Le grandi manifestazioni sportive portano con sé notizie, retroscena e storie che ci accompagneranno per tutta l’estate. Proprio per la grande attenzione mediatica che attirano, i Paesi fanno a gara per accaparrarsi l’organizzazione di questi eventi di scala mondiale. Questa estate è la volta della Coppa del Mondo di calcio, che passerà alla storia per essere la prima a disputarsi in tre diversi Paesi: Canada, Messico e Stati Uniti. Il Messico stabilisce un ulteriore record, poiché ha già ospitato la competizione nel 1970 e nel 1986, diventando così l’unico Paese ad accogliere questo torneo per tre volte. Gli Stati Uniti, invece, sono a quota due organizzazioni, inclusa quella del 1994, che gli italiani ricorderanno per l’amara sconfitta avvenuta ai calci di rigore nella finale contro il Brasile. Il Canada, infine, co-ospiterà la Coppa del Mondo per la sua prima volta.
Oltre a dare la possibilità ai governi e alle istituzioni ospitanti di mostrare al mondo intero il proprio livello di sviluppo e funzionalità, queste manifestazioni possono far emergere anche zone d’ombra, contraddizioni e limiti degli organizzatori. Se la scorsa edizione dei Mondiali, Qatar 2022, suscitò le polemiche dell’opinione pubblica in merito ai diritti umani e alle condizioni dei lavoratori impegnati a erigere le strutture necessarie per il torneo, l’edizione del 2026 è attraversata da critiche rivolte alle politiche migratorie, alla gestione degli ingressi e all’accesso ai Paesi. Tutto ciò avviene in un difficile e complicato scenario diplomatico: una guerra nel Golfo Persico tra uno dei Paesi ospitanti, gli USA, e un Paese partecipante, la Repubblica Islamica dell’Iran.
Una delle tematiche più trattate negli ultimi mesi è stata proprio la partecipazione della selezione iraniana alla Coppa del Mondo. Il 25 marzo 2025, il Team Melli (soprannome della nazionale di calcio iraniana) ha concluso il suo percorso di qualificazione per l’AFC (Asian Football Confederation, l’organo amministrativo e organizzativo del calcio asiatico) pareggiando 2-2 con l’Uzbekistan e guadagnandosi di diritto un posto al Mondiale. Tuttavia, il 28 febbraio 2026 è scoppiata la guerra contro gli Stati Uniti e Israele.
A un blocco iniziale in cui il ministro dello Sport iraniano, Ahmad Donyamali, aveva annunciato che l’Iran non avrebbe partecipato ai Mondiali, è seguita una fase di riavvicinamento, con la Federcalcio iraniana che ha riaperto a una possibile partecipazione.
A Vancouver, lo scorso 30 aprile, si è tenuto il 76º Congresso FIFA, in cui sono stati trattati i temi della lotta al razzismo, la partecipazione dell’Iran ai Mondiali; e c’è stato un tentativo, senza successo, di affrontare le tensioni diplomatiche tra la Federcalcio palestinese e quella israeliana. Durante l’evento, il presidente della FIFA Gianni Infantino ha dichiarato: «L’Iran sarà ai prossimi mondiali, il calcio deve unire». L’evento si è svolto senza la partecipazione di uno dei diretti interessati, ovvero il presidente della Federcalcio iraniana, Mehdi Taj, il quale è stato bloccato dalle autorità canadesi appena atterrato a Toronto, da dove avrebbe dovuto raggiungere Vancouver. Al presidente della Federcalcio di Teheran era stato inizialmente concesso un permesso di soggiorno temporaneo proprio per presenziare al Congresso FIFA. Probabilmente, a Taj il permesso è stato revocato perché considerato vicino alle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Qualche giorno dopo, Mehdi Taj ha annunciato che la partecipazione della sua Nazione ai Mondiali di calcio sarebbe avvenuta a determinate condizioni:
– Rilascio garantito di tutti i visti per calciatori e staff, essendo alcuni di questi apparentemente collegati al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (avendo prestato servizio militare), considerata negli Stati Uniti un’organizzazione terroristica.
– Protocolli di sicurezza rigidi nei centri di allenamento, negli alloggi, negli stadi e negli aeroporti.
– L’obbligo di far esporre ai tifosi solo la bandiera ufficiale dell’Iran, con il divieto di mostrare qualsiasi altro vessillo (un chiaro riferimento alla bandiera con il sole e il leone, ufficiale fino al 1979, anno della rivoluzione islamica).
– Il divieto per i giornalisti di porre domande che non riguardino le partite e le prestazioni dei calciatori.
