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Italia > A tu per tu con Città Nuova

Azzardo, mafie e caporalato. Dove sta la buona notizia?

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Il senso della libera informazione è quello di dare spazio a ciò che di solito viene volutamente ignorato per sostenere i segni del cambiamento. Uno sguardo sulla realtà della società italiana nel dialogo con Toni Mira nella prima puntata della rubrica on line di A tu per tu con Città Nuova. Rivedila sul nostro canale You tube

Marcia Giornata della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, Torino, 21 marzo 2026. ANSA/ TINO ROMANO

Abbiamo cominciato giovedì 23 aprile 2026 l’appuntamento settimanale on line A tu per tu con Città Nuova dialogando con Toni Mira, noto giornalista d’inchiesta che collabora anche con Città Nuova.

Come già evidenziato nell’articolo di presentazione di Toni Mira, in un’epoca in cui le ingiustizie tendono a essere metabolizzate come “gestione ordinaria”, l’informazione d’inchiesta non è un semplice esercizio di cronaca, ma un atto di resistenza civile e uno strumento indispensabile per la convivenza democratica.

Denunciare le piaghe che offendono la dignità umana è essa stessa una “buona notizia”: è la prova, cioè,  che la società non è rimasta in silenzio, che esiste ancora una capacità critica pronta a reagire. Il compito di una libera informazione è quello di offrire elementi analitici alla coscienza dei cittadini affinché possano sviluppare gli anticorpi necessari per svegliarsi e agire. Comprendere le dinamiche criminali significa smettere di essere spettatori passivi di un sistema che si nutre di invisibilità.

Invitiamo perciò a vedere l’intervista dialogo con Toni Mira, riportando qui di seguito un estratto delle battute principali.

Toni, vorrei partire da un caso di cronaca recente che riguarda Castel Volturno. Cosa sta succedendo in quella della Campania che viene definita la “piccola Africa”?

Castel Volturno è un simbolo della non gestione dell’immigrazione, dove vivono circa 10.000 migranti in condizioni di precarietà. La novità è che il governo ha deciso di aprirvi un CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio), una sorta di “prigione non prigione” per persone che non hanno commesso reati, ma sono solo irregolari. L’opera costerà 43 milioni di euro, una cifra enorme che, come denunciato dall’arcivescovo monsignor Pietro Lagnese, sarebbe stata più utile per superare il degrado del territorio anziché creare una struttura disumana. Tra l’altro, il centro verrebbe costruito su una splendida zona umida recuperata dai carabinieri forestali: l’ennesimo furto di bellezza a un territorio già devastato.

Questo fatto ci porta al tema del caporalato. Perché, nonostante le denunce e i testi come Spezzare le catene, pubblicato da Città Nuova,  questa piaga sembra inamovibile?

Il problema è che il caporalato non è solo un fenomeno criminale, ma un sistema funzionale a un modello economico. Per alzare i profitti o risparmiare sui costi, si interviene sulla componente umana, sfruttando i lavoratori fino alla morte. Penso alla tragedia di Satnam Singh, abbandonato davanti a casa con un braccio tranciato in una cassetta della frutta. Questo sistema serve ai produttori, ai trasformatori e soprattutto alla grande distribuzione, che impone prezzi e costi insostenibili lungo la filiera.

Esistono però dei fondi per superare i ghetti dove vivono questi lavoratori. Perché non vengono utilizzati?

È paradossale: avevamo 200 milioni di euro dal PNRR per chiudere le baraccopoli in Puglia, Calabria e Sicilia, ma a causa dei ritardi del governo se ne spenderanno a malapena 30. La verità amara è che il ghetto fa comodo: è il luogo dove i caporali possono arruolare manodopera a basso costo in qualsiasi momento. Finché il ghetto è utile al sistema economico, si accetta che le persone vi muoiano di stenti, di incendi o di suicidio.

Il profitto della malavita organizzata sullo sfruttamento lavorativo è un dato noto. Come sta cambiando il modo di agire delle mafie?  Non sentiamo più il rumore delle armi, ma l’impatto è altrettanto devastante…

Un mafioso pugliese è stato intercettato mentre diceva: “Io non faccio più bum bum, faccio clic clic”. Il riferimento è al mouse: le mafie oggi preferiscono gli affari finanziari e il gioco d’azzardo online alle bombe. Non cercano più gli imprenditori con la forza, ma sono gli imprenditori a cercare i mafiosi per ottenere “servizi” come la falsificazione di documenti o consulenze economico-finanziarie. È una mafia di colletti grigi che inquina l’economia legale, sottraendo risorse che potrebbero creare lavoro pulito.

A proposito di “clic”, noi ci siamo incontrati nelle inchieste e nell’impegno comune contro  il fenomeno dell’azzardo di massa. Quali sono i dati più preoccupanti?

I dati del 2025 sono scioccanti: il consumo di azzardo in Italia ha raggiunto i 165 miliardi di euro, con un incremento del 5% rispetto all’anno precedente. Lo Stato incassa circa 11 miliardi di tasse, ma ne spende molti di più per curare le patologie legate al gioco, per le ore di lavoro perse e per le indagini tecnologiche necessarie a contrastare l’illegalità online. È un sistema che produce povertà e disastri familiari.

Eppure la pubblicità dell’azzardo continua a essere presente, specialmente nel mondo del calcio con le società che spingono per rimuovere del tutto il divieto di sponsorizzazione delle società di scommesse.

Esatto. Nonostante il divieto del Decreto Dignità del 2018 , le società di azzardo rientrano dalla finestra spacciandosi per siti di informazione. L’unica società di calcio di serie A finora indenne da tale uso della pubblicità dell’azzardo on line è la Cremonese. Un caso limite è quello della Lazio, che ha firmato un accordo con Polymarket, un sito di scommesse non riconosciuto in Italia dove si può puntare su tutto, persino sulla morte delle persone o sui tempi delle tregue in guerra. Vedere lo sport legato a chi specula sulla guerra e sulla sofferenza è qualcosa che dovrebbe farci riflettere profondamente su cosa è diventato il nostro sistema economico e sociale.

 

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