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In profondità > Scenari

Fernandez (Dottrina della fede): Una “battaglia culturale” vuole convincerci che le guerre sono giuste

a cura di Sara Fornaro

Sara Fornaro

È in corso una forte trasformazione “culturale” che facilita lo scoppio di nuove guerre, ma la Chiesa cattolica rifiuta la definizione di “guerra giusta” e scardina le giustificazioni di chi parla di guerra preventiva, usando la fede come scudo. Lo ha affermato il prefetto Fernandez, del Dicastero per la Dottrina della Fede, durante il concistoro straordinario convocato da papa Leone XIV

Un uomo piange davanti alla casa distrutta da Israele a Beirut, in Libano, foto Ansa, EPA/WAEL HAMZEH

Durante il concistoro straordinario del 26 e del 27 giugno, il cardinale Vìctor Manuel Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede ha presentato una relazione dal titolo “La cultura della potenza“, partendo dalla Magnifica humanitas di papa Leone. L’enciclica invita a “superare la teoria della guerra giusta”, usata per giustificare tutte le guerre, col rischio di manipolare la Dottrina sociale della Chiesa per dare un fondamento alle guerre più ingiuste. Rischiamo di essere manipolati anche tutti noi, a causa di una propaganda culturale che fa ritenere giusta la guerra, anche preventiva, e inutili il dialogo e la pace.

Esiste poi una sorta di doppio standard, una strategia incoerente per cui si sostengono e si armano Paesi alleati, anche se violano i diritti umani e la democrazia, mentre – per le stesse ragioni – si sanzionano e si condannano i Paesi nemici. Questo accade anche nell’Unione Europea. Questo comportamento, avverte il cardinale, porta a pensare che quelle che appaiono come preoccupazioni per i diritti delle popolazioni di alcuni Paesi, sono in realtà convenienze politiche ed economiche. Si fa, cioè, ciò che conviene ai potenti. Parole chiare, che ognuno può applicare al quadro geopolitico internazionale, cercando di farsi manipolare il meno possibile. Ma vediamo un estratto della relazione del cardinale Fernandez.

Una delle bambine uccise in Iran dall’attacco aereo di Israele e Stati Uniti. 28 febbraio 2026. Foto Ansa/ EPA, Dipartimento degli Esteri iraniano

Una cultura che favorisce le guerre e può influenzare tutti

«È in corso una forte trasformazione “culturale” che facilita lo scoppio di nuove guerre. Quella della potenza è una cultura che può influenzare tutti, anche coloro che vivono in Paesi lontani dalle zone di guerra. Si tratta di una cultura globalizzata che è orientata verso una certa passività, da parte del soggetto umano, di fronte ai progressi sfrenati di alcune forme di potere, non da ultimo anche grazie alle nuove risorse comunicative enormemente potenziate dall’intelligenza artificiale…

La grande novità di Magnifica humanitas è l’invito a “superare la teoria della guerra giusta” (192). Due considerazioni, in particolare, vengono rese esplicite e aiutano a comprendere l’urgenza di questo invito.

Prima considerazione: la nostra dottrina della guerra giusta è “troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra” (192). In questo modo si produce un paradosso: la Dottrina Sociale della Chiesa viene manipolata per fornire fondamento teorico alle guerre più ingiuste; invece di fermare le guerre, aiuta a giustificarle.

La seconda considerazione riguarda il fatto che la legittima difesa può essere invocata solo se “intesa nel senso più stretto”, cioè, non nel senso ampio e troppo aperto delle cosiddette “guerre preventive”».

Una donna cammina con suo figlio, portando i loro effetti personali, davanti a un edificio distrutto colpito da raid aerei israeliani nella città di Nabatieh, nel Libano meridionale, il 23 giugno 2026, Ansa, EPA/WAEL HAMZEH

Guerre: la legittima difesa secondo il Catechismo della Chiesta cattolica

«I criteri per la legittima difesa, che rimangono validi, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica – come ha ricordato il prefetto Fernandez – sono i seguenti:

  1. che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo (non meramente “preventivo”);
  2. che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci (cioè, che si siano esauriti tutti i tentativi possibili);
  3. che ci siano fondate condizioni di successo;
  4. che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione” (CCC 2309). E tutto questo si sosteneva molto prima dell’applicazione dell’IA alla guerra.

I primi due punti si riferiscono ad una “necessità” rigorosa e comprovata. Il terzo – quello delle “fondate condizioni di successo” – indica che una guerra non può essere proseguita indefinitamente solo per evitare un’ingiustizia, se ciò comporta danni seri e incessanti alla popolazione, in particolare una costante uccisione di persone.

Una bandiera israeliana sventola su una casa distrutta nel villaggio libanese meridionale di Meiss al-Jabal, 28 giugno 2026. Ansa, EPA/ATEF SAFADI

La distruzione di intere città e degli abitanti è un delitto contro Dio e l’umanità

L’ultimo punto, invece, implica che esista una “proporzionalità” tra l’attacco ricevuto e la risposta difensiva con i suoi effetti. Sembra – ha continuato il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede – che abbiamo già dimenticato quel che afferma il Concilio Vaticano II. In Gaudium et Spes, 80, ci si riferisce, infatti, a “distruzioni immani e indiscriminate, che superano pertanto di gran lunga i limiti di una legittima difesa”. E soprattutto si dichiara con una formula solenne quanto segue: “Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione”.

La distruzione di intere città – sottolinea il cardinale Fernandez – non può essere considerata un’azione difensiva proporzionata.

