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Italia > Società

La condanna dell’instagrammabilità

di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova

Il caso bivacco Fiamme Gialle al Cimon della Pala riaccende il dibattito sulla “croce e delizia” della popolarità social dei luoghi montani – e non solo

Il bivacco Fiamme Gialle al Cimon della Pala (foto sezione Cai Fiamme Gialle)

A riferirlo è il quotidiano Il Dolomiti: la delegazione del Primiero-Vanoi del Soccorso Alpino Trentino ha portato all’attenzione quanto ripetutamente accaduto al bivacco Fiamme Gialle al Cimon della Pala, recentemente costruito ex novo con una struttura “avveniristica” che offre tra l’altro una spettacolare veduta anche dall’interno grazie a delle vetrate, è diventato vittima della sua stessa popolarità social. Come più di qualcuno aveva previsto, infatti, un tale “cinque stelle d’alta quota” ha attirato la curiosità di tanti, con foto rimbalzate sui social, su account anche molto seguiti; con il risultato che, nei pochi mesi dall’apertura, il Soccorso Alpino ha già dovuto effettuare ben otto interventi di recupero di persone rimaste bloccate sull’impegnativa ferrata di accesso – la Bolver Lugli – o al bivacco stesso (magari dopo un’improvvisa, ma ampiamente prevista dai servizi meteo, nevicata in quota: sarebbe bastato un clic di consultazione del bollettino per tenersi fuori dai guai).

La notizia mi ha colpita perché sono stata alcuni anni fa al vecchio bivacco, che ora si trova al Muse di Trento: uno dei vecchi “classici” bivacchi in lamiera rossa, con una finestrella da cui entra un minimo d’aria e di luce, delle specie di “brandine a castello” affastellate l’una sopra all’altra pensate per coricarsi alla meglio in caso di pernottamento d’emergenza (tanti auguri per i dolori alla schiena la mattina dopo), qualche coperta che a occhio e croce non viene lavata mai fino alla sua sostituzione per logoramento (ma tanto a 3000 m le bestie peggiori muoiono), e il libro di bivacco su cui annotare il proprio passaggio e il proprio itinerario, che diventa anche piacevole lettura.

Ricordo la fatica di arrivare lì – la Bolver Lugli non sarà una ferrata da professionisti, ma nemmeno da principianti -, lo spettacolo sul Cimon della Pala poco sopra di noi e su Cima Vezzana poco lontana (prontamente raggiunta su sollecitazione di mio padre, perché non sia mai che ormai che siamo arrivati fino a qui non arriviamo anche fino a lì), il rientro lungo il canalone con il nevaio, e successivo passaggio adrenalinico su una cengia strettissima e bassissima. Con una struttura analoga è stato sostituito anche un identico bivacco a me molto caro, il Renato Reali alla Croda Grande; più “protetto” però dalla lunga camminata (circa 5 ore e 1500 metri di dislivello) necessaria a raggiungerlo, che tendenzialmente fa desistere i “novellini” prima di arrivare al punto in cui non riescono più ad andare né avanti né indietro.

I casi di luoghi letteralmente presi d’assalto in virtù della pubblicità sui social, da Roccaraso con l’influencer Rita De Crescenzo fino alla Cinque Terre e ad alcuni borghi in svariate regioni, si susseguono ormai da qualche anno; con relative lamentele sui danni lasciati da quella che viene dipinta come una specie di orda barbarica che passa a devastare ogni cosa, vanificando i potenziali effetti positivi del turismo – su cui pur tanto si è investito – per l’economia locale.

La cosa assume un rilievo specifico quando si parla di frequentazione dei luoghi montani. Se gli anni scorsi aveva fatto notizia il (quello sì facilmente raggiungibile con gli impianti di risalita) Seceda in Val Gardena, dove era addirittura stato posizionato un provocatorio tornello, o l’ancor più facilmente raggiungibile in auto Lago di Braies e le Tre Cime di Lavaredo (sui quali infatti vige ora un sistema di regolamentazione degli accessi), ora la cosa si estende a luoghi un tempo immuni da queste forzature in virtù della loro collocazione “remota”.

Del resto, se persino l’Everest si confronta da anni con il sovraffollamento, difficile ne rimanessero immuni le Dolomiti. Reinhold Messner, nel presentare il suo ultimo libro Il mio Sudtirolo, si è spinto a definire “uno scempio” quello che sta accadendo. Ma qui allora, come fatto notare appunto a Il Dolomiti dal delegato del Soccorso Alpino Gino Taufer, il problema diventa di pubblica sicurezza: perché dover attivare un elicottero per il recupero e prendersi cura di eventuali feriti questo è, tanto più se si tratta di mettere così in pericolo anche i soccorritori. E se la fatalità può capitare a tutti, l’imprudenza e l’incoscienza sono un’altra cosa. Anche cartelli e avvisi di ogni genere che mettono in guardia rispetto alla difficoltà di alcuni percorsi e di prassi collocati all’attacco di vie ferrate e sentieri attrezzati non costituiscono una soluzione, in quanto vengono bellamente ignorati.

Che fare dunque? Qualcuno ha preso posizione contro la sostituzione dei vecchi e scomodi bivacchi con altri più moderni e “affascinanti”, però anche questa è solo una parte della storia: avere una struttura più nuova e presumibilmente più solida, dotata (come in questi casi) di pannelli solari che permettono anche di ricaricare lo smartphone o altri dispositivi che possono rivelarsi cruciali in un’emergenza, in sé e per sé non è certo un male. Così come si potrebbe chiedere che male c’è se, già che dobbiamo rimettere a nuovo una struttura, ci sforziamo per farla anche esteticamente “bella” e comoda, oltre che quanto più possibile sostenibile e poco impattante (dato che “non impattante” in toto non potrà mai esserlo): anche da qui, alcuni sostengono, passa l’amore per la montagna e per chi la frequenta – e non a caso anche il Club Alpino Italiano (Cai) ha fatto un lavoro notevole sul tema dei nuovi bivacchi e della loro integrazione nell’ambiente circostante.

La soluzione, ancora una volta, sta nell’incrocio tra educazione alla frequentazione di due ambienti, un tempo separati ma ora non più: quello montano e quello digitale. Non basta più suscitare la consapevolezza di quelli che sono i rischi per sé stessi e per gli altri nell’intraprendere un percorso al di sopra delle proprie possibilità, ma serve anche quella che porta a chiedersi che senso ha volersi fare a tutti i costi una foto in un certo luogo (magari finendo per ammirarlo soltanto attraverso lo schermo del telefono), e con quali modalità e quali conseguenze farla circolare in rete. Un lavoro di educazione che richiede, come si suol dire “un intero villaggio”: dai singoli, alle famiglie, a realtà associative e istituzionali come il Cai e il Soccorso Alpino o i Comuni montani.

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