompagnato molti episodi di persecuzione, discriminazione e violenza collettiva. Prima ancora delle armi, spesso arrivano le parole.

Possiamo educarci all’empatia?

Se l’empatia è così selettiva e vulnerabile ai condizionamenti, siamo condannati a restare prigionieri dei nostri pregiudizi? Karaki risponde negativamente. L’empatia può essere coltivata, ma non attraverso semplici appelli sentimentali.

Per interessarci a una persona dobbiamo anzitutto poterla vedere, ascoltare, conoscere. Dobbiamo riconoscerla come individuo e non come una categoria anonima. Questo processo dipende anche dalla politica, dai media e da quella che oggi viene definita economia dell’attenzione: i meccanismi che decidono quali storie raccontare, quali volti mostrare e quali sofferenze rendere visibili.

L’empatia, dunque, non è soltanto una questione privata. È anche, e molto più, una questione pubblica. La filosofa Hannah Arendt, pur diffidando dell’idea di fondare la politica sui sentimenti, invitava a esercitare l’immaginazione e ad “andare in visita” al punto di vista dell’altro. Non per annullare le differenze, ma per comprenderle.

Ed è proprio questo il punto conclusivo della riflessione di Karaki: l’obiettivo non è trasformare l’altro in qualcuno che ci assomiglia, ma al contrario, saper riconoscere l’irriducibile diversità di ciascuno, con le sue esperienze, i suoi valori, le sue convinzioni e la sua storia.

Educare all’empatia significa allora imparare ad accogliere e convivere con questa differenza senza ridurla a uno stereotipo. Significa sostituire le certezze con le domande, il giudizio immediato con l’ascolto, la paura con la curiosità.

Non sempre riusciremo a comprendere pienamente chi abbiamo di fronte, ma una società più umana nasce proprio dalla disponibilità a lasciare spazio alla voce dell’altro, soprattutto quando quella voce racconta una sofferenza che non abbiamo vissuto e che forse non comprenderemo mai del tutto.

Riproduzione riservata ©

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