È dunque tornato al Creatore il card. Camillo Ruini, uno dei maggiori “tenori” della Chiesa cattolica della fine del secolo scorso. È morto a Roma, centro degli interessi ecclesiali e politici di una vita pubblica intensa come poche. Le reazioni sono molteplici e immediate: reazioni che risentono della doppia valenza dell’opera pubblica di Camillo Ruini, al servizio della Chiesa cattolica, ma con un preciso disegno politico da lui perseguito con attenzione e, direi, tenacia, dopo il crollo della Democrazia Cristiana, che aveva permesso una presenza cattolica in politica prolungata. Negli incontri con lui, a chiunque appariva chiara la sua direzione di marcia, che non fletteva mai da un percorso ben tracciato a priori.
Era nato a Sassuolo nel 1931 e ordinato sacerdote nel 1954 ed era stato stretto collaboratore di due papi che hanno marcato l’ultimo quarto del XX secolo, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ha guidato la diocesi di Roma come cardinale vicario dal 1991 al 2008 (costruì decine di nuove parrocchie) e per quindici anni, dal 1991 al 2006, ha presieduto la Conferenza episcopale italiana, imprimendo una forte impronta culturale e politica alle sfide etiche e politiche del Paese.
In effetti, ha promosso quel “Progetto culturale della Chiesa italiana” che aveva lo scopo di dialogare con la modernità e con la politica senza rinunciare ai valori cristiani, quelli “non negoziabili”, secondo una formula che aveva fatto fortuna, ma che aveva diviso il campo cattolico. Non si può infatti dimenticare che sottostante al progetto vi era una visione politica che guardava al centrodestra di Berlusconi come alla via giusta (e soprattutto per lui la sola praticabile) per affermare la presenza cattolica nell’agone politico italiano, in contrasto però con la visione di tanti fedeli attivi, soprattutto “cattolici democratici”, con in testa a tutti Romano Prodi (entrambi emiliani), che invece guardavano piuttosto a sinistra.

La camera ardente allestita per il cardinale Camillo Ruini presso il Seminario Romano. Roma, 17 giugno 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI
Una scelta di campo apparentemente vincente – si ricorderanno i benefici per la visibilità dei cattolici italiani e anche quelli economici per il clero e le strutture ecclesiali −, ma che a trent’anni di distanza sembra aver abituato la compagine cattolica a prendere posizioni etiche non solo basandosi sul Vangelo, ma anche lasciandosi contaminare da certe posizioni politiche. In sostanza, la formula “valori non negoziabili” – rispetto della vita nascente e finale, e famiglia tradizionale al centro della società, senza inquinamenti dell’emergente sensibilità Lgbtq+, e la libertà per l’educazione cattolica, scuole comprese −, ha messo però in difficoltà coloro che nel campo cattolico erano paladini di quegli altri valori non negoziabili − come la ricerca della pace, il rispetto della giustizia, la salvaguardia dei diritti, la dignità sul lavoro, la difesa della vita non solo all’inizio e alla fine del suo corso ma anche nel suo mezzo – che papa Francesco rivalorizzerà esprimendo una semplice convinzione: i valori sono tutti non negoziabili, altrimenti non sono valori. Dirà Bergoglio a Ferruccio De Bortoli: «Non ho mai compreso l’espressione “valori negoziabili”. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia uno meno utile di un altro». In realtà Ruini non aveva mai messo in dubbio nella sua razionalità rigorosa questi ultimi valori più sociali, ma aveva affermato che tra tutti quelli della vita e della famiglia erano, nella Dottrina sociale cristiana, i “più fondamentali”.
Il suo impegno in campo ecclesiale e la sua energia positiva – non va dimenticato − sono stati anche volti alla costruzione di strutture “di base e di comando” della Chiesa cattolica efficienti, rigorose, capaci di intervenire pubblicamente, se necessario con un confronto franco con la cosa pubblica. E si deve ammettere che la Cei ruiniana girava come un orologio svizzero, e la composizione del bouquet episcopale italiano aveva una sua indiscutibile pertinenza.
La scomparsa del cardinale Camillo Ruini ha suscitato immediate e vaste reazioni di cordoglio. Il tributo, arrivato sia dal mondo ecclesiastico sia da quello politico e istituzionale, ne ha evidenziato lo spessore intellettuale e la forte impronta lasciata nella storia italiana recente. Il card. Matteo Zuppi, presidente attuale della Cei, ha sottolineato che Ruini «ha servito la Chiesa con intelligenza, passione pastorale e profondo senso ecclesiale», ricordando come abbia svolto il suo ministero con la chiara consapevolezza che la fede non debba mai considerarsi estranea alla storia. Il cardinale vicario Baldassare Reina ha, da parte sua, elogiato la sua lunga guida pastorale e la sua acuta capacità di «interpretare la presenza dei cristiani nella città», affrontando con fierezza le transizioni culturali di oggi.
Il mondo della politica, in modo ampiamente trasversale, ha riconosciuto la centralità di Ruini come interlocutore istituzionale e pensatore sociale. Se Giorgia Meloni si è detta «colpita e addolorata», definendo Ruini «una delle menti più lucide della società italiana» e sottolineando l’importanza della sua opera nel difendere l’identità e il ruolo attivo dei cattolici nella vita pubblica, Romano Prodi ha espresso un ricordo intimo e partecipe, parlando di un «legame profondo» e ricordando il cardinale come un «amico autentico», a testimonianza di un dialogo costante che andava oltre le diverse sensibilità politiche. I commenti della stampa e degli osservatori peraltro concordano nel descrivere il defunto cardinale come «il grande stratega» che, dopo la fine dell’unità politica dei cattolici, nel post-Democrazia Cristiana seppe ridefinire la presenza e il peso culturale della Chiesa nella Seconda Repubblica, in particolare attorno alla difesa, appunto, dei “valori non negoziabili”.
Ruini ha continuato fino alla fine a intervenire nel dibattito pubblico anche dopo il ritiro dagli incarichi ufficiali, in particolare con alcune interviste al Corriere della Sera. Resta un dubbio amletico: era più un politico (lui stesso si era definito «animale politico») o uomo di Chiesa (stratega e consigliere di papi e cardinali)? Il dubbio resta, come resta una certa nostalgia per i “cavalli di razza” di una generazione − quella dei Biffi, dei Tettamanzi, dei Ballestrero, dei Martini − che aveva reso la Chiesa cattolica protagonista di primo piano nell’agone pubblico italiano. Cosa che oggi non sembra più essere d’attualità (e le ragioni vanno cercate anche nel periodo ruiniano).
