Dieci anni fa veniva uccisa Maria Chindamo e il corpo fatto scomparire, straziato da un trattore e poi dai maiali. Uccisa perché voleva vivere, essere donna e imprenditrice libera. Uccisa perché aveva scelto. Libera di scegliere.
Uccisa dalla noncultura della ‘ndrangheta, che la libertà non tollera, in particolare quella delle donne. Sui territori e nelle stesse famiglie. Come Maria. Il 6 maggio 2016 la sua auto viene trovata davanti al cancello dell’azienda agricola di famiglia in contrada Montalto a Limbadi.
Il motore acceso, chiazze di sangue e ciocche di capelli sulla carrozzeria. Prove evidenti di un dramma, di un’aggressione. Nessuno ha visto, nessuno parla. Nessun corpo, perché per Maria la morte non basta. Ai carnefici non basta aver tolto una giovane mamma, appena 42 anni, ai tre figli. Per Maria neanche una tomba su cui posare un fiore. Perchè Maria ha due “colpe”. È “colpa” sua la fine del matrimonio, è “colpa” sua il suicidio del marito Ferdinando Punturiero, famiglia vicina al clan mafioso dei Bellocco di Rosarno.
È “colpa” sua aver scelto di non rinchiudersi ma di aprirsi alla vita. Così, lei laureata in Economia e commercio e iscritta per una seconda laurea in Giurisprudenza, prende in mano l’azienda agricola di Limbadi. Lo fa con convinzione, con forza. Anche contro chi vorrebbe la sua terra. Ecco l’altra sua “colpa”, dire no alla cosca Mancuso di Limbadi. Una cosca che domina quel territorio. Ndrangheta ricchissima e violentissima. Che per la terra uccide.
Come due anni dopo, con l’autobomba che il 9 aprile 2018 strazia il corpo di Matteo Vinci, 42 anni. Ma per Maria la punizione deve essere più dura, la sua morte deve parlare, e ancor più la scomparsa del corpo. “Lupara bianca”, metodo diffusissimo nel Vibonese, non storie arcaiche ma attualissime.
Quel corpo che non c’è più parla, ma nessuno parla. Solo cinque anni fa il collaboratore di giustizia Antonio Cossidente, riferisce le confidenze in carcere di Emanuele Mancuso, il rampollo del clan. Ma le rivelazioni di Cossidente non erano bastate. Due anni dopo è l’operazione “Maestrale-Carthago” contro le cosche di ‘ndrangheta del Vibonese a squarciare il velo del silenzio. Soprattutto le dichiarazioni dello stesso Mancuso.
Il quadro lo descrisse l’allora capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri. «Questa donna non si poteva permettere il lusso di rifarsi una vita, gestire in modo imprenditoriale quel terreno, poter curare e far crescere i figli in modo libero uscendo dalla mentalità mafiosa».
Come altre donne “punite” dalla ‘ndrangheta per la scelta di essere libere: Anna Nocera, la prima nel lontanissimo 1878, Lea Garofalo, Maria Antonietta Cacciola, Tita Buccafusca, Rossella Casini, Annunziata Pesce, Angela Costantino, Barbara Corvi, Maria Teresa Gallucci, Francesca Bellocco.
Proprio in questi giorni è in corso il processo nato da uno stralcio dell’operazione “Maestrale-Carthago” che riguarda la morte di Maria Chindamo. Unico imputato Salvatore Ascone detto “Pinnularu” al quale i Mancuso avevano affidato il controllo criminale della località “Montalto”, con l’imposizione del pizzo agli agricoltori e l’acquisizione violenta delle terre.
È accusato di concorso nell’omicidio della donna, per aver manomesso il sistema di videosorveglianza installato presso la sua proprietà, limitrofa a quella della Chindamo, in modo da impedire la registrazione delle immagini di quanto avvenuto quel giorno e di aver collaborato alla distruzione del corpo di Maria. Distruggere per annullare, per dimenticare. Ma tanti non vogliono dimenticare. Come ogni anno il 6 aprile sul luogo del delitto si è svolta una manifestazione intitolata “Maria 10 anni dopo: illuminiamo la sua voce, la verità e la giustizia”.
Presenti il vescovo di Mileto, don Attilio Nostro, la presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo e tante associazioni calabresi. «Ci incontriamo in questo luogo simbolo di rinascita, luce e speranza per un intero territorio», ricorda Vincenzo Chindamo, il fratello di Maria che ne ha raccolto il testimone e la memoria. Un momento importante anche per rispondere ai tanti attentati che in questi giorni hanno colpito imprenditori vibonesi. Ma il territorio ora non tace.
Il giorno dopo a Vibo Valentia, si è svolta una “Fiaccolata con la Madonnina”, in testa il vescovo Nostro, per esprimere solidarietà a questi imprenditori. Farà sosta in ogni azienda dove verrà consegnato un fascio di rose. “Segno semplice ma profondo dell’affetto e della protezione della Vergine Maria”. Davvero un forte segno. Purtroppo nel passato, anche molto recente, le processioni sono state occasione di omaggio ai boss mafiosi, gli “inchini”, ora invece si omaggia chi ha scelto di dire “no”, vittime non più silenziose.
«C’è un Vibonese che reagisce, alza la testa e parla», commenta Vincenzo. E i mafiosi lo hanno capito. Uno di loro in un’intercettazione dice «La gente non ci vuole più bene». Vuole bene, invece, a Maria, donna libera e coraggiosa. Per questo è assolutamente urgente che il Parlamento approvi la legge, elaborata dall’Antimafia, per tutelare le donne e i giovani che vogliono lasciare gli ambienti mafiosi, andando oltre il protocollo “liberi di scegliere”, nato proprio in Calabria, su iniziativa del Tribunale per i minori di Reggio Calabria, e sostenuto da Libera e dalla Conferenza episcopale italiana.
Perché davvero, riflette Vincenzo “un mafioso senza soldi, le confische, e senza figli è finito”. Mentre non lo sono le donne come Maria e come la sua figlia più grande Federica che tra venti giorni sarà mamma del piccolo Dante, nipote di una donna che ha difeso fino all’ultimo la libertà.
