L’orrido presente che tutti sappiamo dalle cronache giornalistiche è stato offerto di recente “in dono” ai grandi della terra dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, padrone di casa nella due giorni del vertice Nato di Ankara (una rara pistola a 6 colpi − pare − prodotta dall’azienda turca di armi MKE negli anni ’90) ancora una volta mette al centro di riflessioni, di mugugni e di critiche – direbbe Hannah Arendt – la “banalità del male”.
Tutti s’avvedono che quel tipo di cadeau segna una caduta di stile a dir poco inqualificabile, evidenzia la “normalità” dell’assurdo: come se non esistesse altro modo per penetrare la cortina dell’animo umano se non quello di dimostrare che l’assurdo non è tale, in quanto rimarcato e confermato dalla oramai “acclarata” normalità del male, e di tutto ciò che ne costituisce un’espressione simbolica. Le parole, accorate, e come sempre profondissime, del cardinale arcivescovo di Napoli, S.E. Domenico Battaglia, circolate, anche in rete, a mò di unguento balsamico sull’atroce ferita inferta dal gesto “donativo” del presidente Erdogan, hanno bene evidenziato il rischio più grosso che gesti del genere possono ingenerare: …«la morte trasformata in cortesia…la possibilità di togliere la vita, divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre…».
Eppure, sullo sfondo di questo evento annichilente che abbassa l’asticella della civiltà umana (in quanto simbolico e allusivo allo stesso tempo) resta la convinzione (e non solo la speranza) che fatti di siffatto genere sono contraddetti dalla temperanza e dall’amore ai valori profondi della vita proprio di quel popolo turco di cui il “nostro” è l’attuale presidente. Si colgono con particolare efficacia e bellezza nei versi di una poesia scritta da Nazim Hikmet, appunto un poeta e drammaturgo turco, preso di mira dal regime sovietico, scomparso nel 1963 a Mosca, dove si trovava in esilio, stroncato da un infarto. In un componimento di rara bellezza estetica e di vera ricchezza umana (intitolata ‘Forse l’ultima mia lettera a Mehmet’), pensato come sorta di testamento rivolto al figlioletto di quattro anni, Nazim, consapevole di dover prima o poi capitolare di fronte alla malattia che lo assediava, scrive con enfasi coinvolgente: La nostra terra, la Turchia è un bel paese/ tra gli altri paesi/ e i suoi uomini/ quelli di buona lega/ sono lavoratori/pensosi e coraggiosi/e atrocemente miserabili/si è sofferto e si soffre ancora/ma la conclusione sarà splendida…Mehmet, piccolo mio/ti affido/ai compagni turchi/me ne vado ma sono calmo/ la vita che si disperde in me/si ritroverà in te/per lungo tempo/e nel mio popolo, per sempre.
Una dichiarazione, quella di Nazim Hikmet, non solo di intenti, una vera e propria confessione in una fede non cieca, ma sostenuta dalla conoscenza e dalla esperienza diretta di un popolo di cui egli era orgoglioso di essere parte e che instillava nel suo piccolo Mehmet con la medesima tenacia caratterizzante la sua persona e i suoi sentimenti: insomma un’affermazione di vero bene che stride, per fortuna, con l’immagine distorta e distorsiva del presente bellico offerto dal presidente Erdogan. E questo vale. Ciò che costituisce l’anima di un popolo, le sue tradizioni, la sua generosità, così come la sua sofferenza non possono essere annullate dalla trovata bislacca di un suo rappresentante politico: dentro quelle realtà costitutive ci sono storia e civiltà, doti e virtù permanenti che ne costituiscono le radici profonde e rappresentano l’antidoto più rassicurante contro devianze estemporanee prive assolutamente di ogni peso specifico per il progresso dell’umanità.
La convivenza di “bene” e “male” è peraltro storia di tutti i tempi, e già due mila anni or sono qualcuno − parlando di grano buono e di zizzania − ha messo sull’avviso circa la necessarietà di siffatta convivenza, legata alle sorti dell’esistenza stessa, dove bianco e nero coesistono, dove spesso il bene sembra oscurato da un male pervasivo e dilagante. Ma sicuro è l’esito di questo lungo e a volte laborioso processo. Come le parole ancora di Nazim rivolte al figlioletto Mehmet lasciano intuire…Che tutti i beni terrestri/ti diano gioia/che l’ombra e il chiaro/ti diano gioia/che le quattro stagioni/ti diano gioia/ma soprattutto l’uomo/ti dia gioia…Tu, da noi, con il tuo popolo/costruirai il futuro/ lo vedrai con i tuoi occhi/lo toccherai con le tue mani.
C’é da crederci.
