Al catechismo si imparava a memoria la lista delle virtù cosiddette teologali, cioè proprie di Dio: fede, speranza e carità, e l’elenco di quelle cardinali, cioè indispensabili per una vita umana e cristiana: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Con l’aggiunta dei 7 doni dello Spirto Santo, che rendevano la vita del cristiano piena e appagante, oltre che comunitariamente completa: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio. Con un tale apparato, il cattolico di turno poteva tendere alla santità, mentre i non credenti si limitavano ad ottemperare alle 4 virtù cardinali, con l’aggiunta dell’amore e, ma non sempre, della speranza, mentre i doni dello Spirito Santo erano per loro doni dell’umanità, escludendo forse il timor di Dio.
Oggi tale elenco viene contestato dalla cultura globalizzata e digitalizzata: ormai qualità come la scaltrezza, la curiosità, la rapidità e l’ambizione sono state stabilmente inserite nel novero delle virtù. E fin qui ci sta. Il dubbio viene quando ci si accorge che vengono considerati virtuosi atteggiamenti e capacità che un tempo venivano considerati come vizi. Penso alla gola, alla lussuria, all’ozio, al cinismo. Ci ho pensato guardando alcune partite del Mondiale oltreoceano, in particolare quelle in cui alcune squadre africane sono state eliminate dopo aver impensierito seriamente gli avversari, come Senegal contro il Belgio e RDC contro Inghilterra, perdendo solo negli ultimissimi secondi della partita, di fronte a squadre molto più blasonate. Hanno perso in quella che dagli anni ’30 venne chiamata “zona Cesarini”, riferendosi a Renato Cesarini, che sapeva risolvere le partite negli ultimi minuti con la zampata vincente. Kane ha salvato l’Inghilterra e Lukaku il Belgio provocando delusioni cocenti a giocatori e tifosi congolesi e senegalesi.
Ebbene, i telecronisti e i commentatori hanno usato tutti indistintamente l’aggettivo “cinici”, per definire i tecnici e i giocatori vincenti, lodandone “lo spietato cinismo vincente”, che aveva avuto ragione della “ingenuità caratteriale e di squadra” dei perdenti congolesi e senegalesi. Dunque, il cinismo sarebbe una virtù. Anche nella politica e negli ambienti militari ed economici, il cinismo è ormai considerato una virtù, spesso addirittura l’elemento vincente, cosicché le assunzioni fioccano per i candidati animati da un “sano cinismo” negli affari, i politici cinici spopolano sui media, i militari più sanguinari scalano le gerarchie.
Anche nella vita dei semplici mortali, così come riportata sui social, il cinismo assurge troppo spesso a virtù: pensiamo ai casi di spietato bullismo che vengono esposti senza freni inibitori, portando talvolta ad azioni giudiziarie. Pensiamo pure al cinismo ridanciano di certi filmati che spopolano sui social, che raccolgono tentativi acrobatici – tuffi, salti mortali da posizioni elevate, scalate a mani nude, prodezze parkour, cadute da skate board, incidenti stradali terrificanti ripresi con le dash camera, cioè quelle telecamere che entrano in funzione non appena si avvia il motore –, incidenti che evidentemente provocano danni almeno ortopedici, se non neurologici o lesioni permanenti o addirittura il decesso. Questi filmati vengono commentati con risate e battute ciniche, senza mai mostrare i danni riportati da quelle bravate.
Ricordo un libretto del grande giornalista Ryszard Kapuściński, polacco nato in Bielorussia, che si intitolava Il cinico non è adatto a questo mestiere. Conversazioni sul buon giornalismo (Edizioni E/O, 2000), curato da Maria Nadotti. In quei dialoghi sul mestiere più bello del mondo, Kapuściński indicava l’empatia come principale stimolo al lavoro per il reporter, operava una chiara distinzione tra veri professionisti e “fabbricanti di notizie” e indicava la centralità dell’altro nel mestiere giornalistico. Riflessioni che potrebbero essere rilette come un “codice etico” per tutte le professioni, anche per la politica o per i militari.
Il cinismo non sarà mai una virtù, anche se viene già spacciato come tale. Casomai, potrebbe essere un modo di eliminare le “scomode” virtù per favorire i “comodi” vizi e mettere a tacere così la propria coscienza. Ma questo è un esercizio in atto sin dai tempi di Caino.
