“Capitalismo finanziario” è un’espressione coniata nel 1910 da Rudolph Hilferding, un economista austriaco che mise l’accento su una mutazione in atto nel sistema capitalistico mondiale, che si sarebbe dovuta correggere per evitare che il settore finanziario finisse con il rendersi autonomo da quello produttivo, per poi dettar legge su di esso.
Poi vennero, in successione, le due guerre mondiali, inframezzate dalla Grande Depressione del 1929, con il disastroso crollo dell’economia statunitense e i suoi riflessi su quella globale.
Fra gli anni ’30 e gli anni ’40, il capitalismo finanziario conobbe una fase di relativo declino, arginato soprattutto dalla sapiente opera di regolamentazione attuata negli USA da F.D. Roosevelt, coadiuvato dallo staff del grande economista J.M. Keynes. Bisogna aggiungere che nessun presidente statunitense più di Roosevelt si era dimostrato attento a tenere nettamente distinti i settori economico e finanziario, il mondo produttivo da quello legato alla speculazione e alla rendita.
Tale opera di separazione, codificata nel famoso Glass Steagall Act del 1933, resse anche nei primi decenni del secondo dopoguerra, ma fu poi presa di mira dall’amministrazione Reagan negli anni ’80. Reagan e M. Thatcher guidarono la controffensiva del capitalismo finanziario, procedendo alla cancellazione della legislazione keynesiana e rooseveltiana e riducendo drasticamente la progressività delle imposte. Ciò permise alle grandi aziende di delocalizzare in quelle località del pianeta in cui le tutele ambientali erano nulle e il trattamento dei lavoratori precario.
Tuttavia, la definitiva abolizione della legge Glass Steagall arrivò con il secondo governo Clinton, nel 1999. Il presidente democratico non fu tuttavia che uno dei responsabili di quanto avvenne. Già verso la metà dei “ruggenti anni ’90”, le banche, capitanate dal segretario al Tesoro Rubin, organizzarono una campagna per l’abrogazione della vecchia legge. Pur ammettendo che tale abolizione avrebbe facilitato la comparsa dei conflitti di interesse, il fervore di quel decennio per la deregulation del settore finanziario bloccò sul nascere i timidi sforzi della politica per evitare l’abbattimento delle regole: in un’epoca di colossi multinazionali le banche statunitensi non dovevano trovare ostacoli per vincere la competizione economica globale.
E così, dal 12 novembre 1999, con l’abolizione della Glass Stegall Act, si procedette alla totale deregolamentazione del mercato finanziario e, conseguentemente, le normali banche commerciali, che tradizionalmente raccoglievano i depositi dei clienti, cominciarono a operare anche come istituti finanziari, facendo compravendita di titoli di ogni genere.
Con l’adozione di nuovi strumenti finanziari, detti derivati (potevano essere valute, tassi di interesse, ma anche azioni, obbligazioni, materie prime…), le banche si esposero a operazioni importanti ma rischiose, mosse dalla leva dell’elevato profitto. Nel volgere di meno di un decennio gli Stati Uniti si ritrovarono in quella che molti analisti hanno definito “la tempesta perfetta”.
Fu a causa dell’opportunismo − meglio sarebbe dire della mancanza di scrupoli (moral hazard) di molti operatori finanziari – che le banche statunitensi concessero prestiti (mutui subprime) anche a clienti che non disponevano dei requisiti richiesti per onorare l’impegno assunto. L’”azzardo” delle banche statunitensi seguiva una logica molto chiara, che era quella di alimentare il mercato degli immobili, un segmento capace di produrre un forte business. Di fatto esse si accollarono a cuor leggero mutui rischiosissimi, praticamente inesigibili, ben sapendo che i costi, per loro, erano irrisori.
Perfino nel caso che la “bolla finanziaria” fosse scoppiata, il sistema se la sarebbe cavata facilmente. Ma una banca tiene al suo prestigio, di fronte ai clienti. Per evitare anche tale evenienza, i prestiti erano stati trasformati in obbligazioni, con l’ennesima operazione di maquillage finanziario (cartolarizzazione); ad acquistare e rivendere tali titoli “derivati” erano state predisposte le cosiddette bad banks, banche appositamente pensate per liberare le banche “buone” dall’incombenza del lavoro sporco. Cosi l’intero sistema bancario era sgravato da ogni peso. La collettività si accollò la truffa, che fu scaricata sulle spalle dello Stato e degli ignari contribuenti.
La conclusione è assai amara. Quando la bolla finanziaria scoppiò, nel 2007-2008, e il crack si palesò pubblicamente, la Federal Reserve system, la Banca Centrale degli USA, dovette stanziare la cifra record di 16 mila miliardi di dollari per evitare il fallimento di banche “troppo grandi per fallire”; così facendo palesò che il loro fallimento avrebbe avuto conseguenze disastrose su tutto il mondo occidentale. Anche qui da noi, in Europa, la crisi finanziaria produsse effetti disastrosi, allargando le differenze fra Paesi.
Perché ho voluto ricordare, anche se soltanto sommariamente, questo non edificante episodio di storia economica?
Nel 2009 papa Benedetto XVI scrisse l’Enciclica Caritas in veritate, che al capitolo 65, dopo aver definito la finanza «strumento diretto a migliorare la creazione e lo sviluppo della ricchezza», aggiungeva che essa necessitava di un profondo rinnovamento nelle sue strutture «dopo il suo cattivo utilizzo che ha danneggiato l’economia reale».
Finanza viene da finis, che significa fine, scopo. Qual è il fine della finanza? È probabile che sia quello di incrementare la ricchezza dell’umanità. Si vuole diventare più ricchi? Va benissimo; a patto che l’ascesa di una parte non comprometta i diritti della parte maggioritaria dell’umanità. E oggi – lo sottolineava papa Ratzinger in quell’Enciclica – sono a rischio il diritto all’alimentazione e il diritto all’acqua, derivati del primario e sacro diritto alla vita.
Il pianeta ha risorse che, come tutti sanno, sono finite e non può pertanto, secondo la logica comune, tollerare una crescita infinita della ricchezza privata. Già in quei “ruggenti anni ’90” i CEO delle grandi aziende non volevano rivelare l’entità dei loro guadagni. Perché? Come spiegava già al tempo il premio Nobel dell’economia Stiglitz (1), essi non lo rivelano affinché nessuno sappia “a quanto ammontano profitti e perdite dell’azienda”. Infatti quegli stessi azionisti sarebbero scoraggiati a fare investimenti nell’azienda, ben capendo quanto poco margine per loro rimarrebbe. È così, con la segretezza e la mancanza di trasparenza, che nascono i sistemi plutocratici.
Concludo con due riflessioni di Telmo Pievani, professore di Filosofia delle scienze biologiche a Padova: «Se ciascuno vuole “rendere grande” solo se stesso, il destino è un darwinismo sociale su scala planetaria. Ovvero la distruzione dei beni comuni e la sconfitta a lungo termine di tutti» e «la via d’uscita sarebbe quella di invertire la logica fra corto e lungo respiro: comprendere che gli investimenti sui beni comuni adesso – in primis, il nostro pianeta –, genereranno guadagni e risparmi domani, diventando occasioni di innovazione, sviluppo e cooperazione» (T. Pievani in AA.VV., Stare al mondo. Ecologie dell’abitare e del convivere, UTET 2026, p.114).
(1) Cf. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta, Einaudi, 2004.