La sproporzione degli interventi militari a Gaza e nel Libano

È evidente, ad esempio – ha continuato Fernandez nella sua relazione ai cardinali riuniti nel concistoro – l’enorme sproporzionalità degli interventi militari a Gaza e nel sud del Libano. Infatti, essendo territori piccoli con pochi abitanti, la percentuale di morti civili rispetto alla popolazione totale, l’enorme numero di bambini uccisi (in una proporzione molto più alta rispetto ad altri paesi in guerra) e il numero di case bombardate ci permettono di parlare di distruzione totale. Eppure, sia in Russia che nella cooperazione degli Stati Uniti nelle guerre in Medio Oriente, la giustificazione è sempre una qualche forma di “autodifesa”.

I soccorritori cercano tra le macerie dopo un attacco aereo israeliano sulla città di Qannarit, distretto di Sidone, Libano meridionale, 20 giugno 2026. Ansa, EPA/STRINGER

Guerre preventive senza fondamento

Cosa è rimasto dei criteri che cercavano di limitare le guerre? E tutto ciò senza contare il dimenticato diritto internazionale umanitario. Siamo, come sostiene l’Enciclica, in un processo culturale di “normalizzazione della guerra” e di “preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale” (189-190) con una grave “perdita della memoria storica” (191).
Le guerre preventive invocano unilateralmente possibili – non provate – azioni preparatorie di aggressioni esterne e, alla fine dei conti, semplici supposizioni su ciò che un altro paese potrebbe fare. Questo finisce per giustificare tutto ciò che abbiamo visto e continuiamo a vedere a Gaza, in Libano, in Ucraina, e anche in altri luoghi. In questi casi le azioni belliche appaiono come applicazione di criteri teologici, non solo ebraici, non solo ortodossi come in Russia, ma della stessa dottrina cattolica sulla guerra giusta e sulla legittima difesa.

Non solo l’applicazione ma anche la stessa nozione di legittima autodifesa deve essere meglio specificata affinché possa essere compresa nel suo senso più stretto. Pertanto, la stessa nozione di guerra giusta deve essere rivista e migliorata. Altrimenti, i classici criteri della guerra giusta oggi diventano inutili e inefficaci.

Case distrutte da Israele nel villaggio libanese meridionale di Meiss al-Jabal, 28 giugno 2026. Ansa, EPA/ATEF SAFADI

La battaglia culturale che promuove le guerre

In questo nostro tempo, in verità, le basi per poter iniziare e continuare una guerra senza opposizioni efficaci – come altre decisioni politiche ingiuste – sono preparate con una “battaglia culturale”. È un lavoro meticoloso, capillare e globale che porta a relativizzare tutto e che quindi finisce per dare ampia libertà ai leader violenti. Questo implica fondamentalmente tre cose che noi Vescovi non possiamo accettare:

  1. Il costante ricorso alla squalifica, talvolta sfrenata, di chi pensa diversamente, insieme a menzogne costanti delle quali nessuna rende conto. Alla fine, una grande parte della popolazione sente che tutto è uguale e si rassegna… Come spiega l’Enciclica, utilizzando le potenti risorse attuali della comunicazione, “la politica ricorre con facilità alla disinformazione, alla ridicolizzazione dell’avversario e alla costruzione sistematica di paure e risentimenti… preparando un terreno nel quale nuovi conflitti possono maturare quasi senza che ne accorgiamo” (206). Violenza, cinismo e dispettosi attacchi verbali da parte dei leader politici, in alcuni paesi, hanno raggiunto livelli inimmaginabili poco tempo fa.
  2. L’imposizione di un “realismo politico” sulla guerra, dove regna la volontà di potere. Questo preteso realismo, come dice l’Enciclica, “qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali” (205). Di conseguenza, anche la popolazione critica finisce per abituarsi alla violenza politica e alla guerra “come necessaria, inevitabile o addirittura pulita” (193). A volte anche i Vescovi cadono in questa trappola per non essere trattati da ingenui.
  3. L’accettazione dell’incoerenza come strategia. Ad esempio, se un paese è nemico, viene condannato come antidemocratico e sanzionato in vari modi, ma, se è un paese alleato, si ignora che in esso non ci sono libertà di espressione, diritti umani o democrazia. E questo non riguarda solo i leader fortemente criticati nel mondo, ma anche l’Unione Europea. Quest’ultima, infatti, applica sanzioni economiche a un paese, invia aiuti di denaro e armi a un altro, ma non fa lo stesso di fronte ad altre invasioni ancora più gravi con conseguenze ancora più crudeli per intere popolazioni. Queste contraddizioni presenti in tutto il mondo suggeriscono che, nella pratica, le preoccupazioni si riducono alle convenienze politiche ed economiche delle diverse aree del pianeta. Non esiste più un reale e stabile contesto di verità e valori. E tutto ciò purtroppo torna utile agli interessi dei potenti che avanzano senza controlli.

La buona notizia in questo panorama oscuro è che oggi si apre uno spazio nuovo e insolito per la Dottrina Sociale della Chiesa… Se il nostro messaggio difende la vita non ancora nata, allo stesso tempo si prende cura anche dei migranti e si oppone fortemente alla guerra. Se si schiera con i fragili e gli scartati o difende le popolazioni più deboli, è anche incrollabile nel suo rifiuto dell’aborto.

Dobbiamo infine chiederci – ha affermato il cardinale Fernandez – se nelle nostre Chiese locali manteniamo la medesima coerenza e integrità che si vede nell’insegnamento e nella testimonianza dei pontefici, se stiamo attenti a non cedere alla cultura del potere, e se ci sforziamo di alimentare la cultura alternativa della fraternità e del bene comune. Solo così sarà possibile la piena inculturazione del Vangelo nei nostri paesi e nei nostri tempi».

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