Il nuovo processo di regolarizzazione degli immigrati in Spagna è iniziato lunedì 20 apile, a buon ritmo, provocando però anche situazioni di collasso in numerosi uffici abilitati a questo scopo, soprattutto nelle grandi città, dove lunghe file di persone interessate hanno dovuto attendere fino a 4 ore per presentare la documentazione richiesta. Ancora prima dell’inizio delle procedure in presenza presso gli uffici, già si era registrato un elevato numero di domande di regolarizzazione inviate tramite strumenti elettronici a partire dal 16 aprile scorso. Secondo il Ministero della Politica Territoriale e della Memoria Democratica, 42.790 persone avevano chiesto la regolarizzazione tramite internet tra il 16 e il 19 aprile.
Lo scopo di questa «regolarizzazione straordinaria – ha spiegato il governo spagnolo – rappresenta la prima tappa del Piano di integrazione e coesistenza interculturale, con il quale la Spagna intende rafforzare il proprio modello di politica migratoria basato sui diritti umani, sull’integrazione e sulla coesistenza, compatibile con la crescita economica e la coesione sociale». Cioè, si tratta di una misura amministrativa rivolta a migranti già residenti in Spagna al fine di garantire loro il diritto di lavorare in qualsiasi settore e località del Paese.
Ecco un esempio per capire meglio di cosa si tratta: José Luis vive in Spagna da 4 anni e ha trovato lavoro come saldatore grazie alla “Carta Rossa”, il documento che certifica il suo status di richiedente asilo e gli permette di risiedere e lavorare legalmente mentre la sua domanda di asilo o di protezione internazionale è in fase di elaborazione. Ora il suo datore di lavoro gli ha chiesto di presentare domanda di regolarizzazione per poter iniziare a versare i contributi previdenziali e per ottenere pieni diritti lavorativi.
Si è calcolato che almeno 500 mila persone potrebbero beneficiare di questa misura, sebbene il periodo previsto per presentare le domande potrebbe risultare insufficiente, secondo alcune associazioni di migranti: dal 20 aprile al 30 giugno 2026. A ciò bisogna aggiungere le difficoltà per avere alcuni dei documenti richiesti, in particolare, in molti casi, il “certificato di vulnerabilità”, un documento che definisce lo stesso procedimento ma deve essere accreditato e timbrato dagli enti competenti (normalmente i servizi di assistenza sociale del Comune di residenza). Oppure il certificato che dichiara di «non avere precedenti penali e di non rappresentare una minaccia per l’ordine pubblico, la sicurezza pubblica o la salute pubblica». Ci sono stati però accordi con Paesi di provenienza dei richiedenti e che stanno collaborando: alcuni organi di stampa hanno rilevato che il consolato del Marocco «prima dell’annuncio della regolarizzazione impiegava un mese per rilasciare il documento [di nulla osta giudiziario]. Ora, chi ne fa richiesta può ritirarlo in due settimane».
La presentazione della domanda di regolarizzazione avvia una procedura. Il richiedente, infatti, ottiene automaticamente un numero di previdenza sociale e il diritto all’assistenza sanitaria. L’autorizzazione, una volta concessa, è valida per un anno. Trascorso tale periodo, gli interessati dovranno registrarsi secondo le normali procedure previste dalla normativa specifica per l’immigrazione.