E così ci risiamo con Cannes. Gran spettacolo, innanzitutto. Ci sono le attrici-star che appaiono naturalmente al massimo del glamour, da Fanny Ardant ad Isabelle Adjani, da Jane Fonda a Jean Collins, all’intramontabile Catherine Deneuve, icona del cinema francese. Vecchiaie ben assortite e atte ad apparire eterne e giovani che han paura degli anni che passano e s’inghirlandano di abiti costosi e di gioielli (in prestito). Intanto, l’oro deve luccicare per le sfilate e introdurre al vero cinema. Quello autoriale che sembra il fil rouge della rassegna. La tematica prevalente, non molto rassicurante, è il dramma familiare. La famiglia non dà gioia, solo conflitti e lacerazioni o delusioni. Uno sfacelo, forse eccessivo, che certo non incoraggia il mondo giovanile.
Si è partiti con La Venere elettrica di Pierre Salvadori, buon film ovviamente francese, ambientato negli anni Venti del ‘900, dove Suzanne (Anais Demoustier) si finge una maga, una fattucchiera che per 30 centesimi si fa baciare in una fiera periferica di Parigi, irretendo Antoine, pittore in crisi che riprenderà i pennelli. Favola bella e perduta, di riflessione sugli artisti e sul senso dell’amore, sorpresa di un lavoro che non presenta quei grandi nomi – dalla Bellucci alla Clotillard – che insieme alle altre saranno le indiscusse protagoniste di una edizione molto al femminile dove la giuria è presieduta dal regista sudcoreano Park Chan-wook.

Da sinistra: Vimala Pons, Pio Marmai, Anais Demoustier, Gilles Lellouche e il regista Pierre Salvadori alla prima di “La Venere elettrica” a Cannes 2026. Foto Ansa/EPA/CLEMENS BILAN
Il cinema è sempre più donna. Il Giappone del regista Koji Fukada in Appunti a Nagi è quello delle regole inflessibili che deprimono e soffocano ogni forma di libertà dell’architetta divorziata Yuri, mentre La vie d’une femme di Charline Bourgeois-Tacquet trasmette, attraverso l’attrice Léa Druker, la vita di una donna che guida il reparto di microbiologia in un ospedale pubblico tra vicende della Sanità e tappe personali e familiari.
È poi la volta del regista iraniano Asghar Farhadi, sempre in cerca di verità in Storie parallele. Qui le storie sono varie, iniziando da Isabelle Huppert, scrittrice in cerca di ispirazione (non una novità, peraltro), che inizia a spiare i vicini di casa insieme al giovane tuttofare Adam. C’è una micidiale Deneuve (82 anni, ingioiellata e disinvolta) terribile editor in un breve passaggio. Intanto, nel film i tre dirimpettai creano rumori che influenzano la fantasia della scrittrice, complicando la sua vita e quella degli altri.

Da sinistra: Sandra Hulle, Pawel Pawlikowski, Hanns Zischler e August Diehl alla prima di “Fatherland” a Cannes 2026. Foto Ansa/EPA/SEBASTIEN NOGIER
Tocca poi a Pawel Pawlikowski, autore del bellissimo Ida, riportare sullo schermo in Fatherland lo scrittore Thomas Mann, negli anni della Guerra Fredda, insensibile al figlio, che si chiede quale possa essere ora il ruolo della cultura. Film triste, duro, sconsolato nonostante la musica meravigliosa di Bach.
E l’Italia? Quasi del tutto assente. Per altri progetti o per pochezza di prodotti?
Quanto ad Hollywood, non si sono presentati. Forse temono che i loro blockbuster siano ormai fuori tempo? Vedremo. Intanto aspettiamo fra gli altri i lavori di Almodòvar, del rumeno Cristian Mungiu e del francese, surreale Quentin Dupieux.
I film della settimana, in breve

Henry Cavill. Foto Ansa/ EPA/ALLISON DINNER
In The Grey, cioè la Zona grigia, regia di Guy Ritchie. Il suo pregio è che dura poco, per il resto Hollywood sfrutta due star come Henry Cavill – sempre più forzuto e inespressivo – e Jake Gyllenhall – un po’ meglio – insieme alla starlette Eiza Gonzales per raccontarci in un film di azione e spionaggio la storia di una squadra speciale che deve recuperare una gigantesca fortuna rubata da un tiranno senza scrupoli. Il cattivo è ovviamente un sudamericano che vive nella sua isola ma pure una perfida affarista di New York. La squadra fra pericoli, fughe, spari, acrobazie alla Tom Cruise o 007, vince e guida l’azione travolgente. Brillante, un po’ umoristico nei dialoghi, rapidissimo. Per gli appassionati del genere.

Silvio Orlando. Foto
ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI
Antartica. Il film dell’esordiente regista Lucia Calamaro racconta di una piccolissima comunità di scienziati, chiusi per otto mesi nella base di Sidecar, che guarda al futuro della specie umana. Maria, allieva del capomissione Fulvio che immagina una “città del ghiaccio”, fa una scoperta che potrebbe portare alla ibernazione umana. Gelosie, ossessioni, rapporti difficili, crisi di coscienza e di affetto fra il direttore e la ragazza con un finale a sorpresa in un film-fiaba teso e delicato, con un grande Silvio Orlando insieme a Barbara Ronchi e all’intero cast, fra cui spicca il timido Lorenzo Balducci. Della serie: i nuovi registi hanno molto da dire. Scopriamoli.