La FIFA non può garantire tutte queste misure in quanto organo internazionale non governativo, privo di poteri esecutivi e di forze di sorveglianza e sicurezza sul suolo dei Paesi ospitanti. Verso metà maggio, tuttavia, la FIFA e l’Iran hanno raggiunto un compromesso: all’Iran è stato concesso di alloggiare e allenarsi in Messico (a Tijuana), ma disputerà le gare contro Belgio e Nuova Zelanda a Los Angeles e, successivamente, affronterà l’Egitto a Seattle. Una volta terminate le partite, i calciatori e lo staff dovranno lasciare gli Stati Uniti entro 48 ore per rientrare nella sede messicana. La scelta di Los Angeles come teatro di due delle tre gare della fase a gironi non sembra essere casuale. La città di Hollywood ospita una vastissima comunità iraniana (concentrata nel quartiere chiamato Tehrangeles o Little Persia), emigrata dopo la rivoluzione del ’79 e storicamente contraria al regime di Teheran. Questa concomitanza prospetta possibili tensioni o proteste sugli spalti.
Da sottolineare è l’importante ruolo di mediatore svolto dalla FIFA, pur non potendo prendere decisioni organizzative sul suolo degli USA: l’organizzazione spetta infatti esclusivamente ai Paesi ospitanti (la FIFA svolge il ruolo di coordinatore e certifica l’evento). A loro volta, gli USA non potevano vietare direttamente la partecipazione dell’Iran e hanno quindi cercato di limitarne la presenza, in un clima di incertezza alimentato dal presidente Trump, il quale prima ha dichiarato che la delegazione iraniana sarebbe stata la “benvenuta”, per poi avvertirla sui potenziali rischi per la vita e la sicurezza dei calciatori. Questa contraddizione rappresenta perfettamente la difficile relazione tra i due Stati. L’Iran, pur tra mille difficoltà, ha accettato di mantenere la propria partecipazione alla Coppa del Mondo per poter rappresentare il suo popolo.
Ovviamente, ci si augura che l’organizzazione possa procedere per il verso giusto e senza ulteriori intoppi, in modo da garantire la sicurezza di tutti i presenti (in particolare dopo le numerose contestazioni rivolte all’operato di Infantino e della FIFA in relazione a quello, altrettanto contestato, delle forze di sicurezza USA, ndr)
A questo punto, è lecito domandarsi se sia possibile, in un futuro, il riavvicinamento di un’ulteriore storica Nazione esclusa da alcune delle massime competizioni sportive: la Federazione russa. Ricordiamo come questa sia stata estromessa dalle competizioni organizzate da FIFA e UEFA dal febbraio del 2022 a causa dell’invasione ai danni dell’Ucraina. Sappiamo che la FIFA ha riavviato un dialogo con la Federcalcio russa per reintrodurre le sue squadre nelle competizioni di competenza; una manovra che può offrire una speranza di dialogo anche in chiave di politica internazionale.
Per la loro influenza a livello mondiale, gli organi sportivi internazionali potrebbero impegnarsi nel ruolo di costruttori di pace, in quanto istituzioni capaci di interfacciarsi e prendere decisioni in concomitanza con degli Stati, come se fossero loro pari. Questo ruolo risulterebbe fondamentale per aprire canali di comunicazione e scongelare i rapporti tra Paesi in tensione diplomatica.
In passato, quando un dialogo tra nazioni in crisi sembrava irraggiungibile, lo sport ha spesso svolto il ruolo di conciliatore. Un episodio celebre vede coinvolte proprio la nazionale di calcio statunitense e quella iraniana. Il 21 giugno 1998 a Lione, durante i Mondiali di Francia, le due selezioni si affrontarono in un match della fase a gironi. Durante il prepartita, i calciatori si scambiarono rose bianche in segno di pace. Il risultato finale fu di 2-1 per l’Iran, che vinse così la sua prima partita in un Mondiale. Il vero risultato, però, superò quello sportivo: dopo il fischio finale i giocatori si fecero fotografare insieme, con i tifosi che festeggiavano uniti sugli spalti. Per 90 minuti le tensioni internazionali furono messe da parte, lanciando il forte messaggio che i due popoli non si odiavano e che lo sport poteva realmente unire nazioni apparentemente inconciliabili.
Emblematica fu la dichiarazione di Jeff Agoos, calciatore statunitense: «Abbiamo fatto più noi in 90 minuti che i politici in 20 anni».
Da piccoli, quando intraprendiamo un’attività sportiva, ci viene insegnato che lo sport dovrebbe unire e non escludere nessuno. L’auspicio è che gli organi sportivi internazionali possano continuare a sollecitare riavvicinamenti tra Stati in conflitto, incentivando la pace e la fratellanza che costituiscono le fondamenta stesse dello sport. Citando Nelson Mandela: «Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare, di unire le persone in una maniera che pochi di noi possono fare».