È pura illusione coltivare la speranza di un’Europa costruttrice di pace e di sicurezza per tutti i popoli?
L’Unione europea ha ancora la capacità di agire come una vera comunità politica, democratica ed economica dentro un sistema multilaterale e non di blocchi politico-militari che competono e si reggono sulla deterrenza militare?
E qual è il posto dei cristiani dentro un mondo sempre più attratto verso la spirale di una guerra mondiale incontenibile? Limitarsi a richiamare la posizione del papa confinandolo ad un ruolo profetico staccato dalla storia e dalla prassi quotidiana di comunità distratte e autocentrate nei loro riti?
Sono queste le domande che muovono la Commissione Carità e bene comune della zona pastorale di Castel Maggiore, Trebbo e Funo nella cintura metropolitana di Bologna. Ventimila abitanti che vivono in un territorio ancora prevalentemente verde accanto alla grande città. La Commissione Carità e bene comune è una realtà vivace e attenta, composta da famiglie e giovani, capace di promuovere da tre anni, davanti agli scenari di guerra sempre più incombenti, il festival Sconfinamenti che indica nel titolo l’urgenza di andare oltre i confini ponendosi questioni di senso che sono state al centro del dialogo schietto e aperto promosso il 19 aprile 2026 con Marco Tarquinio, già direttore di Avvenire, e ora parlamentare europeo del gruppo dei socialisti e democratici, e con Giovanni Ricchiuti, vescovo e presidente di Pax Christi Italia.
L’incontro si è tenuto alla vigilia della riunione del Consiglio Affari esteri dell’Unione europea che ha visto, come era prevedibile, il voto contrario di Italia e Germania sulla sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele nonostante le evidenti violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte del governo Netanyahu. A cosa serve un’Europa così? In una precedente edizione di Sconfinamenti, ad esempio, è intervenuto l’economista Gabriele Guzzi che ha pubblicato recentemente un libro di un certo successo intitolato Eurosuicidio.
Tarquinio, che indossa sul bavero della giacca il simbolo europeo delle stelle sul campo blu, è un parlamentare anomalo. È stato eletto senza avere un gruppo di riferimento e contro il volere di una parte del partito democratico che lo ha candidato come non tesserato. E tale resta pur se viene invitato in diverse sezioni e feste di partito. Troppo cattolico sulle laceranti questioni di bioetica e troppo di sinistra estrema, secondo alcuni, quando si parla di pace. Dovrebbe fondare con altri un partito diverso? Confluire in una sorta di Margherita 2 tipo il “polo civico solidale” presentato tempo addietro? La contraddizione non sarebbe comunque eliminata. Sta di fatto che Tarquinio ha provato a costituire un intergruppo parlamentare sulla pace a Strasburgo, ma non ha raccolto il consenso richiesto di almeno tre gruppi parlamentari.
L’ex direttore di Avvenire ha avuto già i suoi problemi quando ha gestito il quotidiano della Cei, portandolo tra le prime quattro testate vendute in Italia, cercando di seguire la rivoluzione di papa Francesco, resistendo alle pressioni di settori politici ed ecclesiali fortemente ostili a quella visione di Chiesa e società.
Marco Tarquinio descrive la situazione attuale in Europa come un momento di profonda crisi, caratterizzato dal ritorno della guerra al centro della politica e da una preoccupante spinta verso il riarmo.
La sicurezza europea, invece, secondo Tarquinio, non può essere misurata esclusivamente attraverso l’accumulo di armamenti. Esiste un’illusione strategica secondo cui la spesa militare massiccia coincida con la stabilità; al contrario, l’economia di guerra mina le fondamenta del sistema civile e della pace sociale.
Una guerra evitabile
Il punto discriminante su questo fronte resta la guerra in Ucraina che lacera le coscienze di molti e che Tarquinio ha vissuto in presa diretta coordinando il lavoro di Avvenire attento all’azione di Francesco, che non ha mai accettato di essere il cappellano dell’Occidente, fino a giungere ad evocare il ruolo della Nato nell’indurre lo scontro bellico che colpisce il popolo ucraino “martoriato”, termine usato più volte dal papa.
Tarquinio sostiene che il conflitto in territorio europeo, la guerra in Ucraina, fosse evitabile e critica la tendenza a considerare il negoziato solo dopo aver accumulato “cataste di dolore” e milioni di morti. Da giornalista e ora da parlamentare denuncia il clima in cui chi parla di pace e necessità di trattative viene accusato di “intelligenza col nemico”.
I piani di riarmo, che prevedono investimenti da centinaia di miliardi di euro, delineano, osserva il parlamentare, un’Europa che sta cambiando volto in modo inquietante. È emblematica la comunicazione istituzionale, come la copertina del piano Rearm Europe che ritrae una donna con segni di guerra gialli e blu sulle guance: un messaggio subliminale di guerra totale e inevitabile. Quando i commissari alla difesa invitano a “preparare i figli alla guerra”, ignorano deliberatamente, avverte Tarquinio, la realtà brutale delle stime ufficiose, che parlano già di cifre strazianti di morti e “macellati” sui campi di battaglia tra Ucraina e Russia.
Tarquinio rileva che, nonostante il mondo sia caratterizzato da un’alta interdipendenza, la politica europea e globale si sta rifugiando in concetti di indipendenza e sovranità che valgono solo per le grandi potenze, ignorando i diritti e la sovranità dei popoli più deboli (come siriani, libanesi o palestinesi).
