Dopo sedici anni di potere ininterrotto di Viktor Orbán, quello che alcuni avevano definito il sistema Orbán è crollato sotto il peso del voto popolare e dell’abilità del suo sfidante, Péter Magyar. I risultati delle elezioni legislative non lasciano spazio a interpretazioni: il partito Tisza, guidato da quest’ultimo, una volta fedelissimo del regime orbaniano, ha ottenuto una clamorosa maggioranza dei due terzi del parlamento ungherese (138 seggi su 199), superando la soglia critica che permette di riformare la Costituzione, dopo le riforme autoritarie realizzate da Orbán nel corso del suo mandato.
La vittoria di Magyar segna la fine del cosiddetto progetto della democrazia illiberale che Orbán aveva iniziato a sviluppare dal 2010. Il nuovo leader ha promesso un’inversione di rotta immediata: adesione alla Procura europea, lotta alla corruzione sistemica e, soprattutto, un ritorno convinto nell’alveo dei valori comunitari. «Gli ungheresi hanno detto sì all’Europa», ha scandito Magyar davanti ai suoi sostenitori.
Infatti, il mandato di Orbán è stato caratterizzato da un conflitto permanente con le istituzioni dell’Unione europea (Ue) e i leader europei.
Quella che era iniziata come una difesa della sovranità nazionale si è trasformata, negli anni, in una sfida aperta ai principi dello Stato di diritto e ad uno scontro sui valori stessi dell’Europa: dalla legge anti-LGBTQ+ alla riforma della magistratura, Orbán ha sistematicamente smantellato i pesi e contrappesi democratici, tanto che il Parlamento europeo è arrivato a definire l’Ungheria un’«autocrazia elettorale».
La Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha risposto con il meccanismo di condizionalità, congelando oltre 20 miliardi di euro destinati a Budapest.
Particolarmente critico è stata la costante avversione dell’Ungheria verso atti negativi delle istituzioni europee nei confronti della Russia. In particolare, in questi anni di guerra tra Russia e Ucraina, il veto sistematico di Orbán agli aiuti militari per l’Ucraina e la sua ambiguità verso Vladimir Putin hanno isolato l’Ungheria persino dai suoi alleati storici del Gruppo di Visegrád, come la Polonia.

Vance in visita elettorale pro Orban in Ungheria ANSA EPA/Akos Kaiser
Il declino di Orbán è iniziato nel 2024, dopo che il governo graziò l’ex-vicedirettore di un orfanotrofio condannato per aver insabbiato casi di abusi sessuali su minori. Lo scandalo che ne seguì spinse Magyar, all’epoca funzionario pubblico di medio livello e membro di Fidesz, il partito di Orbán, a protestare pubblicamente contro il premier, portando migliaia di manifestanti in piazza.
La sua campagna mediatica incluse la diffusione di una registrazione audio della moglie, Judit Varga, appena costretta a dimettersi da ministro della Giustizia, in cui si descrivevano presunte interferenze governative.
Magyar ha sfruttato quello scandalo come trampolino di lancio per le elezioni del Parlamento europeo del 2024. Egli ha intrapreso un tour dell’Ungheria, visitando città e villaggi, riuscendo ad erodere il controllo allora granitico di Fidesz su gran parte dei media del Paese, aggiudicandosi come partito ben 7 dei 21 seggi spettanti all’Ungheria al Parlamento europeo. Successivamente, Magyar ha intrapreso un nuovo tour nel paese magiaro, che lo ha portato alla vittoria del 12 aprile.
Tra i vari punti europeisti di Magyar, quello più importante è forse la sua volontà d i fare aderire l’Ungheria all’Eurozona. Infatti, l’Ungheria aveva considerato di adottare l’euro e abbandonare il fiorino già nel 2003, ma ha ripetutamente rinviato l’adesione a causa di una serie di preoccupazioni economiche.
Magyar ha dichiarato di volere esaminare il bilancio, aprire un dibattito pubblico e, quindi, decidere se come a e su come l’Ungheria potrà conformarsi ai criteri di Maastricht, ipotizzando l’ingresso nell’Eurozona nel 2030, nel 2031 o successivamente.
La reazione delle capitali europee può essere considerata un misto di sollievo e di incoraggiamento. La vittoria di Magyar viene letta non solo come un cambio di governo, ma come un vaccino contro il virus del sovranismo che sembrava inarrestabile.
«È un momento storico per la democrazia europea», ha commentato il premier britannico Keir Starmer. La promessa di Magyar di ricostruire i legami con l’Ue «fa ben sperare in una più facile cooperazione con l’Ungheria», secondo la ministra svedese per gli Affari europei Jessica Rosencrantz.
In Italia, la segretaria del PD Elly Schlein ha parlato di una «vittoria della libertà e della voglia d’Europa», mentre il polacco Donald Tusk ha accolto con entusiasmo l’annuncio del primo viaggio ufficiale di Magyar a Varsavia: «L’Ungheria torna finalmente al tavolo dei partner affidabili». Persino dai palazzi di Bruxelles trapela un ottimismo prudente.
Il gruppo Patrioti per l’Europa, al Parlamento europeo, del quale fa parte Fidesz, ha rilasciato una breve dichiarazione lunedì, dopo aver annullato una conferenza stampa programmata, accusando la Commissione europea di avere interferito nelle elezioni ungheresi, senza spiegare però in che modo. Fonti della Commissione europea, del resto, sottolineano che il percorso per sbloccare i fondi sarà ora più agevole, a patto che Magyar dia seguito alle promesse di riforme istituzionali profonde.
La sconfitta di Orbán non si riverbera solo nel Vecchio Continente, ma attraversa l’Atlantico.
Per anni, infatti, Budapest è stato il cuore europeo del movimento MAGA (Make America Great Again) di Donald Trump. Orbán era considerato l’architetto di un modello che la destra conservatrice americana sperava di esportare: un mix di nazionalismo cristiano, controllo dei media e populismo economico.
Non a caso, il presidente Trump e il vicepresidente JD Vance hanno investito credibilità personale e capitale politico per sostenere l’orbánismo, arrivando persino a inviare Vance a fare campagna elettorale per il premier negli ultimi giorni prima delle elezioni.
La sconfitta elettorale potrebbe rappresentare una battuta d’arresto per la Casa Bianca se non anche un’umiliazione.
La caduta del suo principale alleato europeo è un colpo durissimo per Trump. Infatti, senza l’aggancio ungherese, il movimento MAGA perde il suo laboratorio ideologico in Europa e la sua sponda più aggressiva all’interno dell’Alleanza Atlantica.
Non a caso, Mark Rutte, Segretario Generale della NATO, si è subito congratulato con Magyar e ha dichiarato su X: «Non vedo l’ora di collaborare con lui per rafforzare ulteriormente la sicurezza euro-atlantica».
Per molti osservatori, Budapest dimostra che il populismo di destra non è un destino ineluttabile e che, anche dopo sedici anni, la resilienza delle istituzioni democratiche può prevalere. D’altronde, nonostante l’entusiasmo, per Magyar la strada è in salita. Egli, infatti, eredita un Paese dove le istituzioni più importanti, come la Corte costituzionale e alla Procura Generale, sono occupate da fedelissimi di Orbán con mandati pluriennali. Smantellare il sistema Orbán richiederà tempo e determinazione. Ma, oggi, Budapest sembra guardare al futuro senza la paura del passato e i leader europei ed europeisti tirano un sospiro di sollievo.
