Il calcio è un fenomeno di grandi proporzioni con implicazioni di ogni genere: economiche e sociali, alle volte anche politiche e perfino familiari. Sto pensando a mio fratello, tifoso di una certa squadra, e a mia sorella, tifosa di un’altra squadra: una partita tra queste due squadre rischia di trasformarsi in giorni di mutismo e ostilità tra loro due. Sulla dimensione economica “sono stati versati fiumi d’inchiostro” (metafora anacronistica, evidentemente da aggiornare), mettendo a fuoco gli enormi costi e ricavi che un mondiale di calcio significa per il Paese organizzatore.
Ci sono però delle voci discordanti. In un suo recente contributo, la giornalista Inés P. Chávarri (della Tv pubblica spagnola, RTVE News) accenna a una ricerca condotta da Victor Matheson, professore di Economia presso la Holy Cross University, e Robert Baade, professore di Economia presso il Lake Forest College, che mette in discussione la redditività di questo tipo di eventi per i paesi ospitanti. Secondo i due accademici, i Mondiali di calcio del 1994, che si tennero anche allora negli Stati Uniti, hanno avuto un impatto economico molto limitato sulle città ospitanti: «Queste città hanno registrato una “crescita economica più lenta” rispetto ad altre che non hanno ospitato alcuna partita, e l’impatto finale è stato inferiore di 4 miliardi di dollari rispetto alle previsioni».
Matheson e Baade segnalano anche alcuni errori commessi al momento di calcolare l’impatto economico di questo tipo di eventi: l’effetto di sostituzione (il tifoso locale spende soldi per un biglietto dei Mondiali invece di investirli in altri settori dell’economia locale, il che non fa aumentare l’attività economica ma la trasferisce solamente); l’effetto di spostamento (la folla associata alle partite di calcio impedisce lo svolgimento di altre attività economiche); e la fuga (il denaro viene speso nell’economia locale, ma non apporta benefici ai residenti né viene reinvestito).
Un’altra dimensione economica, e anche sociale, si rileva in ogni Paese che segue le partite attraverso la Tv, in particolare quelli la cui squadra nazionale partecipa al Mondiale. Inizia ancora prima delle prime partite e si prolunga durante tutto l’evento, naturalmente a seconda del successo della squadra. In Spagna, McDonald’s ha lanciato la Salsa España, in edizione limitata, che accosta senape e ketchup per riprodurre i colori della bandiera spagnola. In realtà, McDonald’s «non sta vendendo condimenti. Sta comprando un pezzo di emozione collettiva», dice Elena Carrascosa, giornalista di El Mundo. Certo, il Mondiale non è solo calcio, «è un’opportunità di consumo con una data di scadenza». E più la squadra nazionale va avanti nella competizione, più affari si fanno.
Certo, non è la stessa cosa vedere le partite a casa piuttosto che insieme ad altri tifosi in un bar o in un luogo pubblico. L’emozione qui si impenna mentre il proprietario del bar ne trae profitto. Secondo un’analisi dell’impatto dei Mondiali sui bar europei, i locali con i risultati migliori saranno quelli in grado di sfruttare al meglio le ore che precedono la partita, non solo quelle di trasmissione della gara. In genere, 4 spettatori su 5 arrivano prima dell’inizio della partita: è in questa fase pre-partita che si costruisce l’esperienza e si concentra la maggior parte della spesa. La Confederazione spagnola degli hotel e delle strutture turistiche stima che, se la Spagna raggiungesse le semifinali, l’impatto sul settore si aggirerebbe tra i 400 e i 600 milioni di euro. Cioè il denaro che circola nei bar, nelle terrazze e nelle cucine delle strutture di tutto il Paese.