Una sovranità cannibalesca
La fragilità delle alleanze basate puramente sulla forza è illustrata dal paradosso della crisi groenlandese: il momento in cui la principale potenza NATO (gli Stati Uniti) ha minacciato di occupare il territorio di un alleato (la Danimarca) per interessi strategici. Questo dimostra che la “sovranità dei forti” può diventare cannibalistica. Invece di amputare le relazioni con le autocrazie, dobbiamo applicare la pedagogia del “disarmare il bullo”: come un insegnante che non espelle il ragazzo violento, ma lo abbraccia per tenerlo fermo e costringerlo a ragionare, così la geopolitica deve includere radicalmente per stabilizzare. La Russia, per Tarquinio, rappresenta il “polmone malato” dell’Europa; amputarlo significa soffocare l’intero continente. La cura risiede nella prossimità e nel sostegno alle parti sane della società civile, riconoscendo la pace disarmata come l’unica base logica della stabilità.
Per evitare il disastro bellico, secondo Tarquinio, la politica europea deve cambiare rotta anche solo di “pochi centesimi di grado”. Piccoli aggiustamenti nel presente determineranno un approdo radicalmente diverso dal baratro dello scontro ad alta intensità. Un segnale di speranza è già visibile nella “linea di faglia” che si sta aprendo in Europa, simboleggiata dal cambio di rotta di Pedro Sanchez e del PSOE spagnolo, che ha rotto il monolitismo bellicista invocando chiaramente il “no alla guerra” nel discorso finale tenuto al raduno dei progressisti che si è svolto a Barcellona.
Disobbedire alla guerra
Affrontare oggi la questione della guerra pone la questione dell’obbedienza dovuta alle autorità politiche nel caso realistico di ricorso alle armi.
Il vescovo Giovanni Ricchiuti esprime in Italia il movimento cattolico internazionale Pax Christi che nel nostro Paese ha avuto voci autorevoli e decisamente scomode come i vescovi Tonino Bello e Luigi Bettazzi, ma la situazione che si trova ad affrontare Ricchiuti è di una gravità e complessità mai vista prima dal 1945.
Non usa perciò il linguaggio curiale questo vescovo quando, citando il profeta Ezechiele, afferma che “se non parli, col tuo silenzio diventi complice del peccato dei tuoi fratelli“.
Ricchiuti invita le diocesi e le parrocchie italiane a compiere finalmente una “rivoluzione” etica, ritirando i conti correnti dagli istituti che finanziano la produzione di armi (cita esplicitamente Unicredit e Intesa San Paolo). Propone che il servizio svolto dai cappellani militari sia simile a quello svolto negli ospedali, e cioè senza “stellette” o integrazione nella struttura militare.
Ricchiuti rivendica il primato della profezia, pur consapevole che il profeta “finisce sempre assassinato”, mentre al diplomatico viene assicurato di solito un salvacondotto. La Chiesa, secondo il vescovo di Pax Christi, deve smettere di essere “militarizzata” nel linguaggio e nelle strutture, promuovendo invece un’obiezione di coscienza attiva e scelte economiche coerenti, affinché non sia solo “pace finta” ma un impegno reale degli “artigiani di pace”.
Ad ogni modo, nonostante le contraddizioni, Ricchiuti vede dei segni di speranza nel cammino sinodale in atto nella Chiesa italiana e nella nota pastorale della CEI del 2025 intitolata Educare a una pace disarmata, che è molto chiara e puntuale. Altri segnali arrivano dalla creazione a Roma dell‘Istituto Cattolico per la non violenza, sostenuto dal papa e presieduto dall’attuale cardinale di Washington Robert McElroy che recentemente, in aperta polemica con Trump, ha richiamato esplicitamente alla disobbedienza verso ordini ingiusti. Una tappa ulteriore del cammino avviato da papa Francesco sul superamento definitivo della concezione della “Guerra Giusta” perché, ribadisce Ricchiuti, «la guerra è sempre una “pazzia” mentre chi produce o commercia armi è da considerare un “criminale”».
L’obiezione di coscienza, in questa prospettiva indicata dal vescovo, non può restare una scelta etica individuale, ma deve evolversi in una piattaforma politica collettiva per contrastare la militarizzazione delle coscienze.
La Liberazione dalle armi
Affermazioni pesanti e inequivocabili, quindi, che sicuramente non sono affatto così diffuse in ambienti dove prevale il disorientamento e lo smarrimento davanti a scenari cupi in cui il presidente Usa, con riferimento alla guerra condotta assieme ad Israele contro l’Iran, ha evocato la distruzione “purtroppo” di un’intera civiltà, facendo balenare l’uso dell’arma nucleare su Teheran.
È la manifestazione della follia di un vero dottor Stranamore descritto dal film di Stanley Kubrick? O è il tentativo di usare pericolosamente le logiche dell’azzardo in campo militare gettando i dadi sul destino del mondo?
Interrogativi che sollecitano la necessità di un’azione politica unitaria e responsabile da parte dei Paesi europei che il demone della guerra hanno coltivato e diffuso su scala planetaria nei due conflitti mondiali, culminati con il fungo atomico dell’agosto 1945 della nuova era della storia, quella della possibile autodistruzione dell’umanità.
Che senso può avere, oggi, sul “crinale apocalittico della storia”, la ricorrenza dell’imminente 25 aprile come data di una Liberazione dal nazifascismo conquistata con le armi? Alla difficile e ricorrente domanda levata infine a Castel Maggiore, ha risposto il vescovo Ricchiuti rimandando agli esempi della resistenza non violenta mentre Tarquinio ha detto che celebrare la Resistenza oggi significa impegnarsi per la «liberazione dalle armi e dalla guerra». Il titolo che ha scelto nel 2023 per il suo ultimo editoriale di Avvenire sul 25 aprile.
